Carissima "Coccinella",
ti scrivo questa lettera perché voglio chiarire il nostro rapporto una volta e per tutte, e ti scrivo perché con le parole ci ho provato più volte, ma senza successo. Quell'odioso complesso di regole non scritte, quelle pause, quel parlare involontariamente ambiguo, quel maniacale stemperare i toni, anche se in perfetta buona fede, mi metteva sempre in difficoltà, mi obbligava sempre ad usare lo stesso metodo, mi metteva spesso in sufficiente imbarazzo da costringermi a lasciar perdere... Per cui ti scrivo, e ti scrivo in barba alle convenzioni "sociali", in barba alla diplomazia, in barba al "sembrerà brutto se". Sarò drastico, brutale, a costo di ferirti; me ne rendo conto, ma è questo talvolta il prezzo della sincerità.
Quando sono arrivato quaggiù al Poggio, a ottobre scorso, venni accolto calorosamente. Come ogni volta che mi hanno trasferito, pure stavolta mi rendevo conto di essere il diversivo, la novità (peraltro neppure tanto esaltante) per la perennemente annoiata gioventù locale. Contro la noia, però, c'è poco da fare, e quindi ben presto sarei stato messo da parte, come le bomboniere della zia, il cui scopo dopo la prima occhiatina è quello di caricarsi di polvere in attesa di essere fiaccamente ripulite da una ragazza che proverebbe gran piacere a buttarle via.
Sono meno squallido dei miei colleghi e quindi, prevedibilmente, ho catturato l'attenzione di qualcuna di voi. Non sono mica un Richard Gere... ci vuole così poco a far andare in batticuore una ragazza?
Anna è stata la prima ad "accorgersi" di me. Mi ronza intorno, mi sta vicino, sembra che con quegli occhietti vispi mendichi se non una carezza, almeno una parola. Per un po' l'ho sadicamente torturata, le ho parlato sempre e solo di cose assolutamente insignificanti per lei. Che vuoi che possa importargliene a una sedicenne (meno della metà dei miei anni!) di sottomarini, di cardinali, dei princìpi di funzionamento dei motori a turbina? Macché! Mi ascoltava estasiata, come se le stessi facendo l'agognata dichiarazione d'amore. Visto che non riuscivo ad annoiarla, ho cominciato ad evitarla, ad evitare di incrociarla, e a trovar scuse per non parlarle. Vigliacco e crudele? Sì, perché non vorrei crearle il dannato precedente del sospettare (anche solo sospettare!) di sentirsi ricambiata (sia pure di un centimillesimo!) da uno che ha pressoché gli stessi anni di suo padre. Spero che le passi presto l'infatuazione, magari a favore di un suo coetaneo più timido ed impacciato di lei.
Poi c'è Chiaretta. Sì, tredici anni. Ed io ancora trentaquattro, come sopra. Poverina. Imbottita di televisione, una famiglia sconquassata, minigonne e stivaletti e abitini senza limiti di spesa, e che fa? Va a perdere la testa per me, che le avrò parlato sì e no tre volte, e per giunta solo di pallone e di sommergibili. Anche con lei devo essere crudele, standole ben alla larga. Oh, non che lei sia da considerare pericolosa. E' una cotta passeggera, a tredici anni si cambia idea in fretta (qui in condizioni ordinarie aggiungerei "purtroppo": l'età dei capricci sembra essere sempre più allungata, e talvolta non finisce neppure a cinquant'anni). Devo solo aspettare, a distanza di sicurezza, che le passi questa "febbre". Anche con lei, dunque, sto ben lontano.
