Mi chiamo Alexis e sono un killer.
Un assassino professionista, già.
È inutile che vi dica quante anime ho condotto per mano lungo la strada della prematura dipartita. Io sono il mietitore che si muove nell’ombra e che di ombra, di oscurità, vive. Ho smesso di contare da molto tempo perché alla fine è troppo banale ricondurre tutto a un semplice numero. L’arte non è matematica. I numeri mi annoiano.
Io nel mio lavoro sono un’artista, un genio. Il mio pennello è la lama tagliente di un coltello. La mia tela siete voi. Il mio colore è il rosso. Rosso sangue, rosso vivo. E il nero, come il manto della vecchia signora.
Ho ucciso perlopiù donne, a volte molto giovani. Molto indifese. Molto da uccidere, così, per il gusto di farlo, oltre che per i soldi. I soldi mi piacciono, ma le donne, i loro gemiti, gli sguardi terrorizzati, le suppliche piangenti… Adoro anche le loro unghie che artigliano la pelle morbida delle mie braccia e del mio volto. Sulla guancia destra ho una lunga cicatrice. Quando mi osservo allo specchio e con un dito corro lungo il bordo cicatriziale rivedo la dolce Magdalene. La rivedo urlante e sofferente, pochi secondi prima della fine. E sorrido alla mia immagine nello specchio, così come ho sorriso a lei. Il mio sorriso fu l’ultima cosa che vide.
Prima della fine, un sorriso. Non deve essere stato male. A me sarebbe piaciuto. Un sorriso.
Alcune volte ho giocato con il loro corpo. L’ultima è stata Clorinne. Era una bella ragazza bionda di vent’anni. Aveva tradito il ragazzo, un ricco borghese senza scrupoli e senza cuore. Ma con molti soldi. Mi ha convinto subito. Sbattitela bene, mi aveva consigliato. Lo farò, avevo risposto. E dopotutto sono pagato per quello che faccio. Sarebbe poco professionale fare altrimenti. L’ho sbattuta per bene. Più di una volta, in più d’un modo. Il suo corpo non aveva più segreti per me. Poi dopo un’ora ha smesso di lamentarsi e le lacrime si erano asciugate sul suo volto sfinito. Ho cominciato ad annoiarmi. Dopo quello che le ho fatto la morte deve essere stata un sollievo. Se n’è andata rapidamente. Dentro di sé deve avermi ringraziato.
Prima della fine, il sollievo. Anche per lei non deve essere stato male. A quel punto anche io avrei supplicato una rapida morte. Sollievo.
Ho ucciso anche alcuni uomini, ma di loro non amo parlare. C’è così poca poesia nella morte di un uomo che non troverei neanche le parole giuste per suscitare in voi la giusta dose di disagio e ribrezzo. Ricordo con interesse solo il primo, il mio primo assassinio in assoluto. Usciva con una tipa che mi interessava. Lei non mi degnava di uno sguardo. Ero ancora molto giovane e poco professionale. Ma molto incazzato.
Una sera li raggiunsi nell’appartamento di lui. Lei si chiamava Daniela, lo ricordo ancora. Lui Paul, forse. Erano già in camera da letto quando entrai e non mi videro subito, intrecciati nella loro orgasmica nudità. Ero già abbastanza forte e molto deciso e accadde tutto rapidamente. Dopo pochi minuti lui era legato al termosifone sotto la finestra, lei era sanguinate nel letto. L’avevo solo un po’ malmenata, prima dell’inizio. Il mio inizio. Che spesso coincide con la fine degli altri. Erano tutti e due nudi, così per non imbarazzarli mi spogliai anche io. Lei provò a divincolarsi quando avvicinai la mia eccitazione al suo volto e la picchiai ancora, con più violenza. Il sangue che le usciva dal naso rotto e dalle labbra spaccate aveva macchiato le lenzuola, ma era un rosso vivo, un bel rosso che mi piaceva. E gli artisti sono sensibili al bello. Anche lei era bella, quindi mi feci di nuovo avanti e lei mi accolse nella sua bocca calda. Di sangue e d’eccitazione, perché alla donna alla fine piace sempre. Lui cominciò ad urlare come un pazzo, ma per alcuni minuti non lo ascoltai, poi la sua voce si fece roca e un poco alla volta tornò in silenzio, ansante e legato in modo umiliante: nudo e impotente. Mentre la sua ragazza cominciava a prenderci gusto. Alla fine il caldo del mio corpo uscì di getto e si mescolò al sangue di quella bocca, abile e calda. Inarcai la schiena nel momento di massimo piacere e mi voltai verso di lui. Lo sorpresi a sbirciare oltre le mie spalle. Capii che aveva intuito quello che era accaduto e gli feci l’occhiolino, assecondando i suoi pensieri. Brutto bastardo, mi disse. Ma non era più tanto convinto e tornò a chiudersi nel suo silenzio imbarazzato. Forse era paura. Forse qualcos’altro. Ma non gli chiesi spiegazioni. Lei mi interessava di più. Molto di più. La sua bocca non mi bastava e aveva dell’altro da offrirmi. Aveva dell’altro che mi sarei preso. Poi lui capì che sarei andato avanti, che non ero sazio. Ricominciò a urlare e a dibattersi. Ormai il gioco si faceva serio e non volevo altre distrazioni. La feci voltare e le allargai le gambe per mostrare al suo uomo quello che sarebbe stato il mio successivo sballo. Accarezzai il sesso di lei con fare deciso, poi mi avvicinai a lui, portandogli davanti gli occhi le dita umide della mia mano. Anche lei mi aspettata e non volevo deluderla. Quando il corpo di lui si accasciò a terra nei suoi occhi vidi un’espressione di gratitudine. Non avrebbe visto la sua ragazza godere delle attenzioni di un altro. Perché lei avrebbe goduto, questo ormai era chiaro. Lei non aspettava altro. Non lo degnò di uno sguardo e mi accolse dentro di sé. Era ancora fremente quando la sgozzai, quasi due ore dopo. Prima di andarmene incrociai ancora gli occhi spenti di lui e quell’irreale posizione delle labbra, atteggiate quasi a un silente grazie.
