Il BarCollo

scritto da Spartaco Messina
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 7 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Vagamente umoristico...diciamo racconto allegro
- Nota dell'autore Spartaco Messina

Testo: Il BarCollo
di Spartaco Messina

Ezio è stato l'essere vivente più originale che abbia mai conosciuto, donne e animali compresi. Come sapeva vedere il bello nella vita lui, nessuno al mondo. Per descriverlo non basterebbe un trattato di esistenzialismo, quindi partirò dalla fine, quando decise di aprire un Bar nel centro di Marciana Alta, con un angolo di visuale sul mare. I soldi li aveva trovati per caso, o meglio aveva realizzato denaro contante vendendo una proprietà che un lontano zio gli aveva lasciato in eredità.
Questo zio, matto come lui, non si era mai legato a nessuna donna in particolare e non aveva avuto figli, quindi era libero di lasciare la sua piccola fortuna a chi voleva, vale a dire ad Ezio, l'unico che lo aveva sempre difeso per le sue scelte stravaganti.
Il bar era un'osteria, a tutti gli effetti, e così Ezio decise che il nome più adatto ad un luogo di riunione per amanti del buon vino fosse: BarCollo.
Per entrare nel bar c'era bisogno di una parola d'ordine, che veniva passata da cliente in cliente, per lo più amici di vecchia o nuova data. La parola d'ordine era una risposta logica alla domanda che Ezio faceva, a guisa di saluto, quando qualcuno entrava: Barcollo? E la risposta era una sola...Sì, ma non mollo.
Il locale era talmente originale da rappresentare la degna carta d'identità del titolare. Tavolacci in legno di castagno, panche al posto delle sedie, porta bicchieri ottenuti mediante antichi rastrelli in ferro privati del manico ed appesi alle pareti con i denti rivolti all'insù, e scacchiere ovunque, con i pezzi in bella mostra.
Anche gli scacchi erano stravaganti, non avrebbe potuto essere diversamente: in argento e oro, naturalmente finti, in legno tarlato ed intagliato approssimativamente, in vetro e perfino costruiti con pasta del pane, cotta a puntino, in modo tale che quando li catturavi potevi pure mangiarteli come biscottini, tra un bicchiere di vino e l'altro. Il suo motto per gli scacchi di pane era: più mangi e più bevi.
Di questi ultimi ne aveva uno scatolone pieno, che di tanto in tanto rinnovava. Aveva pure cotto un pane speciale per celiaci, che nessuno usava ma che, a suo dire, faceva tendenza.
Nel BarCollo si giocava di tutto. A dadi, a soldi naturalmente, e il più giocato era il terribile seven- eleven, un gioco che ti prende e sorprende. Sette ed undici sono i numeri vincenti, ma solo se escono al primo tiro. Nel caso contrario, supponendo esca il sei, allora il giocatore deve ritirare i dadi cercando di ripetere il sei. Se invece al secondo tentativo uscisse sette oppure undici, allora questi numeri diverrebbero perdenti. E chi gioca i dadi annuncia una posta, per esempio dieci euro, che gli altri giocatori possono coprire, puntando una parte della cifra, oppure tutta.
E poi giochi di carte, di tutti i tipi, dama e scacchi come già detto, e per questi ultimi la puglia è sempre il caffè o una bevuta.
Ma la stranezze non finiscono qui. Infatti Ezio, essendo un patito della 64 caselle, non era quasi mai al banco, e non si alzava dalla scacchiera nemmeno sotto minaccia di kalašnikov, tanto era concentrato sulle mosse.
Ecco allora la sua brillante idea: il banco era tappezzato di avvisi, del tipo più strano.
Servitevi da soli, oppure il vino è lì, i bicchieri là, e i tramezzini sulla mensola. Pagate e datevi il resto...i prezzi sono su, la cassa giù, le mance datele al barbone qui fuori. Chi vuol mangiare apra il frigorifero, prenda il salame ed il pane, e si faccia un panino. Le bruschette aglio olio e pomodoro sono nel fornetto, accendetelo, le pizzette pure. Chi vuole la trippa se la cucini a casa e se la porti nella gavetta. Piatto fondo e cucchiai sono lì, il formaggio in frigo, la grattugia là, con le indicazioni del lì e del là tipo caccia al tesoro.
Il vino rosso è nei fiaschi, quello bianco nelle bottiglie ed è fresco. Il prezzo è uguale. Chi barcolla è invitato a non mollare.
E poi una serie interminabile di cartoline da tutto il mondo, appese con le puntine da disegno su una enorme lavagna, fatta con tappi di sughero macchiati di vino.
Ed un'altra grande trovata fu quella di far scrivere alcune sue poesie su una specie di carta pergamena antica, il tutto in bella calligrafia ottenuta con penne antiche , pennini d'argento del tipo Perry con i quali, nel 1736, la principessa di Carignano premiò il piccolo Mozart in occasione del suo compleanno. Questa cosa Ezio amava ricordarla, anche se nessuno ci credeva, nemmeno lui ovviamente.
E le poesie erano tutte dedicate al buon vino, o al Dio Bacco. La più famosa e più letta era, come pare ovvio, Barcollo ma non mollo, titolo emblematico dell'origine di quel bar.

Barcollo
ma non mollo
mi bevo questo vino
e non mi sdraio supino
faccio la mia mossa
stirandomi le ossa
lunga è la strada
per giungere alla fossa.
Beviamo amici
alla salute vostra
le parole dei nemici
non si mettono in mostra
qui si gioca e si beve
e niente si deve
si gira come in giostra.

Ma la sua grande specialità erano i giochi di prestigio. Riusciva a far sparire le carte dal mazzo degli avversari, e non s'è mai capito come facesse. Va da sé che l'unica spiegazione plausibile fu che Ezio era un baro; un baro mago, ma baro.
Quando morì, i clienti trovarono nell'osteria un testamento: dovevano barcollare a suon di bevute, fino a mollare, quella sola ed unica volta. Aveva preparato tutto in cantina, ed i vini erano i migliori.
A noi vennero le lacrime agli occhi e nessuno seppe mai per colpa di chi, del vino o di Ezio, quel maledetto canchero che ci aveva lasciati soli e sbronzi in questa valle di lacrime.




Il BarCollo testo di Spartaco Messina
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