Poi ci sarebbe Annamaria. Ha trent'anni abbondanti e una discreta lista di "pali" rumorosamente presi. Non appena ha avuto l'occasione ha cominciato un mezzo tentativo di approccio con me. Mi fece delle strane domande, molto personali: quelle domande che una donna fa a un uomo per sapere se lui sarebbe disponibile a farsi corteggiare. Non sono mica scemo: ho capito al volo dove voleva arrivare. Bastava che io le rispondessi di non disperarsi quando lei mi diceva che non trovava ancora l'uomo "giusto", che lei mi avrebbe definitivamente classificato come possibile target e magari innescato la reazione a catena. Però, isterica com'è, anche se per assurdo io avessi accettato di starci, sarebbe stata più certa la lite continua che il fidanzamento tutto rose e fiori. E poi, scusa, una strega isterica di un quintale e mezzo aspettava proprio uno come me per trovare "finalmente" l'uomo "giusto"? Povera sognatrice... non sai che si matura proprio quando si smette di vivere nel mondo dei sogni e si comincia ad affrontare sinceramente la realtà?
Quindi c'è Luciana. Ventidue anni, già. Pure lei "indagava", ed io devo aver commesso l'errore (involontario, certamente) di lasciarmi scappare qualche monosillabo "possibilista" (vedi? vedi? capisci perché ho bisogno di scriverti anziché di parlarti? la lingua italiana è così semplice, ma voi donne - sì, purtroppo anche gli uomini - la rendete così complicata! basta che uno usi un verbo all'impersonale senza fare fino all'ultimo tutti i distinguo del caso, che la signorina di turno la prende come se si trattasse di una risposta esplicita e diretta a lei). Purtroppo non riesco a scollarmela di dosso. Viene talmente spesso da me per parlarmi, che mi ha fatto già beccare un quarto di richiamo informale. Ma c'è di più: figlia unica, amicizie superficiali, ambiente di studio zeppo di donne... e quindi il "partito buono" se lo viene a cercare laddove non dovrebbe, con la scusa (purtroppo ben fondata) che io sono l'unico che l'ascolta! Se sapesse che tante volte sto a sentire le sue stupidissime chiacchiere solo per tenermi impegnato ed evitare di parlare con gente ancor più insignificante e rompiscatole...!
Luciana, già. Proprio lei che domenica mattina ti venne accanto, trionfante: "eh, ieri sera sapessi quale onore che ho avuto!". L'onore di star seduta accanto a me in pizzeria. Tavolo da dieci posti, e lei strategicamente si infila verso il muro, per guadagnare questo "onore" da vantare esattamente dodici ore dopo alle tue auguste orecchie. E se perfino Luciana ha capito che anche tu hai una cotta per me (tanto da voler provocare la tua gelosia con quella battuta), vuol dire che lo hanno capito in molti.
Sì, proprio tu. Da mesi non riusciamo a parlarne chiaramente: hai visto che per iscritto è così facile? Hai una cotta per me, ed io l'ho capito subito. Doveva essere inizio novembre quando mi chiedesti "cosa ne pensi di me?". Quante volte ho sentito questa domanda. Sembra che dalle nostre parti sia una formula femminile che intenda un invito a farsi corteggiare.
La prima volta che mi sentii fare questa domanda ero giovane e inesperto: capii e le risposi: "beh, cosa ti devo dire? conosciamoci meglio!" (giuro: intendevo un legame sincero, sano!) Lei mi sorrise ed io pensai: "è fatta! è fatta! è questione di tempo, e tra poco sarò fidanzato!". Infatti pochi giorni dopo lei cominciò a scansarmi come se avessi la peste bubbonica. Ed io, giovane e inesperto, continuai ad aggravare il suo "disamoramento" telefonandole, facendole piccoli favori, cercando di continuare il discorso da quel suo "cosa ne pensi di me". Niente da fare: ero la peste bubbonica e basta. Era bastato rispondere "male" a quella domanda... A distanza di tantissimi anni, ricordo ancora il suo numero di telefono, visto lo spropositato numero di volte che lo composi.
L'ultima volta che ero intenzionato a rispondere "bene" a quella domanda fui talmente imbranato che probabilmente si scatenarono tutti gli istinti materni della ragazza che me la stava facendo. E infatti arrivammo al fidanzamento a tempo di record. Verrebbe quasi quasi da scherzarci su, dicendo: "eh, l'avessi saputo prima...!"
