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I globi di luce galleggiavano senza una sicura traiettoria nella stanza ovoidale. Le perlescenze della superficie contrastavano con i vortici nebulosi interni, come delle grandi bolle informi che si muovevano, a volte lentamente a volte velocemente, talvolta girando su se stesse e talvolta fermandosi. Le pareti del non-luogo emettevano un flebile lucore, troppo delicato per definirlo luce e troppo uniforme per essere rilevabile, così che pareva d’essere in un perfetto e riposante vuoto, una specie di stazione d’aspetto per gli spiriti in partenza.
In tutto questo, al centro, luei continuava a godere della danza irregolare intorno a sè – non c’era fretta, non in quel senso di inquietudine che manifestava cambiando lentamente colore in chiazze gialle-rosse-blu. La superficie liscia si corrugava mentre luei impacciato collocava e scandagliava le mosse e i vortici dentro i globi. Non lo poteva fare in modo sicuro, era la prima volta, ma se avevano avuto fiducia nelle sue capacità, significava che ne era in grado. Osservando con le sue tentacolari capacità mensiziali, si accorse che nelle volute si svelava ogni tanto qualche sensazione, qualche – come definirla, pensava – estrocezione di realtà.
Qualcosa che un essere diverso avrebbe potuto finitamente e imperfettamente percepire. Ma luei non era nè finito nè imperfetto, ovviamente secondo le altissime opinioni degli Altissimi, nonostante i suoi legittimi dubbi.
Ormai era da tempo molto lungo che comproverava le sue creazioni e i giochi di colore sulla sua pelle traslucida cominciavano ad essere più lenti e regolari. Era il tempo ormai del Giusto Sonno.
E così tutto si attenuò, le pareti smisero di brillare e i globi, incessantemente danzanti, si adagiarono come un gregge provato dal caldo, sul non-pavimento.
La realtà stava per cominciare, imperfetta e lucidissima proprio come l’aveva comproverata.