Alberto e Fanciullina.

scritto da riccardo andreani
Scritto 13 anni fa • Pubblicato 13 anni fa • Revisionato 13 anni fa
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Alberto e Fanciullina.
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Testo: Alberto e Fanciullina.
di riccardo andreani

Era primavera. Un'aria gelida si faceva largo tra i palazzi grigio-chiaro di via Pancrazi. Affacciato alla finestra c'era Alberto; se ne stava obliquo sulla ringhiera del balcone e con la mano destra sosteneva la sua testa paffuta. Cercava di scorgere i soliti uccelli che passavano; lui li chiama: uccelli passeggeri. E mentre ammirava i volatili, ad ogni passaggio di essi faceva una strana smorfia con la bocca, quasi come fosse un bacio; ma evidentemente non lo era. Era solamente un modo stupido e ambiguo per contare gli uccelli. Alberto poco dopo entrò in casa. Una dolce casetta provinciale profumata di marmellata e di altri dolciumi, che ogni giorno andava cucinando. Sul tavolo in camera da pranzo, si notavano pile di libri accatastati su di ogni mensola della parete; per lo più libri di poesia ma anche storia della letteratura inglese. Alberto andava soprattutto matto per l'epoca vittoriana; la studiava, o almeno tentava. Ma poco riusciva a comprendere. l'uomo non era solo, viveva insieme alla sua bambina di dieci anni: Irene. Lui però desiderava chiamarla ''Fanciullina'' e non si seppe mai il motivo di questo soprannome. Fatto sta che il nome ''Irene'' lo aveva del tutto eliminato. Irene era una bambina strana, in casa c'era un cagnolino con cui lei, amava fare colloqui che si dilungavano fino a notte inoltrata; Pit era il nome. Si muoveva e scodinzolava come tutti i cani, solamente che aveva erudito, a quanto pare, la parola dagli essere umani. In poche parole si diceva che Pit fosse la reincarnazione della mamma di Irene e moglie di Alberto. E si, la mammina li aveva lasciati quando la bambina aveva compiuto i sette anni e tutto era cambiato in quella casa, a partire dall'ordine dei libri e dalla predisposizione dei viveri negli scaffali. Alberto si era seduto proprio in cucina e con la solita carne pendula sotto il collo aveva ripreso la stessa posizione di prima: gomito sul tavolo e pugno chiuso improntato sulla guancia. Con voce severa ma scherzosa, cominciò a chiamare Irene: « Fanciullina! vieni subito qua! » « Si papà, fammi finire di parlare con Pit, un momento solo! » rispose Irene con poca voglia di andare. « Eccomi qua papà, cosa volevi dirmi? » « Niente, volevo solo che mi facessi un po' di compagnia » rispose Alberto sempre con l'espressione stortagli dal braccio appoggiato. « Può venire anche Pit a farti compagnia? » annunciò a gran voce Irene che si era presa le spalle, abbracciandosele come di solito fanno i bambini. « Sai che Pit non può parlare, vero Fanciullina? » « Ma papà, Pit è vero, Pit è vero! » cominciò a piagnucolare la bambina portandosi il ditino alla bocca. « Certo che Pit è vero, ma non può parlare, la cosa è differente » rispose Alberto un po' spazientito. « Pit è vero! e parla più di noi! » « Adesso basta Fanciullina, la tua ambiguità mi rende nervoso! distraiti un poco, fai una corsa dal signor Braschi e chiedigli del burro. Digli che ti ho mandato io e che serve per il dolce. » Dette le parole del padre Irene annui e senza esitazione, levandosi il dito impregnato di saliva gli diede un bacio, fatto questo corse per le scale del condominio fino alla porta di Braschi. Il signor Braschi aveva un campanello - che per l'età- si era dimenticato di impostare bene, e quindi quando suonavano si sentiva per tutto il palazzo. Irene suonò.« Chi è che disturba? oh anima buona, cosa vuoi? » rispose Braschi poggiando l'occhio sinistro sullo spioncino.« Sono la figlia di Alberto, gli devo chiedere un favore. » Braschi aprì la porta. Dall'altezza del bacino del signore si notò passare Irene con tutta fretta prendendo la direzione della cucina, senza degnarsi di un minimo saluto. « Ma signorina! lei entra dentro casa mia, e si permette anche di non salutare! ma cosa vuole? » La ragazzina ormai entrata nella cucina si voltò di scatto e, abbracciandosi le spalle disse: « Volevo solamente un poco di burro per il mio babbo, dobbiamo fare un dolce. » Il vecchio fece una smorfia, aprì uno scaffale e tirò fuori una scatoletta di burro. Irene poggiata alla porta, rivolgendosi a Braschi disse: « Che buffo, lei tiene il burro fuori dal frigorifero. Ma non si scioglierà? » « Certo! ma lo sai perché tengo il burro in questo modo? perché piace a me. Ogni tanto passo in cucina e con il dito ne assaggio un poco.» Alla risposta di Braschi la bambina con il sorriso stampato in faccia e con le braccia conserte disse: « Me ne faresti assaggiare un poco? » « Certamente piccola. » Braschi cacciò un dito dentro la scatola del burro; trovandolo denso e piuttosto caldo, raggruppò con l'indice il poco burro riuscito a prendere e con uno spostamento del braccio verso la bocca di Irene glielo infilò dentro le labbra. La bambina drizzò la testa come se avesse ricevuto una scarica di grassi pronta a dargli subito energia, mentre braschi con il dito, leggermente ricoperto ancora di burro era intento a maneggiare la sua boccuccia passando dapprima il dito sulle labbra, per poi farlo finire sulla lingua. La ragazzina prese a leccare il dito ingerendo pian pianino il burro del signor Braschi.
