Io guardo sempre giù

scritto da SimoneMusician
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Autore del testo SimoneMusician

Testo: Io guardo sempre giù
di SimoneMusician

A settembre il mare cambia voce. Non è ancora autunno, ma l’estate ha già cominciato a ritirarsi. Le spiagge si svuotano, gli stabilimenti chiudono uno dopo l’altro, e la luce del pomeriggio diventa più obliqua. Il cielo sembra più grande e il mare, forse per questo, più profondo.

Veronica aveva ventisette anni e una bellezza che, a guardarla distrattamente, poteva sembrare quasi facile. Era alta, esile, con i capelli scuri e gli occhi grandi. Era bellissima. Aveva un viso che la macchina fotografica amava. Per questo, ogni tanto, lavorava come modella. Più spesso fotografava lei gli altri: matrimoni, piccoli eventi, ritratti, qualche servizio per negozi o agenzie. Faceva quello che trovava.

Non sempre, però.

Da quando era adolescente soffriva di depressione maggiore. I periodi peggiori arrivavano a intervalli irregolari, senza chiedere permesso. A volte duravano settimane, altre volte mesi.

Durante quelle fasi Veronica spariva.

Non fisicamente. Rimaneva nella sua stanza, rispondeva al telefono quando riusciva, mangiava qualcosa, dormiva troppo o troppo poco. Ma sembrava essersi ritirata da qualche parte dietro i propri occhi.

Quando stava meglio, invece, recuperava una vitalità quasi sorprendente. Rideva. Lavorava. Usciva. Faceva fotografie fino a consumare la batteria della macchina. E sembrava impossibile che quella stessa ragazza potesse, pochi giorni prima, non avere avuto la forza di alzarsi dal letto.

Alberto la conosceva appena. Era suo cugino, ma le loro famiglie si erano frequentate poco. Si erano visti tre o quattro volte, in occasioni diverse, senza mai avere avuto modo di parlare davvero.

Quel settembre Alberto aveva saputo che Veronica era libera per qualche giorno.

«Ti va di andare al mare?»

Lei gli aveva risposto dopo qualche minuto.

«Sì.»

Poi aveva aggiunto:

«Volentieri.»

Fu così che partirono.

Durante il viaggio Veronica parlò molto. Raccontò ad Alberto di un servizio fotografico andato male, di una modella che aveva conosciuto qualche settimana prima, di un fotografo che pretendeva di sapere tutto e non sapeva quasi niente. Rideva. Ogni tanto indicava qualcosa fuori dal finestrino.

«Guarda quella casa.»

«Quale?»

«Quella bianca.»

«E allora?»

«Ha una luce bellissima.»

Alberto la guardò.

«Tu fotografi tutto?»

«Quasi.»

«Anche me?»

«Sí»

«Perché?»

Veronica lo studiò per qualche secondo. Click.

«Sei abbastanza fotogenico.»

Alberto rise.

«Grazie.»

«Prego.»

Era facile stare con lei. Quella fu la prima cosa che pensò Alberto. La seconda fu che, nonostante la conoscesse così poco, Veronica gli dava l’impressione di essere una persona che aveva imparato a convivere con qualcosa di difficile. Non sapeva ancora cosa.

Al mare passarono una giornata semplice. Mangiarono panini seduti sulla sabbia. Entrarono in acqua. Camminarono lungo la riva. Veronica era affettuosa, spontanea, a tratti infantile. A un certo punto gli prese il cappello e se lo mise in testa.

«Mi sta meglio.»

«È mio.»

«Adesso è nostro.»

«Restituiscimelo.»

«No.»

Alberto cercò di riprenderglielo e lei scappò ridendo.

Sembrava una ragazza come tante.

Forse era proprio questo a rendere difficile capire.

La depressione non aveva un volto preciso. Non arrivava sempre con le lacrime. Non annunciava il proprio ingresso. Qualche volta era soltanto una pausa troppo lunga nel mezzo di una frase.

Nel primo pomeriggio Veronica prese la macchina fotografica. Cominciò a scattare. Il mare. Un bambino con un secchiello rosso. Una coppia anziana. Un pescatore. Una bicicletta appoggiata a un muro. Alberto la osservava.

«Che cosa cerchi?»

«La luce.»

«E la trovi?»

«Qualche volta.»

Continuò a fotografare. Poi, senza alcun motivo apparente, si fermò. Abbassò la macchina. Guardò il mare. Rimase così per quasi un minuto.

Alberto aspettò.

«Tutto bene?»

Veronica si voltò.

«Sì.»

Il sorriso era arrivato subito. Troppo subito.

«Scusa. Ero distratta.»

Alberto annuì. Non insistette.

In quel momento non sapeva ancora che avrebbe imparato a riconoscere quella particolare assenza.

Nel tardo pomeriggio lasciarono la spiaggia. Salirono lungo un sentiero che costeggiava la scogliera. Il vento era più forte. Il sole cominciava a scendere. Veronica camminava qualche metro davanti a lui. Poi Alberto si fermò a guardare il panorama. Quando rialzò gli occhi, lei non era più sul sentiero.

La cercò. La vide poco più avanti. Mi

Era seduta su un vecchio muricciolo di pietra. Dall’altra parte c’era il vuoto. Sotto, la scogliera precipitava verso il mare.

Veronica guardava giù.

Era immobile.

