MICROPSYCHO
Avanzo, irto, magro di gamba, obeso di mente, mi stano, esondo e mi inondo, limo, fanghiglia, feccia sconvolta, un cuore negro, l’amore una gola roca e arrossata, i soliti temi, le trite finzioni e le piogge di stagione, malnasce l’estate, pazienti tramonti di maggio, di bragia e bambagia, dove siete?, cresce l’erbetta nei campi, nei parchi, ai bordi della strada, si torna a falciare, cerco lavoro, una leggera ansia primaverile di fare, di operosità, l’ozio stremato forse, ma non è vero, faccio mille piccole, piccolissime cose, una formica, per esempio penso regolarmente dei pensieri e già questo mi porta via tempo e spazio, cosa sto dicendo, ma cosa cazzo sto dicendo, non mi rendo conto che non posso iniziare così, come si può essere così drammatici e oscuri, fare i misteriosi e gli ispirati, basta con questa spazzatura, questi pietosi trucioli d’anima in pena, basta con le fibrillanti irrequietezze da uomo seduto, un po’ di luce, torce, lampadine candele, zolfanelli nella coppa delle mani, scandalose luminarie natalizie, fari di macchina e falene e lampare nella baia, è chiaro che sto delirando, che sia colpa di questa sghemba luce grigia che priva di calore ogni colore, me lo domando e basta, non mi rispondo, ho altro da fare, sto mangiando, patate e spinaci e wurstel, il tutto sapientemente armonizzato con aglio olio e aceto e, ah sì, il sale, ecco, il sale, trangugio beato nella papilla, un tripudio di gusti e sbuffo perché questo cibo me lo sbadilo dentro al cratere della bocca, la mia boccuccia che tanto vorrebbe baciare invece di parlare a vanvera e attendere le ore della sera, quelle loro bevande che mi urgono poi a farneticare ancor più odiosamente sul mondo e sulla morale e su tutto ciò che può venire a tiro di in cecchino ubriaco o impazzito, bisogna che mi calmi, ci sto riuscendo e in fondo stavo solo scherzando, era la prova tecnica delle 14 e 17 del giovedì, una cosetta che faccio regolarmente, per regolarmi il termostato interiore, niente di grave, routine, prassi, un rapido check-up dei neuroni e se ce n’è uno fuori fase me ne accorgo sì ma lo perdono, poverino, mi fa male ma non fa nulla di male, lui non sa, non può sapere, lasciamolo lì dov’è e come sta, che senso avrebbe toccarlo o rimuoverlo, nessuno, tanto più che è legatissimo agli altri e spostando lui sarei costretto poi a spostare anche tutti gli altri, troppo complicato, non ha senso, un impresa troppo grande per uno che crede che un po’ di fantasia, e perché no anche di quella non proprio ortodossa, non guasta mai, non parlavo di sale prima, ecco, tipo il sale della vita, non è una frase nuova brillante originale ma calza, mi rassicura come uno dei miei calzini coi buchi, così cari, così amici, così comprensivi, così fedeli anche se non me ne curo un granché, e’ vero, in questo sono stato manchevole, ma coi calzini nuovi, quelli a due euro e sessanta, si cambierà musica, amore e carezze per loro tengo in serbo, li tratterò come amici anche perché sono gli interpreti che mi permettono di comunicare estensivamente con le mie scarpe, cerco scarpe e non le trovo, trovo solo questi nuovi modelli superaffusolati che non tollero, mi provocano jihad, e non ci posso fare niente, voglio una scarpa normale, niente dentelli antisdrucciolo che rincorrono una suola che tende ad avvolgersi sulla tomaia stessa della scarpa, come se tra un po’ di tempo, vuoi la clonazione o il buco nell’ozono, ci dovessimo mettere a camminare con la parte superiore del piede, o con le caviglie o chissà forse un giorno i piedi li terremo in tasca a cercare spiccioli e chiavi di casa, le mani si saranno fuse con qualche telecomando totale e si camminerà con gli stinchi o che so magari con le rotule, sembra un discorso avveniristico ma non si può mai sapere dove questa sete di progresso/regresso e di truffaldina comodità, spacciata per benessere di noi e delle nostre sempre più mute figliolanze, ci può portare, bisogna stare attenti, sempre in campana, per chi suona la campana, fra martino campanaro, scusate, sono scivolato per l’ennesima volta, un misero tentativo di raggranellare una filastrocca postindustriale, farei meglio invece a scolpirmi qualcosa di decente nel cervello sennò è tutto una perdita di tempo, che ore sono, devo andare, sono in ritardo, oggi forse sono ansioso e mi preoccupo come se mi preoccupassi di essere rimasto incinto, lo so che non è possibile, ma non si mai, il buco nell’ozono, la clonazione, ma non ci casco, non ci ricasco nel tranello che un paio di righe fa mi sono teso, sono più furbo di me stesso, non comincio di nuovo con quella noiosa tiritera, certo che ne so una più del diavolo, è questione di autocontrollo, io mi controllo prima e poi mi autocontrollo, il meccanismo non è perfezionato al cento per cento, devo fare ancora un paio di ritocchi qua e là, uno o due accessori e sarà pronto, un gioiellino, susciterò invidia in più di uno, ne sono pressoché certo, non lo sono interamente nel senso