In questi ultimi anni mi sono sentito rivolgere parecchie volte, sia pure con forme leggermente diverse, sempre quella stessa fatidica domanda. A novembre scorso toccò a te: "cosa ne pensi di me?". Forte dell'esperienza acquisita, ti risposi subito, per evitare che anche un attimo di silenzio potesse sembrarti la risposta che più temevi (o che più sognavi). Ti dissi "non so, in che senso?", sperando di imbarazzarti, di costringerti a svicolare, di forzarti a mostrare subito le tue carte. Non so se mi crederai, ma te lo dico lo stesso: è proprio da quella volta che ho capito che hai perso la testa per me (quanto sia stata forte all'epoca tale infatuazione lo lascio giudicare a te). Te l'avevo detto che sarei stato sincero fino ad essere brutale!
Sorprendentemente (eh, non si finisce mai di imparare!) tu mi rispondesti con una raffica: "di me, come persona, che ne pensi? che pensi di me, come ti sembro? cosa noti in me?". Mi arresi a quell'interrogatorio solo per pigrizia, solo per scappar via il prima possibile. E ti dissi: "beh, hai un carattere dolce...". E fu così che feci il primo danno.
Sì, sincerità per sincerità, lo ammetto: sei il mio tipo. La ragazza "materna" con cui mi ritrovai fidanzato era come te. Grassa come te, e senza sensi di colpa (mica come Luciana, che per quei tre etti e mezzo in più del peso-forma si sta massacrando in palestra! dunque quei tre etti fuori posto non stanno nelle anche ma nella testa). Grassa, senza essere un armadio gigante come Annamaria. Grassa e basta. Sì, lo so, "grassa" suona male, è una parola tabù, ma non è con un termine più delicato che spariscono i chili. E poi, scusa, dove sta scritto che la bellezza di una donna deve equivalere alla somiglianza fisica con la fotomodella anoressica del momento? Io sono uno della categoria (purtroppo minoritaria) di uomini che guardano in una donna assai più il cuore che le curve. E che tu sia una novantina di chili non può minimamente intaccare il mio giudizio su di te.
Chissà. Sarà perché la mia storia più bella l'ho vissuta con una col tuo fisico, con i capelli corti come i tuoi, con un timbro di voce musicale come il tuo... chissà, sarà forse perché tu sei davvero dolce, davvero semplice, assai meno isterica delle tue coetanee... Beh, sì, lo potrei ben dire che sei il mio tipo. Ma dove sta scritto che quando due sono "in sintonia" devono piantare tutto il resto e mettersi insieme? "Sintonia" qui, "sintonia" lì, "colpo di fulmine" là, e uno cambia fidanzata decine di volte, e quando arriva ai quarantacinque anni gli vengono tutti quegli squallidi complessi del "sarà davvero questa la donna giusta?" (la "donna giusta" e "l'uomo giusto" sono due figure mitiche, inesistenti, perennemente rinvigorite dalle chiacchiere di giovani e meno giovani). Così, dopo aver cercato la "donna giusta" per più di trent'anni consecutivi, finiscono come quello dell'autofficina, cioè a sposarsi un'immigrata dell'est a caccia di nazionalità italiana, pur di avere la cameriera multiuso...
Un altro mio errore nei tuoi confronti è stato sfiorarti i capelli per dirti "che acconciatura frizzante". Solo dopo mi resi conto che quella "toccata e fuga", così breve, così poco intensa, l'avevi sentita come un'interminabile carezza, una dolcissima carezza. Proprio io che ho sapientemente e alacremente programmato una gestualità austera, proprio io cascavo in un simile errore! So che quella donna che ho davanti va in tachicardìa ogni volta che mi vede, e che faccio? le tocco i capelli? stringerle frettolosamente la mano è già pericoloso, è già sinonimo di triplicazione della sua adrenalina, e io le vado a toccare i capelli? Sì, ti ho toccato i capelli. Appena appena sfiorati. Un gesto che mi è venuto su incontrollato. E' bastato così poco! Se penso ai miei amici, ai ragazzi di qui, che vivono per ventiquattro ore al giorno di sesso (pressoché tutto parlato, di fantasia o virtuale)...! Forse neppure ammetterebbero la possibilità che sia bastato sfiorarne i capelli per far rullare il cuore di una ventiseienne come un esercito di tamburi!
