E poi ci sono quelle giornate strane,
quelle che non sai dove mettere,
che non riesci a incasellare sotto nessuna etichetta:
non abbastanza storte da chiamarle brutte,
ma nemmeno abbastanza giuste da dire “va tutto bene”.
Forse sono le peggiori,
perché non fanno rumore.
Non gridano, non piangono, non esultano.
Ti lasciano lì, in mezzo a un nulla
che non ha nemmeno il coraggio di essere dolore.
Sanno di indifferenza.
Di una pausa non richiesta.
Di un cielo senza nuvole, ma nemmeno azzurro.
Sanno di sospensione,
come quando resti in bilico tra il voler sentire tutto
e il desiderio disperato di non sentire più nulla.
Sono quelle giornate in cui sei nella luce,
ma la luce non ti attraversa.
La vedi, la riconosci, ma non ti scalda, non ti tocca.
E il buio che ti resta addosso non ha nemmeno il fascino dell’introspezione.
È un buio sterile, piatto, che non sa dire nemmeno “resta”.
Ti muovi, fai le cose, rispondi ai messaggi,
ma ogni gesto è distante,
come se un altro lo stesse facendo al posto tuo.
Come se tu fossi solo l’eco sbiadita di ciò che eri ieri.
E aspetti.
Non sai nemmeno cosa.
Aspetti che qualcosa succeda.
Che arrivi una scossa, una parola, un segno.
Qualsiasi cosa rompa questa nebbia incolore.
Ma la giornata scivola via così,
senza un colpo di scena,
senza una vera conclusione.
Finisce come è cominciata:
senza senso.
E tu resti lì,
a chiederti se sei tu a essere spenta,
o se è il mondo a essersi tolto il suono.
Giornate così testo di Dal Sacchetto di Lu