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Juliette – Capitolo 7
Erano le sette di sera. Da oltre trent'anni Madame Thérèse Beaumont accudiva con silenziosa efficienza alle necessità domestiche del professor Adrien Martin. Governante, cuoca eccellente e, a modo suo, unica confidente.
Per quella sera gli aveva preparato un menù leggero: merluzzo al forno con erbe aromatiche su un purè di sedano rapa e patata, carote glassate al burro e timo, e una quenelle di spinaci.
Come dolce, un crumble tiepido di mele e pere dell'orto.
Sapeva che dopo avrebbe indossato la tuta e sarebbe uscito a correre sulla litoranea, qualunque tempo facesse.
- Professore, come aveva chiesto, le ho preparato una cena leggera. Spero sia di suo gusto.»
- Thérèse, quando mai i tuoi piatti non lo sono stati?
- Lei è troppo buono, professore. - Risero piano, come da sempre.
Dopo cena Adrien si accomodò in poltrona e accese il televisore.
Il solito sfarfallio disturbava l'immagine.
Devo dire a Thérèse di far venire il tecnico per l'antenna, pensò.
Il vento di quella settimana aveva fatto danni, come al solito.
Si sintonizzò sul "20 heures" di Antenne 2 e ascoltò distrattamente le notizie su Mitterrand e la situazione internazionale, mentre la sua mente era già altrove.
Poco dopo tornò nello studio, raccolse gli ultimi fogli per Marcel Dubois e li infilò nella cartellina intitolata Juliette.
Dubois scriveva ottimi horror e, cosa più rara, era anche una persona gradevole.
Collaborare con lui si stava rivelando un piacere.
Siglò la busta con la dicitura: "Juliette"; la posò sulla mensola già carica di plichi simili e, finalmente libero, andò a cambiarsi per la consueta corsa giornaliera.
La sera di novembre aveva inghiottito il villaggio da ore.
Il vento e la pioggia del pomeriggio si erano calmati in un respiro freddo e umido che ancora impregnava l'aria.
Adrien correva con passo regolare sul sentiero che costeggiava la spiaggia, le scarpe da ginnastica che producevano un suono ovattato sulla terra battuta umida, quasi un sussurro complice.
Conosceva ogni metro di quel percorso a memoria.
Avrebbe potuto percorrerlo a occhi chiusi, e in fondo quella sera era quasi così: la luce era scarsa, ridotta a un bagliore distante che proveniva dal piccolo porto di barche da pesca, all'inizio della spiaggia.
I lampioni giallastri tremolavano debolmente, riflettendosi sull'asfalto bagnato del molo e sull'acqua nera del bacino.
Ogni tanto un riflesso più vivo danzava sulle chiglie umide delle barche ormeggiatee.
Più avanti, lungo il sentiero, l'oscurità diventava quasi totale.
Solo la falce pallida della luna, velata da brandelli di nuvole, riusciva a delineare il confine tra la spiaggia e il mare.
Le onde, ancora agitate dalla mareggiata del giorno, si frangevano con un ritmo costante, un rumore basso e profondo che sembrava provenire da molto più lontano della riva.
Ai lati del sentiero, gli arbusti tipici della Côte d'Opale – prugnoli di mare, ammofile e cespugli di olivello spinoso – frusciavano al passaggio del suo corpo.
Le foglie rigide e umide gli sfioravano i gomiti e i fianchi, rilasciando un odore acre e salmastro, quasi selvaggio.
Ogni tanto una goccia d'acqua accumulata cadeva da un ramo e gli colpiva la nuca o la fronte, fredda come una moneta di metallo.
Adrien inspirò profondamente. L'aria sapeva di sale, di alghe e di terra bagnata. Gli piaceva quel momento.
Gli piaceva soprattutto essere solo.
Nessuno in giro a quell'ora, nessuna coppia a passeggio, nessun cane che abbaiava.
Solo lui, il sentiero, il mare e i suoi pensieri.
Si lasciò scivolare dentro di essi come dentro un'acqua familiare: frammenti di leggende locali, storie di navi scomparse e spettri di donne che terrorizzavano i marinai .
Il suo respiro era regolare, il cuore batteva forte ma sereno.
Non temeva il buio. Perché mai avrebbe dovuto temerlo?
Lui era uno studioso, le leggende generate dalla superstizione restavano solo materia di studio fruttuosa, per gli articoli che pubblicava su riviste di antropologia.
Di quel terreno conosceva ogni curva, ogni radice, ogni pietra.
Dietro di lui, tra gli arbusti, qualcosa si mosse con un fruscio appena più lento del vento.
Adrien non ci badò, forse una lepre, una volpe o un tasso in giro col buio.