« Che brava! ma adesso basta piccola mi stai mordendo il dito » esclamò il signor Braschi facendo una delle sue solite smorfie. Irene lasciò la presa e rivolgendo la testa in su, con le sue guance vermiglie fece compassione al vecchio, e con una voce puerile aggiunse: « Signor Braschi, mi perdoni! » e il signor Braschi senza dir parola, alzò la testa verso lo scaffale e prese il burro che aveva la confezione chiusa; poi trascinò la ragazzina verso la porta, la salutò e con tutta fretta la piazzò sul pianerottolo. Irene salì le scale e arrivò dinanzi la sua porta. Dopo aver bussato due volte finalmente Alberto aprì. « Fanciullina hai preso il burro? » « Si papà » « però cara Fanciullina c'è un problema, manca la polvere di cacao. » Disse Alberto con due occhioni pieni di mestizia. « Ma papà, e mo dove la prendiamo? » « Fai una cosa Fanciullina cara, al quinto piano c'è quel poeta, quel tipo strano che scrive cose belle. Appena ti apre la porta digli che ti mando io; ah, quando te ne vai dagli un bacio perché a lui piacciono i bambini. » « Va bene papà, basta che sia l'ultima volta però. » Dopo aver chiuso la porta, Irene intraprese la rampa di scale e una volta arrivata alla porta del poeta suonò tre volte. Poco dopo si vide la porta aprirsi e un uomo di bassa statura apparire in vesti da notte. « Uh, ma cos'è un sogno questo? che meraviglia una bambina! » Neanche il tempo di poter fiatare che l'uomo, presa in braccio la bambina, si diresse in camera da pranzo. Una volta entrati, sul tavolino si poté notare un grosso quaderno e svariati pezzi di carta di varia grandezza. « Adesso ti leggo una poesia piccola mia! » disse il poeta facendo gli occhi dolci a Irene. « Ma io veramente... » « No no no. Adesso tu ascolti la mia poesia, altrimenti non ti lascio andare via... ho fatto anche la rima ha ha ha. » L'uomo si accomodò su di una sedia, fece sedere la ragazzina sulle ginocchia e manovrando le carte ne prese una. Con la mano tesa puntò la carta verso la luce e poi cominciò a leggere:

« Cara mia bambina
tanto t'amerò, ma sei piccolina
e non so se potrò. »

Finito di leggere, il poeta s'alzò e la piccola Irene scivolò giù facendo un tonfo, schiacciando per sbaglio i piedi del signore. « Oddio che dolore! ma non fa niente piccolina. Ti è piaciuta la poesia? » disse il poeta con voce puerile. « Certo che si! ma non credo riuscirai ad amare una bambina. » il poeta abbassò la testa con discrezione e con un po' di rossore in viso. Poi da quella testa abbassata si sentì formulare qualche parola: « A no! perché dici questo? sai di quante bambine mi sono innamorato? » « No, di quante? » rispose Irene con il solito ditino in bocca. « Centinaia, migliaia. E tutte le bambine però, poi, si sono innamorate di me! » E mentre finiva di parlare, il rossore purpureo che gli stava immortalando le guance, stava mano mano aumentando; Irene notato quel rossore, per non mettere a disagio il poeta, decise di cambiare discorso, difatti: « Signore, io però, sarei venuta per chiedergli un poco del suo cioccolato in polvere. » l'uomo alzò la testa. Dalla sua vecchia vestaglia tirò fuori con la mano un sacchetto color marrone, ricoperto di residui di cioccolato. « Ecco a te piccola mia, mi raccomando fai un buon dolce. » Annuito alle parole del poeta Irene si diresse verso la porta senza scordarsi prima di uscire, di baciare l'uomo sulla guancia. Dopo aver chiuso la porta per bene Irene si passò la mano sulla fronte sudata e portandola un poco più sopra sistemò poi ben benino i capelli che gli aveva stropicciato il poeta con una carezza. La ragazzina arrivata davanti casa sua, bussò tre volte. Dopo poco Alberto aprì; sulla mano destra aveva un mattarello e sulla sinistra la pasta pasticcera; salutò la sua Fanciullina e come se niente fosse ritornò nei meandri stretti e cupi della cucina. Irene prese intanto a carezzare Pit, carezzandogli prima il dorso e poi la testa. « Così mi fai il solletico