Poi, altre volte, di sabato sera, la solita uscita "in comitiva", e ti chiedevo: "tu non vieni?". Era pura curiosità, era un modo per dare aria alla mia lingua, e mi rendevo conto solo dopo (come al solito) che alle tue orecchie quella frase arrivava un po' più romantica, come se io avessi detto disperatamente "come farò stasera senza la tua compagnia?". Quando il cuore batte forte, uno capisce sempre a modo suo... Certo, ammetto che la tua compagnia non mi sarebbe stata affatto di peso: quando hai attorno molte persone insignificanti, ti risulta ancora più piacevole lo stare accanto a una persona sana, e così avrei ottemperato al mio compito di accompagnarli in pizzeria senza crepare di noia.
Ma no, tu in pizzeria non ci venivi. Dovevi rientrare presto a casa, sei in cura.
Già, la tua salute. Qualche rara volta hai accusato la tua malattia, come se fosse una persona che ti perseguitasse per il puro piacere di vederti soffrire. Ma era evidente che lo hai fatto sperando di guadagnarti un po' di compassione, ossia di attenzione da parte mia. Magari mi dicevi quelle cose pensando di stimolarmi la versione maschile del "complesso dell'infermiera".
E invece io avevo già intuito che tu non ti sei affatto arresa al tuo male. Come sono bravo, eh? Macché! Si vede, si capisce! Fare attività qui di sabato e di domenica, più lo stressante lavoro dall'avvocato, più la tua gioia di vivere, più la tua voglia di combattere quel male, lo dimostrano ampiamente. Ti invidio, sai? Non so da dove prendi tutta questa forza - eppure io, proprio io, dovrei saperlo! So per certo che mi basta una piccola influenza a farmi disperare. Non so soffrire (io, proprio io!), ho appena una briciola di quella forza che hai tu. Ti ammiro. Mi piaci, mi piaci forse soprattutto per questo. E' come se lo stare accanto a te facesse crescere in me questa forza di combattere, proprio ciò che sembra mancarmi. E prima o poi, se vivrò a lungo, i conti con le malattie dovrò farli, e sarà dura...
Tu ora starai pensando: ma come, mi consideri dolce, mi ammiri addirittura per una qualità che non penso di avere, e come se non bastasse ti piaccio anche fisicamente, nonostante il fisico tutt'altro che da pelle-e-ossa da ricovero... e stai lì, fermo, impalato, addirittura architettando modi, parole e metodi per non starmi accanto, per non sfiorarmi neppure?
Esatto. Proprio così. Mi piaci, mi piaci alquanto, lo ammetto. Ma non è quel "mi piaci" che deve sfociare necessariamente nel "dobbiamo assolutamente stare insieme" (sarebbe una lamentela da egoisti, poiché non guarda alla libertà altrui). Non deve, non può. In primo luogo perché non è detto che una cosa che ci piace dev'essere automaticamente nostra. Farei assai volentieri il comandante di sommergibile, è una delle cose che ho più desiderato e sognato nella mia vita. E invece no, non posso farlo, non potrò mai farlo. Sono certo che ciò non accadrà mai, ma non resto infelice, non resto con l'amaro in bocca, non mi sento incompleto. I sommergibili mi piacciono lo stesso, restano la mia passione, dirò sempre a tutti che ne vado pazzo, mi emoziono al solo vederli o parlarne, ma non soffro minimamente per il fatto che non potrò mai farci neppure un "giretto"...!
Un mese fa è successo qualcosa in te. Non so cosa può averlo innescato. Forse i mesi passati qui, e quei nostri incontri del fine settimana (sia pure ridotti spesso a un saluto da lontano o a una stretta di mano). Forse è stata un'amica che ti ha consigliato. O forse addirittura tua sorella, chissà.
