Nel giardino

scritto da Paulus
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Autore del testo Paulus

Testo: Nel giardino
di Paulus

Sono turgidi i bottoni florali delle rose; le orchidee, si diceva, germoglieranno all'alba del giorno stabilito. Sono roridi i boccioli, impreziositi da gocciole come di ambra millenaria, lacrime indurite di una pianta che aveva pianto prima che qualcuno la ricordasse; fioriranno in una nuance di tinte pastello che rievocano non questo autunno ma un autunno più antico, forse mai accaduto.
La clorofilla rifinisce lo smeraldino del fogliame con la devozione silenziosa delle cose che hanno sempre saputo il proprio compito. Le fronde del frassino si estendono, intricate, quasi amorfe; ognuna anela alla luce, sgomitando per suggere il fulgore solare. La selezione naturale si impone negli attorcigliamenti, nelle forme nerborute del fusto, nella ramaglia contorta, nelle radici bozzolute che protuberano dal terriccio come dita di chi non vuole essere dimenticato.
La calura del pomeriggio serra la gola con la consuetudine di un rito antico. Le foglie sembrano avvizzire, patire; rinverdiranno nondimeno alla prima aurora del domani, come accade da tempo immemorabile, come è sempre accaduto e sempre accadrà. Sulla fascia collinare qualcuno appicca il fuoco al roveto — ogni anno, alla stessa ora, senza che nessuno ne conosca più la ragione. Il fumo bianco sbuffa, indi sale ondeggiando, mosso da una brezza che odora di resina e di cose lontane, abbagliante contro la luce intensa.
Scende intanto il branco di cinghiali, incurante e silenzioso, verso l'acqua che sanno di trovare; in quota i rivoletti sono già prosciugati, le vene della terra inaridite dalla calura. Una voce squillante — forse una madre, forse il suo ricordo — fende l'aria grave del tardo pomeriggio. Si è fatto tardi, come sempre si fa tardi. Rincaso, serro il catenaccio. Sono finalmente sereno mentre il sole si occulta all'orizzonte.
Nella stanza il buio si adagia lento, come si adagia la polvere sulle cose che nessuno tocca più. Le ultime propaggini del crepuscolo filtrano oblique tra le imposte socchiuse; rigano il pavimento di strisce ambrate che si accorciano, si assottigliano, svaniscono — come svanisce ogni cosa che è stata calda e luminosa. La canicola ha lasciato nell'aria una scia vischiosa, persistente; il genere di arsura che la gente di quassù conosce da sempre, che i vecchi chiamavano con un nome antico e i giovani non chiamano più con nessun nome.
Fuori il mondo vegetale riprende il suo ufficio notturno — inavvertito, imperturbabile, come hanno sempre fatto le piante e le bestie e le pietre di questa terra. Le radici bozzolute suggono l'umore del sottosuolo; le chiome del frassino traspirano nell'oscurità con la medesima operosità silenziosa con cui i contadini di un tempo lavoravano prima dell'alba, senza che nessuno li vedesse, senza che nessuno li ringraziasse. Questa terra ha sempre preteso tutto e non ha mai promesso niente — eppure la gente tornava, torna ancora, come tornano i cinghiali all'acqua, come torna il fuoco al roveto.
L'arsura del giorno si placa lenta. Domani il sole tornerà a ferire lo smeraldino del fogliame, i boccioli roridi si schiuderanno forse, il fumo riprenderà a serpeggiare sulla fascia collinare — ogni anno, come ogni anno, senza che nulla muti davvero.



Originale
Nel giardino testo di Paulus
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