Continuò a correre, perso nei suoi pensieri, mentre il bagliore del porto si faceva sempre più distante. Raggiunse la fine del sentiero.
Il percorso terminava bruscamente contro un muro di rocce scure e frastagliate che segnava la fine della spiaggia.
Lì la costa si stringeva, diventando più selvaggia.
Si fermò, piegato in avanti con le mani sulle ginocchia, il fiato che usciva in nuvolette bianche nell'aria gelida.
Il cuore gli martellava nelle orecchie, un ritmo caldo e rassicurante dopo la corsa.
Respirò a fondo. L'odore di salsedine era più intenso e vivificante lì.
Non tornò indietro per lo stesso sentiero, amava farlo attraverso la spiaggia.
Voleva sentire la sabbia bagnata sotto i piedi.
Scese quindi il breve pendio, le scarpe affondavano nella sabbia compatta e umida della riva.
Gli piaceva il risucchio leggero a ogni passo, l'impronta che si riempiva lentamente d'acqua scura.
Fece una trentina di metri così, correndo parallelo alle onde, quando lo vide.
Da dietro un'alta roccia che emergeva obliqua dalla sabbia, come una lama spezzata, spuntò una figura, nera come il fondo della notte
Il bavero della cerata alzato, il viso inghiottito dall'oscurità.
Adrien si bloccò di colpo, il corpo che reagiva prima ancora della mente.
Un brivido violento gli attraversò la schiena e le braccia.
Il respiro, già corto, gli si strozzò in gola.
La figura fece un passo lento verso di lui.
La sabbia bagnata attutiva il rumore dei suoi movimenti.
- Ciao Adrien - disse a voce bassa, quasi un sussurro raschiato dal vento.
La voce era calma. Troppo calma.
Per un secondo Adrien sentì solo il sangue pulsargli nelle tempie.
Il cuore, prima caldo e vivo, divenne un pugno gelido nel petto.
Fece un mezzo passo indietro, la scarpa che scivolò leggermente sulla sabbia umida.
- Ah...? Sei tu? - riuscì a dire, la voce più incrinata di quanto avrebbe voluto.
Il bagliore lontano del porto era ormai troppo debole per illuminare il viso sotto quel cappuccio.
Riusciva solo a distinguere il contorno nero della figura, immobile, che sembrava assorbire tutta la poca luce rimasta.
La figura non rispose subito.
Rimase lì, a pochi metri da lui, come se stesse studiando la sua reazione.
- Ti stavo aspettando Adrien.
- Perché Brume? Cosa ti serve? Perché qui?
- Vedi ragazzo, mi dicono che vuoi raccontare le cose nostre al parigino. E questo non va bene.
- No Brume, gli parlerò sol della superstizione, ma non gli dirò cosa è accaduto, né i nomi di quelli coinvolti. Te lo giuro sulla tomba di mio fratello.
- Lascia che i morti riposino in pace Adrien, rispetta il loro silenzio.
L'uomo ora lo fronteggiava, il suo respiro bianco di vapore gli lambiva il volto.
Adrien sentiva il proprio sudore divenire freddo e corrergli lungo la schiena dentro la tuta termica.
- Io credo invece che tu voglia proprio raccontargli di lei.
L'uomo trasse una fotografia dalla tasca e la lasciò cadere davanti ai piedi di lui.
Adrien si chinò istintivamente per raccoglierla, abbassò il capo flettendosi sulle ginocchia.
Nello stesso istante l'uomo fece un passo di lato per aggirarlo.
Un bagliore metallico passò come un riflesso davanti agli occhi dello studioso.
Poi qualcosa di gelido e sottile come filo gli serrò la gola.
Era una cappio metallico! Adrien portò le mani alla gola e tentò di scansarsi.
L'uomo colpì secco con un ginocchio la piega interna del ginocchio di lui.
Si ritrovò ad affondare con entrambe le ginocchia nella sabbia bagnata.
L'altro gli aveva piantato le rotule sulla scapole e nella presa ferrea
del filo metallico aumentava la stretta sul collo.
Adrien annaspava, i polmoni privi d'aria bruciavano come pieni d'acido, le mani impazzite correvano al collo, o cercavano inutilmente di agguantare le mani dell'uomo alle sue spalle.
Poi avverti un umido caldo sul petto, corrergli all'interno della felpa, il suo sangue sgorgava dal taglio della gola.
Spalancò gli occhi, i bulbi oculari parvero esplodergli. Pensò che quella era la morte.
Scintille luminose incandescenti riempivano il campo visivo.
Poi tutto divenne terrore soffocante e buio cieco.
Intorno, solo il rumore lento delle onde e il fruscio del vento tra gli arbusti sopra di loro.
(Continua)