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La trottola
Era stata certamente una gradevole serata; come sempre, si era simpaticamente parlato di tutto e di niente, ma mi sentivo un poco affaticato e, così, dopo aver brevemente ringraziato i miei ospiti, mi affrettai alla volta dell’uscita.
Sulle ali di una musica, che giungeva distintamente ad animare l’aria brumosa di quella notte invernale, avviato alla volta della mia autovettura, raggiunsi la spianata prospicente alla villa, che giaceva isolata nell’aperta campagna.
Mentre mi stavo accingendo a ricercare la chiavetta d’accensione negli anditi delle tasche, le mie scarpe di vernice scricchiolavano sul terreno gelato, ma mi pareva di cogliere, insieme, anche un rumore discreto di piccoli passi. Mi girai, ma non mi riuscì di cogliere altro, se non il profilo illuminato della villa, stagliarsi sullo sfondo buio delle atmosfere di quell’ora antelucana. Dunque, mi rivolsi ancora nella direzione dell’automobile ed ecco risuonare nuovamente il sommesso calpestio; a quel punto, ne ebbi la certezza: qualcuno si stava muovendo furtivamente dietro di me! Ed i miei pugni, quasi automaticamente, presero a serrarsi, per un istinto di autodifesa, temendo il prossimo sopravvenire di un furto o d’un’aggressione.
Feci per tornare indietro, alla ricerca d’aiuto, mentre i miei occhi, eccitati, cercavano di fendere la caligine intorno, con timorosa circospezione. D’un tratto, un richiamo: «Mi scusi signore, mi potrebbe aiutare a ritrovare la mia trottola? Ci stavo giuocando e l’ho perduta!». Si trattava di una voce di bambina, un poco querula ed impacciata. Abbassai lo sguardo e, stupito, scorsi proprio una figuretta infantile, avvolta in un abito bianco, stretto in vita da una fascia di un diverso colore, che l’oscurità notturna non mi permetteva di distinguere. «Ma cosa ci fai qui, tutta sola?», le risposi, «A quest’ora, le signorinette della tua età già dovrebbero essere a letto da un pezzo. E, poi …», ancora la incalzai, « … con tutta questa umidità ti buscherai certamente un brutto malanno! ».
Mi scrutò supplichevole ed un poco mortificata, mentre una lagrima, lieve, lieve, scendeva a rigarle la guancia delicata; al che, alquanto intenerito, le concessi: «D’accordo, t’aiuterò a cercare la tua trottola, ma, poi, quando l’avremo ritrovata, ti riaccompagnerò subito a casa!». Lei s’illumino d’un tratto di quel fascinoso sorriso che è proprio di tutti i bambini, annuì con un cenno del piccolo capo, facendo graziosamente ondeggiare i lunghi boccoli chiari e mi rispose con un trillo: «La ringrazio signore!», poi, avviandosi sicura verso il prato ravvolto nell’ombra, mi soggiunse: «Stavo giuocando proprio qui!».
La seguii per una ventina di metri almeno, ripercorrendo i suoi passi e, quindi, al lume velato della luna invernale, m’ingegnai, nel tentativo di poter scorgere occhieggiare fra l’erba il contorno di qualche massa innaturalmente tondeggiante. Trascorso qualche attimo, ecco la fanciullina esclamare estasiata: «L’ho vista! L’ho vista!» e prendere a correre, nella direzione di una grande massa scura, posta sul limitare digradante del prato. Ebbi un balzo: si trattava di una grossa buca, ragion per cui mi misi a rincorrerla e, allungando le braccia, mi riuscì di prenderla per il vestito, ma questi si lacerò, lasciandomi nelle mani un lembo di seta bianca. Nel frattempo, la bambina, ridendo gioiosamente, si gettò letteralmente a capofitto in quella cavità del terreno, che l’accolse, senza che si producesse nemmeno il più lieve fruscio. Udii, quindi, la signorinetta ridere ancora dal basso, esclamando gaiamente al mio indirizzo: «Grazie signore, grazie! Ho trovato la mia trottola, l’ho ritrovata!».
La fossa nella quale era capitombolata la bambina mi pareva alquanto profonda e, dunque, seriamente preoccupato, mi affacciai al suo orlo, senza che, però, mi riuscisse di scorgere alcunché. «Ti sei fatta male?» le gridai, ma nessuno mi rispose; a quel punto, io, allarmato dall’improvviso silenzio della fanciullina, mi misi ad accendere freneticamente un fiammifero dopo l’altro e, tuttavia, al povero baluginio di quel mio misero focherello, il fondo della buca m’apparve presentarsi, nella sua assoluta desolazione, con l’apparenza di uno spazio del tutto vuoto e deserto.
Dolorosamente allibito, mi trascinai allora sino ad una pietra lì vicina, accasciandomici sopra, in preda ad una impotente costernazione. Non potendo far altro, con un gesto meccanico, accesi l’ultimo zolfanello che mi era rimasto e, volgendo vacuamente lo sguardo verso il basamento di quel mio improvvisato sedile, m’avvidi d’essermi assiso su di un cippo scolpito; alzandomi, ne scorsi curioso l’iscrizione:
«In Memoria di Giorgina X,
dall’amore dei genitori ghermita
ad opera di un prematuro destino,
nell’anno del Signore 1826.».
Vi parrà strano, ma non m’impaurii; nemmeno successivamente, quando, cercando la pipa, mi ritrovai nella tasca il brandello, un poco strappato, di quell’abito bianco della mia repentina visione.
Procedendo, finalmente, nella direzione della mia autovettura, sorrisi ad un conoscente che incrociai per via ed egli analogamente mi rispose, a sua volta, con un’aria lievemente complice. Di certo, mi aveva ritenuto reduce da una recondita avventura e, in fondo, non aveva del tutto torto, poiché non capita certo tutti i giorni di poter aiutare una bambina, che ricerca il proprio balocco, a riprendere quel suo giuoco segreto, sperduto fra le anse misteriose del tempo …