che mi piace lasciarmi uno spazio d’incertezza dove rimescolare i miei piccoli timori come una specialissima miscela che a sua volta farà invidia agli altri e così raddoppio il piacere, è bello essere invidiati anche se quelli ti dicono che magari non ti invidiano ma che ti ammirano soltanto, mascalzoni e falsi senza il coraggio di esternare, dovrebbero imparare da quel fossile di Cossiga, che espettorava picconate a destra e a manca, e quel che manca può essere tanto o poco a seconda del punto di vista ma a parlar così mi pare di fare del qualunquismo quando invece io sono per un sano e sugoso nessunismo, poche balle e tanti peli, è questo il volto miserando della verità, non affatto appetibile quindi non si capisce bene in base a quale masochismo ci si accanisca a cercarla e quando la si trova non ci si vuole neanche rendere conto che si tratta di una banale invenzione ad hoc, come trovare la chiave giusta per quel certo bullone, che parola bullone, mi potrei anche chiamare Frank Bullone ma non avrei il fisico del ruolo (fresco fresco, appena tradotto dal francese), ma a questo posso anche pensare più tardi, ora bisogna che mi impegni a scansare questa drammaticità che mi pervade, non che oggi mi senta triste, sì, è vero che piove ma giuro che non sono triste, sarà che una qualche malformazione mi fa uscire tutto di dentro sempre nella stessa identica e tenebrosa maniera, forse un microchip da sostituire, forse mi dovrei mettere a settantotto giri, un po’ di calma, pacatezza, evitare le parole dure, anzi modificare il mio vocabolario, sopprimere le volgarità, le sconcezze, non più parolacce, non più nominare il nome di dio invano e tanto meno con uno dei suoi popolareschi e buffi cognomi con cui suole presentarsi illuminate alle labbra di noi mortali, cognomi tipo cane, porco, ladro, bastardo (sic!), maiale, merda (lo usa a Milano) e tanti altri che la trasfigurante immaginazione del volgo, istigata dalla di lui onnipresenza, è solita donargli. Ma questo qui dietro, insomma ormai lì dietro, ma ci vedo bene? lì dietro al ma con la emme maiuscola, quello è un punto, cribbio, cosa ci fa, chi l’ha chiamato, come si permette, come osa interrompermi dopo appena due pagine di frase, manco fosse poco chiara, cosa vuole essere, eh? un richiamo? ma chi si crede di essere, che non ci riprovi se no gli mollo due pizze, ma guarda te, che sfacciataggine, è proprio vero, non c’è più creanza, ma come, stavo parlando e quello bel bello se ne viene in mezzo alle mie parole, non richiesto, senza nemmeno chiedere permesso, secondo me è un inviato di dio, quel fetente ficcanaso e untuoso censore, senza dubbio si è accorto che si stava parlando di lui e non gli è andata a genio – del resto mi pare che non gli vada a genio un bel niente – e ha mandato giù, qui sul mio foglio vergato con ogni attenzione, senza alcuna sbavatura, quell’ignobile e insignificante caccolino che per la gente sembra abbia tanta importanza, il punto, fare il punto della situazione, ma se non ci riesce più nessuno, al massimo la gente vedendo un punto pensa alla macchina e che deve fare il tagliando e che deve investire in mortadella perché dopo sei mesi e mezzo di uso sfrenato è giunto l’irrinunciabile momento di cambiarsela quella schifosa macchina sgangherata e che poi si svaluta e si deprezza e c’è l’usato, conosco anche un tizio che ci lavora nell’usato, e, orpo! sono già le quattro meno un quarto, sempre giovedì pomeriggio, non fosse stato per quel punto avrei risparmiato come minimo un paio di minuti con un paio di paroline più significative, ma bisogna che vada, ho un appuntamento, in una piazza, non dico in quale, è ovvio, sarebbe troppo facile, le cose bisogna scoprirsele anche un po’ da sé, perbacco, bando alla pigrizia, un po’ di iniziativa, guardate me, ora mi levo in piedi, mi infilo le scarpe e d esco nella pioggia senza ombrello, no, non sono un mago, la pioggia mi bagna lo stesso però devo dire che a modo mio comunque ci provo a scansarla, adotto un passo un po’ più caracollante, diciamo come Zidane al trotto a centrocampo, faccio anche qualche finta pugilistica ma è vero che devo rinforzarmi gli addominali e i lombari ma comunque ci provo e infine sono certo che riuscirò ad arrivare all’appuntamento con qualche goccia in meno addosso, non che ciò mi risolva i problemi della vita e nemmeno che costituisca un’insostituibile fonte di diletto, ma è una forma mentis, un esercizio, un modo di approcciare le cose e le questioni che la vita ci sputa sul cammino, è un atteggiamento che in ultima analisi può risultare utile nel cercare di pestare meno merde nell’arco dell’esistenza, non è un toccasana né un rimedio universale, ci tengo a dirlo, è insomma una cosetta così, un facile trucchetto per rendersi un po’ più accorti e regalare qualche spigolo di comprendonio alla smussatissima stoltezza che di giorno in giorno sempre più si instilla nelle nostre pavide anime, nei nostri pavidi cuori.
Micropsycho testo di Fischer