Il cielo di Roma

scritto da libera
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 22 anni fa
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Testo: Il cielo di Roma
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“Nel cielo di Roma ti ci puoi specchiare dentro” aveva detto qualcuno alla fermata dell’autobus, interpretando il pensiero di quella gente impaziente, in attesa da ormai troppo tempo. Sì, nel cielo di Roma, soprattutto nelle giornate invernali di tramontana, ti ci puoi specchiare dentro e respirarci, dentro. Mentre lo pensava era salita sull’autobus, come sempre pieno di gente, in precario equilibrio fra le borse di una donna filippina che le stava accanto e le valigie ingombranti di un ragazzo con uno skateboard mezzo sfasciato fra le gambe. Guardava fuori del finestrino e sperava di fare presto, anche se nessuno l’aspettava, perché incominciava a respirare male incastrata fra i cappotti, le mani sudate e fredde e abbandonate lungo fianchi prominenti, e fra la fretta e gli sguardi persi, lontani verso quel cielo di Roma. Era scesa dal traghetto infernale senza che Caronte se ne fosse accorto e attraversò la piazza passando per la fontana del Tritone, dove le piaceva sostare un momento e guardarsi attorno, vedere la strada dispiegarsi sotto i suoi occhi e poi girarsi di nuovo, diretta, dentro l’internet café. Faceva freddo e intorno a lei le nuvole di fiato della gente si spandevano nell’aria prima di varcare la soglia ed inspirare l’aria calda del locale. Si collegò solo per un attimo, il tempo di controllare le mail e divertirsi a leggere qualche cazzata in uno dei tanti oroscopi del web. “giornata sfavorevole sul piano sentimentale, cercate di non alimentare le tensioni con il partner e prediligete il dialogo con gli amici di sempre”. Chiuse la pagina pensando che non c’era bisogno di scomodare gli astri per ricordarle che in quel periodo con il suo tipo andava tutto a puttane…le bruciava ancora quella scena, ce l’aveva impressa dentro e non l’avrebbe dimenticata, anche se lui aveva fatto di tutto per farsi perdonare e lei, più o meno, gli aveva detto che forse avrebbero potuto provarci ancora…eppure lui la baciava con trasporto quell’altra, alta una spanna più di lei, magra da far invidia ad una top model e così schifosamente bionda da sembrare una diva clonata. Poi lui, pentito, era strisciato da lei per giorni e giorni, finché esasperata d’amore e d’orgoglio ferito gli aveva detto “e va bene, riproviamoci”. Si sarebbero visti quella sera al solito posto, ci pensava ogni secondo, ma era stranamente calma. Uscì e si infilò nel bar accanto, decisa a concedersi un attimo di pace con la cioccolata leggendaria che servivano solo lì, in quel bar di Piazza Barberini…
Seduta di fronte al tavolino, le spalle rivolte al bancone, sorseggiava la cioccolata e leggeva qualche sms degli ultimi giorni. “sono un bastardo, Elisa, ma io amo te! Ti prego, almeno fammi spiegare…mi spiace…” Mi fa quasi schifo, le passò per la mente. E poi ne lesse un altro, senza badare a chi fosse il mittente: “ non piangere, perché le tue lacrime sono le mie lacrime e io voglio condividerle con te solo guardandoti negli occhi”. Questo non era certo lui e sorrise quando lo rilesse. Era passata una settimana da quando l’aveva letto la prima volta e adesso la sensazione di calma l’invase nuovamente. Il cielo di Roma la guardava da dietro la vetrina e risplendeva nei raggi flebili di un sole spento, invernale. “fossi in te mi leverei quei baffi ai lati delle labbra…” Lei sussultò e si accorse di quel ragazzo che le si era avvicinato di soppiatto e che l’aveva spaventata. “Lorenzo!” “strana coincidenza eh? Passavo di qui e ti ho vista entrare…così ho deciso di raggiungerti. Ora sono qui, non come la settimana scorsa attraverso un cellulare, e sono qui per parlarti e condividere quest’attimo.” Sorrise. Parlarono senza mai scostare lo sguardo l’uno dagli occhi dell’altra, senza mai spostare quella mano che per qualche strano caso si sfiorava con quella dell’altro, e i volti così vicini che quasi si toccavano…
Poi il cellulare di lei vibrò. Aprì il messaggio davanti a lui e lesse: “Se solo tu sapessi quanto in realtà io ti abbia sempre amato…” il mittente era “887” e lei immaginò fosse Giulio da internet. Sbuffò: “Lo vedi? Eh? Lo vedi? Ma che devo fare con lui?” Lorenzo intanto la guardava intensamente, il suo sguardo diveniva palpabile ed era vivo, fra loro due, e la avvolgeva tutta, ma lei non voleva accorgersene… “sono così contenta di averti incontrato, Lori, non me l’aspettavo proprio, non qui almeno. E grazie della chiacchierata, della compagnia. Lo sai che ti voglio bene?” “anch’io te ne voglio, Eli. Ora vai…tanto lo so che devi andare.” “già, vado, e cerco di trovare una soluzione a questo casino, in fondo lui è me che ama”. Con un mezzo sorriso uscì e lo lasciò davanti alla tazza vuota. La fece ruotare due o tre volte. Alzò gli occhi, e nel cielo che lo fissava impassibile si vide seduto davanti alla scrivania a scrivere racconti deliranti che erano in realtà il lamento di un amore soffocato da troppo tempo…e si odiò all’improvviso.