Fatto sta che una domenica sera, mentre sto per andare a letto, mi ritrovo sul cellulare un tuo messaggino abbastanza imprevisto: "volevo dirti... tvb". Quel "tvb" mi ha scosso un po'. Ho pensato: "ho davvero fatto il guaio". Sono già impegnato e mi ritrovo ad aver fatto (più o meno involontariamente) innamorare di me una ragazza. Al punto che lei stessa si è dichiarata, vincendo chissà quali remore e dubbi. Ho faticato parecchio per prendere sonno, spremendo alquanto le meningi per farmi venire un'idea, per una risposta che calmasse i tuoi bollenti spiriti e ridimensionasse quel "ti voglio bene". Niente, l'unica cosa che mi veniva in mente è "ho fatto un guaio".
Vedi, quel guaio non è "sociale". Non m'interessa per niente quel che direbbe la gente. E altrettanto indifferente mi lascia la peggiore delle ipotesi, cioè che tu possa un giorno accusarmi di averti in qualche modo "sedotta e abbandonata". L'unica cosa che mi sta a cuore è che tu non viva il complesso dell'amore bello e impossibile. Il mio "guaio" consiste infatti nell'essere (spero non troppo) colpevole di aver contribuito ad innescare un processo sentimentale di cui l'esito (per te doloroso) è scontato.
Il mattino dopo avevo preso la risoluzione di non scriverti e di non telefonarti. "Tanto sabato ci vediamo", mi dissi, "e troverò il modo di chiarire". Eh, già. Le ultime parole famose.
Quel sabato non ci vedemmo; ti aspettavo con ansia anche se non sapevo cosa dirti (speravo nell'ispirazione momentanea, sapevo solo che mi toccava essere il più duro e preciso possibile). Ci vedemmo la domenica, e quando mi stringesti la mano avevi due occhi bellissimi, come non te li avevo mai visti, gli occhi di una donna innamorata, uno sguardo difficile da dimenticare. Non ci fu modo di "parlarti". Quella sera, visto che era passata esattamente una settimana, pensai di scriverti un messaggino sul cellulare per risponderti per le rime. Ma cosa si può rispondere senza far del male ad una donna che ti ha detto, sinceramente e faticosamente, "tvb"? Niente. Nessuna geniale ispirazione venne al genio che in questo momento ti sta scrivendo.
Passò un'altra settimana. Quel sabato sera ci incontrammo di nuovo sulla piazzetta. Ed era l'ora della pappa. Così, mentre gli altri radunavano la comitiva per la solita capatina in pizzeria, io puntavo dritto al bersaglio: "ma quel messaggino lo avevi mandato proprio a me?". Capisti benissimo, e non ti imbarazzasti minimamente quando dicesti di sì. Piuttosto, mi imbarazzai io, e ti raccontai (gran frottola) che una volta un amico mio mi aveva spedito un messaggio del genere solo perché la sua ragazza aveva il mio stesso nome e lui aveva sbagliato a pigiare i tasti nella rubrica. Serviva per darti una scappatoia comoda ed elegante. Avresti potuto dire: "uh, hai ragione, è vero, ho sbagliato ad inviarlo e solo ora lo sto capendo, mi dispiace, guarda, lo so già che sei impegnato, non avrei mai tentato di insidiare il tuo povero cuoricino già impegnato...". E invece no, non dicesti nulla di tutto questo. Mentre raccontavo quella frottola mi guardavi, e non provavi la minima difficoltà. Ero io sulla difensiva, ero io la preda!
Proprio lì, proprio in quel momento era il caso di chiarire tutto. E invece ci separammo di nuovo, perché quando si sta in mezzo a una comitiva è impossibile parlare seriamente con una persona per più di quindici secondi (e sono stato assai ottimista).