Alberto sentì un’improvvisa paura.

«Veronica.»

Lei non rispose.

«Veronica.»

Niente.

Alberto si avvicinò.

Lei continuava a guardare in basso.

Non sembrava accorgersi di lui.

«Veronica.»

Ancora niente.

Alberto arrivò vicino al muricciolo.

«Ehi.»

Le prese delicatamente un braccio. Veronica si lasciò guidare senza protestare. Lui la fece scendere. Poi rimase davanti a lei.

Per qualche secondo non disse nulla. Non sapeva cosa dire. Aveva intuito che quello non era un semplice momento di distrazione.

«Guardami.»

Veronica alzò gli occhi.

Erano bellissimi. E terribilmente lontani.

Alberto provò una sensazione che non aveva mai provato prima: la certezza di essere davanti a qualcosa che non comprendeva e che, tuttavia, non poteva permettersi di ignorare.

La prese per le spalle.

«Veronica, ti prego.»

Lei lo guardava senza parlare.

«Esci da quel buco nero. Perchè stavj guardando giù?»

Le parole gli uscirono quasi senza pensarci.

Veronica abbassò lo sguardo. Poi lo rialzò.

E disse piano:

«Io guardo sempre giù.»

Alberto rimase zitto.

Il vento passava sopra di loro. Il mare, molto più in basso, continuava a muoversi.

«Da quanto?»

Veronica fece un piccolo sorriso. Non era un sorriso felice.

«Da sempre.»

«Sempre quanto?»

Lei ci pensò.

«Da quando ero ragazzina.»

Alberto annuì lentamente.

Non le chiese altro.

Per la prima volta capì che non avrebbe trovato la frase giusta. Non esisteva una frase giusta. Non poteva dirle che sarebbe passato. Non poteva prometterle che non sarebbe successo di nuovo. Non poteva nemmeno dirle di essere forte. Forse Veronica era stata forte abbastanza per tutta la vita.

«Andiamo», disse soltanto.

Lei non si mosse.

«Dove?»

«In macchina.»

«Perché?»

«Perché qui non mi piace.»

Veronica lo guardò.

«Hai paura?»

Alberto non mentì.

«Sì.»

Lei rimase in silenzio, poi scese dal sentiero. Camminarono insieme.

Arrivati alla macchina, Veronica si sedette sul sedile del passeggero. Non parlava più. Alberto mise in moto. Dopo qualche minuto disse:

«Scusa.»

«Non devi chiedermi scusa.»

«Ti ho rovinato la giornata.»

«No.»

Alberto guardava la strada.

«Non hai rovinato niente.»

Lei appoggiò la testa al finestrino. Rimasero in silenzio per parecchio tempo.

Poi Veronica disse:

«Non so perché succede.»

Alberto non rispose subito.

«Forse non devi saperlo tu per forza.»

Lei lo guardò.

«Tu non sai niente di me.»

«È vero.»

Veronica sorrise appena.

«Allora perché sei venuto a prendermi?»

«Perché sei mia cugina.»

Lei continuò a guardarlo. Sembrava sorpresa. Come se quella risposta, proprio perché così semplice, fosse difficile da comprendere.

Alberto riprese a guidare.

«E poi perché oggi avevamo detto che andavamo al mare.»

Veronica abbassò gli occhi.

«Giusto.»

Fu tutto.

Non ci furono confessioni. Non ci furono promesse. Non ci fu nessuna improvvisa guarigione.

Soltanto due persone sedute nella stessa macchina, legate da un rapporto familiare ancora fragile e quasi nuovo, che da quel giorno avrebbe avuto un significato diverso.

Prima di tornare a casa, si fermarono a bere qualcosa. Veronica tirò fuori la macchina fotografica. Guardò le fotografie della giornata. Una dopo l’altra. Si fermò su una fotografia del mare. Era stata scattata prima del tramonto. La parte bassa dell’immagine era quasi nera. Sopra, invece, il cielo conservava ancora una striscia di rosa.

Alberto guardò lo schermo.

«Questa è bella.»

«Sì.»

«Come la chiami?»

Veronica ci pensò.

Poi disse:

«Giù.»

Alberto la guardò.

Lei sorrise.

«Perché io guardo sempre giù.»

Lui non rise.

«E qualche volta?»

Veronica rimase in silenzio.

Poi guardò fuori dal finestrino.

«Qualche volta guardo anche davanti.»

Alberto annuì.

«Va bene.»

Non disse altro.

Ripartirono.

Il mare rimase alle loro spalle.

Quella sera Veronica sarebbe tornata a casa. Alberto sarebbe tornato alla sua vita. Non si sarebbero salvati a vicenda. Non si sarebbero innamorati. Non sarebbe nata tra loro nessuna storia straordinaria. Sarebbero rimasti semplicemente cugini.

Ma, da quel giorno, Alberto avrebbe saputo che dietro il sorriso di Veronica esisteva un luogo buio nel quale lei entrava ogni tanto.

E quando lei, qualche tempo dopo, gli avrebbe scritto soltanto:

«Oggi guardo giù.» lui avrebbe saputo che non era una frase qualunque.

Avrebbe risposto.

Non con grandi parole. Non con consigli.

Solo:

«Ci sono.»

E, per quella sera, sarebbe bastato.

Io guardo sempre giù testo di SimoneMusician
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