Quella sera lei ci era uscita. Avevano chiarito, erano rimasti insieme per tutto il resto della notte e lei ad ogni minuto che passava credeva sempre più fermamente di aver superato le difficoltà che li avevano fatti allontanare. Ogni tanto però i suoi pensieri volavano a quel tesoro di ragazzo che non sapeva definire, non era amico ma non era neanche di più, se ci pensava dentro di sé sentiva solo un sentimento così limpido che le scorreva fra le dita senza lasciare tracce, e poi di nuovo si trovava a pensare a Giulio. Che aveva conosciuto per caso, in una di quelle feste dove la metà della gente non l’hai mai vista e l’altra metà è imbucata; e, forse complice un bicchiere di troppo, avevano parlato e ballato per tutta la notte. Si erano lasciati i numeri di cellulare e nei giorni successivi avevano cominciato a frequentarsi. Poche cose li accomunavano ma negli otto mesi in cui erano stati insieme si erano amati fino a perdere il fiato. Poi l’aveva beccato con quell’altra e improvvisamente il suo mondo fatto di certezze le era crollato davanti agli occhi come un muro di cartapesta, e si era ritrovata d’un tratto sola con il suo dolore, nascosta in un luogo inaccessibile, dal quale osservava la vita che continuava a vivere come un automa dai pensieri in vacanza. Non l’aveva trovata nemmeno Lorenzo, tanto si era estraniata dalla realtà, finché lei non decise di uscire dall’apatia e di tornare, con una cicatrice in più e tanta forza d’animo ritrovata chissà come. Solo un giorno non riuscì a tener testa alle insistenti richieste di Giulio, ed era proprio quel giorno dopo l’internet café…era rientrata nuovamente nella favola, con lui, ma sempre più spesso si svegliava dal sogno e, improvvisamente, si trovava a pensare con chi diavolo stesse impegnando i suoi sentimenti. E la sua dignità tornava a ripeterle “ ti ha tradita e l’hai perdonato troppo presto”. Passò due mesi nella confusione di una storia stiracchiata e nella ripetizione meccanica di quei gesti e di quelle attenzioni che una volta gli riservava con piacere, e che ora non le davano alcuna emozione. Finché, un giorno, non riuscì a dare un nome a quel disagio che le cresceva dentro col tempo, da quella notte in cui loro due si erano rappacificati, e quel nome era “Lorenzo”…si scoprì d’un tratto smarrita in un tumulto di sensazioni che non sapeva definire, e si scoprì diversa. Come tutto diverso era stato il rapporto con Lorenzo da quel giorno. Era disponibile come sempre, allegro come sempre, ma le loro dita non si erano più sfiorate, gli sguardi erano persi altrove e i contatti ricordi del passato. Aprendo la finestra per far entrare l’aria fredda del mattino, alzò lo sguardo e nel cielo di Roma si vide senza più lacrime da versare. Quel pomeriggio aveva dato appuntamento a Giulio in Piazza Barberini e davanti ad una tazza di cioccolata l’aveva lasciato, forse con qualche dubbio, ma ad occhi asciutti. E mentre tornava a casa lo scrisse anche a Lorenzo, il quale si limitò ad un “era l’inevitabile epilogo di una storia perfetta”. Alle sue domande di spiegazione non rispose. Elisa da sola di nuovo guardava le strade che aveva davanti senza essere capace di imboccarne una. Settimane dopo il cammino l’aveva inconsciamente iniziato, alla cieca, incespicando e cadendo; pensava a Lorenzo sperando di trovarvi rifugio, e il sentimento era così limpido da scorrerle fra le dita e portare via con sé il sangue. Ora che era tutto così autentico era anche così inutile. “nel cielo di Roma ti ci puoi specchiare dentro, ci puoi vivere dentro”, le disse un ritrattista di Piazza Navona quel pomeriggio di Febbraio. Lei si girò a guardarlo un attimo senza più lacrime da versare. “e anche nei suoi occhi ci potevi vivere dentro” si allontanò senza aspettare risposta, e fra le dita non rimaneva nemmeno più il sangue.



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