Prima della fine, la gratitudine. Io non avrei voluto vedere la mia ragazza eccitata che si sbatteva un altro. Gratitudine.
Vi dicevo, ho perso il conto. Ma di una cosa sono più che certo. L’omicidio perfetto non l’ho ancora compiuto. Quello oltre ogni sospetto. Quello di cui non preoccuparsi. Quello più difficile.
Fino ad oggi almeno. L’impresa sta per riuscire. L’artista sta per dare la pennellata che renderà celebre e inimitabile il suo dipinto. Di rosso, naturalmente. Rosso vivo. Rosso sangue. Un bel rosso.
Mi sono preparato nel migliore dei modi. Lungo la parete della camera c’è un grande specchio che parte dal battiscopa e arriva fino quasi al soffitto. Non deve sfuggire nulla all’occhio beffardo della mietitrice. Ho posizionato la sedia a due metri dallo specchio, proprio a ridosso del letto. Né troppo lontano, né troppo vicino. La visuale è perfetta. Ho scelto una sedia di modello antico. L’ho trovata alcuni giorni fa in un negozio di antiquariato. Non l’ho neanche pagata, immaginerete anche perché. La sedia ha uno schienale alto e morbido, coperto di un tessuto verde scuro. Quando l’ho provata ho capito subito che era perfetta. La testa poggiava perfettamente sullo schienale e mi garantiva quella stabilità che mi serviva. Poi ho il mio coltello, il pennello dell’artista. E ho preso la cintura di un vecchio accappatoio, l’ultima cosa che mi serviva.
Starete pensando che manca ancora una vittima, ma forse dentro di voi la realtà si è già fatta largo. La vittima sono io. Il killer di me stesso. Un omicidio inaudito, irraggiungibile, la pennellata dell’artista. Ma l’ho già detto. Comincio a ripetermi.
Mi sono seduto e per alcuni secondi ho fissato la mia immagine nello specchio. Il risultato era soddisfacente. Ho poggiato la testa contro lo schienale della sedia e con gesti lenti e teatrali con la cintura ho fatto un giro tutt’intorno per fissarmi bene alla sedia. La mia testa non doveva oscillare. Ho stretto forte, più che potevo, poi ho provato a muovermi. Perfetto. Il laccio teneva. Quando sono tornato a fissarmi nello specchio ho storto un po’ la bocca. Quel legaccio rovinava leggermente la visuale d’insieme, ma meglio non si poteva fare.
Ero eccitato. Non potevo di certo nascondermelo. Sempre fissando i miei stessi occhi, che mi guardavano da un altro me, così vicino e al contempo così distante, ho alzato la mano che teneva il coltello. Dovevo farlo come ogni altra volta. Con decisione, con sicurezza. Con piacere, soprattutto.
Ho fatto un taglio netto, da parte a parte. Ho visto il sangue sgorgare zampillando da sotto il mento. Quello stesso sangue che centinaia di altre volte mi aveva imbrattato. No, non lo stesso. Il mio, più rosso. Più vivo. Più bello. Poi ho sentito la vecchia signora dentro di me e ho reso quel momento indimenticabile. Sempre con gli occhi fissi in altri occhi, in un altro me, ho sorriso. In quell’istante, mentre il mio sorriso incorniciava un lavoro da vero professionista, ho capito che tutto era stato perfetto. Ho tratto un sospiro di sollievo e un senso di gratitudine mi ha invaso. Poi è venuto il buio, profondo e inimitabile. Indescrivibile.
Con l’ultimo barlume di consapevolezza ho rivisto la mia opera ultima nel suo complesso.
Tutto è finito così.
Sorriso. Sollievo. Gratitudine.
Un lavoro perfetto.
Alexis testo di andreafranco