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Tu tocchi il mondo
come si sfiora un bicchiere sul bordo
senza sapere quanta sete contiene,
quanti naufragi dormono
in un sorso rimasto a metà.
Un viso disteso al mattino,
un saluto lasciato cadere sulla porta.
E sotto, una casa intera
che cede senza rumore.
Non sai del letto
che si fa voragine nel buio,
della notte che mi entra in bocca
con le scarpe sporche,
dei treni lasciati passare come lame,
di quante parole ho dovuto sgozzare
per soffocare il rumore del crollo.
Ci sono inverni lunghi un solo minuto
in cui il silenzio diventa
un’impalcatura di ferro.
E io che cerco l’oceano
nel fondo di una pozzanghera,
che strappo violini alla polvere,
che tremo per un semplice vizio dell’aria.
Fa male avere gli occhi così nudi,
come ferite lasciate senza bende
davanti al freddo.
Fa male amare con le mani vuote,
dissanguarsi i polsi
per l’abbraccio di un’ombra.
Tu cammini leggero,
quasi a volo, sul mondo.
Io ci affondo dentro,
come in una palude
di velluto e calce,
fino al collo,
e mentre il fango mi preme sulle labbra,
la mia pelle chiama amore
ciò che la schiaccia.
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