Passa un'altra settimana, e stavolta sei tu che vieni da me, e mi dici: "stavo per scriverti un'altra cosa... ma poi mi sono fermata". Faccio il curiosone solo perché spero di arrivare subito al "dunque" (e chiarirti una volta e per tutte come e perché non dobbiamo andare avanti su questa cosa), e ti chiedo "perché ti sei fermata?". E tu, candidamente: "perché ti saresti arrabbiato". E ci accomiatammo così, con il sottoscritto ridotto a una mortadella, forse addirittura a bocca aperta senza accorgermene, perché vuol dire che il discorsetto che avevo in mente di farti non sarebbe servito a niente: già sapevi, già avevi capito, già avevi deciso.
Vedi? Vedi? Quante cose che intuiamo (o crediamo di intuire) e invece non ce le siamo dette, no, proprio no, non ci siamo detti nulla... In queste settimane abbiamo parlato poco, quasi per monosillabi, eppure ci sono tanti, tanti discorsi dietro. Uno sguardo, una stretta di mano, due mezze parole, un quarto di sillaba, e sta diventando una storia sentimentale complicatissima...
La settimana successiva fui io a fare la prima mossa; ci avevo pensato tutti i giorni - beh, per lo più mi chiedevo: "ma possibile che io mi stia facendo coinvolgere così tanto per quella che dovrebbe essere una piccola cosa?".
Passato dunque all'attacco, chiedo: "allora, cosa mi volevi scrivere, che poi non mi hai più scritto?". E tu, senza scomporti troppo, ancora con quello sguardo, con quel sorriso, mi dici: "no, ti saresti arrabbiato; ci penserò, vedrò se è il caso di scrivertelo".
Anche stavolta sono io in difficoltà. E' passata un'altra settimana, e sono ancora in difficoltà, non so che dire.
Il mio scopo è conservare l'amicizia con te - sì, lo so, io sono sempre stato il primo a odiare l'idea che una donna di cui sei innamorato ti dica "no, rimaniamo amici, non roviniamo quest'amicizia": ossia, "palo"... Il mio scopo è che tu non dia troppo seguito a questa tua infatuazione per me. Il mio scopo è che tu, che sai bene chi sono io, capisca che non tutto ciò che ci piace è necessariamente fatto per noi.
Ti ho scritto questa lettera proprio per dirtelo senza troppi fronzoli. Ti ho scritto questa lettera proprio per ricordarti ciò che è successo finora. Hai ben visto che non sei l'unica ad aver perso la testa per me, e sai già con quale delicatezza mi son comportato con le altre "pretendenti". Ti ho scritto questa lettera perché non voglio vederti soffrire. Voglio vederti di nuovo in equilibrio, che tu possa pensare a me con la stessa buona disposizione di quando io penso ai sommergibili (lo so, il paragone è ridicolo, ma almeno un po' calza). Ti ho scritto perché tu capisca che con quello che hai nel cuore adesso, esistono solo due vie d'uscita: o la disperazione dovuta all'impossibilità di realizzare un sogno, oppure quella serenità di chi pur non realizzandolo vive ugualmente felice. Come me con i sommergibili.
E soprattutto, ti ho scritto questa lettera perché tu ti renda conto che la situazione in cui mi trovo è incandescente. Mi capita spesso di chiedermi se tutto questo poteva ugualmente succedere nell'improbabilissima ipotesi che i miei superiori mi avessero già permesso di usare l'abito. Loro e questa stupida moda dello "stare in mezzo ai giovani", ossia "vestito come loro", trasandato come loro, per "attrarre i giovani" per condurli in... pizzeria. Già. Ho attratto soprattutto "le" giovani, mi verrebbe da dire. Ma non è mio compito sindacare le decisioni di chi mi guida.
Tu sai bene che la mia scelta d'amore e di volontà l'ho già fatta da anni, e sai bene che non intendo tornare indietro: sono libero di proseguire, sono libero di restare fedele a chi ho promesso e a ciò che sto per promettere. Certo però che scrivere una simile lettera venti giorni prima di emettere definitivamente i voti di povertà, castità ed obbedienza, è quantomeno comico...!
fra' Vincenzo
Coccinella ha perso la testa per me testo di alf