Fanciullina! » « Pit! Pit! come ti faccio il solletico? io pensavo fosse lecito grattare la capa ai cagnolini. » Rispose Irene storcendo la bocca in procinto di sorridere. « Certo che mi fai il solletico; ma non importa, io morirei dal ridere per te. » Esclamò Pit riportando la lingua al suo posto e spostandosi poi per stanziarsi due metri più in la dove era la cucina. Irene lasciò in pace il cane e andò a vedere il padre cosa stesse cucinando. Entrò in cucina e trovò Alberto seduto, col solito pugno improntato, che guardava per dritto l'ignoto. « Cosa c'è papà? » « Niente Fanciullina mi sono dimenticato di chiederti il cioccolato. » « Ma papà, tutta quest'aria triste ci voleva? non potevi domandarmelo prima? » Disse Irene strattonando il padre con le mani. « Mi vergognavo Fanciullina mia. » « Ma papà, certe volte mi chiedo se sono più adulta io di te; adesso tieni, prendi il cioccolato e facciamo questo splendido dolce. »
Alberto prese il cioccolato ed annui. Poi tirò fuori gli altri ingredienti e li poggiò sul tavolo; dopodiché con la pasta che aveva prima in mano cominciò a mischiare il tutto. Dopo tante manipolazioni Alberto e Irene guardavano dall'alto verso il basso la splendida torta cremosa che perdeva cioccolato su tutti i lati. Dal basso, con una mano Alberto aprì il forno e piazzò tutto il dolce dentro. « Voglio, cara Fanciullina, che questa torta una volta cotta presenti tutta la cioccolata solidificata. » Alberto, regolato il tempo di cottura con la sua solita espressione tra il tenero e il severo, abbraccio la sua bambina affondando le mani nei capelli ricci poggiando poi il proprio mento sulla sua spalla. « Papà, quanto ci vorrà? » chiese domandando Irene. « Una mezzora Fanciullina, non di più. » « Ma non voglio aspettare mezzora! guarda qua, adesso faccio una magia. » Irene si avvicinò al forno e disse alcune parole che restano tutt'ora incomprensibili; poi, avveratasi la magia sotto gli occhi sbalorditi di Alberto il tempo di velocizzò portando i due a mezzora in avanti. La torta era pronta. Alberto aprì subito il forno ed estrasse la prelibatezza appena cotta, poi, con molta delicatezza la posizionò sul tavolo della cucina. « è arrivata l'ora cara fanciullina mia! » detto questo padre e figlia si misero vicini, ma distanti un poco l'uno dall'altro, e con l'acquolina alla bocca si prepararono a tagliare il dolce; ma proprio quando Alberto tese la mano per tagliare, un qualcosa prese a muoversi all'interno. In poco tempo sotto gli occhi dei due, tra il cioccolato cotto e solido del dolce, cominciarono a creparsi la parte centrale e i lati; pian piano la cioccolata cominciò a perdere dei rivoli tutt'intorno al dolce, e i due sempre più allibiti se ne stavano muti in un angolo a guardare tutta la scena: tutto il cioccolato si era sciolto e pian piano dalla parte centrale fuoriuscì una mano, poi un braccio, una testa; e per finire tutto il corpo di uno splendido fanciullo. Con il corpo se ne stava tutto rannicchiato tenendosi con le mani le ginocchia che aveva strette al suo petto come un bambino appena nato. Era ricoperto tutto di cioccolato. Alzandosi in piedi, il cioccolato prese a colare dalla testa fino ai piedi; un rivolo scese dal mento sopra il petto, scivolando su dei muscoletti ben scolpiti, poi, fece una piccola pausa scendendo e incastrandosi nell'ombelico. Il ragazzino si mosse e la goccia riprese il suo percorso raggiungendo dapprima il pube e poi il pene, ricomprendo la punta del prepuzio con velocità; finendo poi insieme alle altre gocce, suicida sulle mattonelle della casa. « E tu chi sei? » chiese Alberto strofinandosi i pugni sugli occhi. « Come chi sono! sono Roberto! » rispose il ragazzino lanciando uno sguardo a Irene che intanto scrutava la scena da un angoletto. « Roberto e Alberto, fanno rima, sono molto simili. » Disse Irene; ma a un tratto il ragazzino si lanciò con un balzo sulle mattonelle e si dileguò dalla cucina in un attimo. Alberto e Irene affascinati da quello che gli si era prospettato un momento prima, seguirono il fanciullo per tutta la casa saltellando da una stanza a un'altra tentando di acchiapparlo. Ma niente, Roberto correva troppo forte, e padre e figlia non ebbero più il fiato per stargli dietro, quindi finirono per fermarsi nel salone. « Ma dov'è quel ragazzino? » chiese Alberto con il fiatone mentre si puliva con la manica della sua maglia il sudore che gli colava dalla fronte rugosa. « Eccolo papà, forza prendilo. Dai Roberto! fatti prendere! » urlò a squarciagola la ragazzina mentre il suo coetaneo, preso il padre per mano, cominciò a simulare uno strano ballo, portando dapprima le mani in quelle di Alberto e poi il mento sulle spalle( si ricorda che Alberto è basso di statura). In poco tempo, il ballo prese il via e nella stanza, con lo stesso andamento uniforme i due corpi sudati emanavano un calore che fece appannare rispettivamente tutti i vetri- compresi gli specchi- della casa. « Alberto, lo sai che balli bene. Sei proprio uguale a me. » « Come scusa? io sarei uguale a te? » chiese attonito Alberto con un po' di incomprensione negli occhi. « Alberto, io sono tuo padre e sono tornato per portarti via con me. » A questo punto Alberto capì, un brivido lo percosse e da quegli occhi che un momento prima erano confusi cominciarono a fioccare delle lacrime. « Papà, sei veramente tu? quanto tempo, ma dove sei stato tutti questi anni? » chiese Alberto disperato ma felice. « Non sono stato, non sono esistito; ma adesso sono rinato per te. » « Papà ti prego baciami! » e mentre si consumava il ballo, Alberto portò alzando le braccia, i palmi sulla guancia del ragazzino. Irene se ne stava seduta sul divano e con la mano sinistra accarezzava Pit che se ne stava disteso col muso all'insù; Alberto invece cominciò a baciare il collo di Roberto, stringendo il suo petto caldo e sporco di cioccolato. « Alberto, mangiami ti prego! » Urlò Roberto ansimando per il piacere procuratogli dai baci. Alberto mozzicò. Irene si scansò lasciando spazio ai due; con la bocca Alberto continuava a mordicchiare il collo di Roberto. In poco tempo un rivolo di cioccolato cadde dal buco creatogli da Alberto, e subito dopo il ragazzino per il dolore cascò per terra. Alberto disperato con le lacrime negli occhi cercò di tamponare la ferita mentre urlava frasi senza senso per la disperazione. « Papà! io ti amo papà! » Urlò Roberto pieno di dolore. « Come posso mangiarti, sei così dolce! » detto questo tra pianti e disperazione, Alberto mangiò dapprima tutta la parte superiore del corpo e solo dopo quella inferiore. In breve, si ritrovò sporco dalla testa ai piedi in un bagno di cioccolato; con la mano raccolse un poco di quella poltiglia e tirandola su lanciò un grido di dolore, buttando poi il tutto per terra. Delle urla strazianti presero posto alla quiete che c'era un momento prima e Alberto girandosi languido verso Irene disse: « Fanciullina, mio padre se ne andato. » e poi portandosi i palmi delle mani sul volto riscoppiò in pianti. « Papà tu sei matto; prima mi hai fatto fare il giro del palazzo per farti recepire tutti gli ingredienti che ti sarebbero serviti; poi ti sei messo a ballare e parlare con la torta, e dopo averla mangiata, hai detto che quella torta raffigurava il nonno e gli hai dato un nome a caso, in questo caso: Roberto. » « Fanciullina, lasciamo stare questa storia, chiudiamo la parentesi e andiamo a guardare la luna e le sue splendide amanti: le stelle! » Disse Alberto come se nulla fosse successo. « Va bene papà... Pit tu vuoi venire? » « si cara mia bambina, ma una volta vicino al balcone mi dovrai sollevare, io sono piccolo. » « Va bene mamma! » Rispose Irene mentre Pit con la lingua di fuori, con aria indifferente aveva già preso a camminare in direzione della finestra.
Alberto e Fanciullina. testo di riccardo andreani
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