IL NULLA

scritto da Lythium
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 21 anni fa
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- Nota dell'autore Lythium

Testo: IL NULLA
di Lythium


lui era un ragazzo particolare, se lo vedevi correre pensavi che non si sarebbe mai più fermato, superava i cancelli inevitabilmente chiusi con un salto gonfio di disperazione, oltrepassava le mura proiettandosi attraverso: lui si lasciava sempre tutto alle spalle.

(Era un colpo di vento? Non so, ma ormai è passato. Ed è sempre lo stesso giorno)

Sulla strada vedeva crescere i dubbi e le scarpe logorate lo trasportavano appena, in un’andatura indecisa e all’apparenza claudicante: appena possibile le abbandonava, perché tutto è inutile e a piedi scalzi le ferite sono più plausibili.
Lui viaggiava.
I pensieri più veloci lo sorvolavano appena, riempiendogli la testa di grandine che non è fredda, non è pericolosa, ma la senti.
Poi si fermava e si sedeva inerte per anni, sempre sullo stesso gradino dello stesso negozio, saracinesche abbassate, nulla da vendere a quelli come lui.
Sedeva indifferente, quasi distante, come se la gente non importasse, come se i marciapiedi fossero comodi.

(Scusa hai una sig... no, lascia stare, non importa, tanto ho smesso... sono ritardo)

Forse era l'espressione più dolorosa che avessero mai visto, e la conseguenza era: tombini scoperchiati come fossero fuscelli… esalano respiri maleodoranti, che ti trascinano in un mondo segreto, appeso a testa in giù.

(Abbassa il capo o quella grata ti colpirà, ma chi è il pazzo che scaglia tombini nell'aria come fossero frisbee…? ma se lo incontro... ah, scusa, no, non sapevo che fossi tu... non preoccuparti, il sangue si lava e il dolore passa)

Forse era la rabbia o l'apatia che traslocava in continuazione da un occhio all'altro, segnandolo al mondo, come un appestato. Gli uomini in blu lo guardavano con compassione, ammassati nei comizi, bisbigliando slogan, offensivi per i meno pazzi, banditi per sempre dal loro Regno.

(Un altro folle è nelle strade, un'altra lacerazione invisibile ci sfiora le vesti)

O forse era il vuoto, quel vuoto irregolare che gli scavava il torace, una questione irrilevante in passato, ma ora chiaramente visibile.
Un maglione largo copriva pazientemente quel buco enorme, ma il vento a volte, lasciava trasparire le stranezze di quell'uomo, potenzialmente nocivo.

(Ma che cazzo...? Dio mio, hai visto, non c'e' nulla, sotto il vestito… no cazzo, non capisci... la maglia è una copertura, probabilmente serve a sorreggerlo)

Spesso non sentiva, ma che importa… se i suoni servono a riempire l'aria, non occorre che ci sia qualcuno ad osservarne la traiettoria: prima o poi colpiranno un traliccio della corrente e allora sarà il silenzio.
All'improvviso, in mezzo alla strada, seduto o mentalmente sdraiato, attendeva mostri meccanici, e le strisce pedonali gli scomparivano dentro, nel torace, lasciandosi intorno sentieri pericolosamente incustoditi. Da piccolo aveva visto con stupore un documentario sui buchi neri e ne era rimasto così impressionato da trasformarcisi a sua volta, lentamente, progressivamente: non importa quanto ci vorrà, basta che si sbrighi: nel frattempo sentiva le parole scomparirgli dentro, sensibilmente mutate.
Le macchine lo schivavano, gli stracciavano i capelli in stelle filanti nel mese sbagliato, e dai finestrini aperti piovevano storie, legate al guinzaglio da un serpente incolore.
Le gambe parevano ingigantite dai telescopi e il suo respiro spasmodico, profondo come un lago rosa di montagna, finiva per essere amplificato dalle antenne paraboliche.
(orecchie plastificate che ci ascoltano vivere).
La sua sagoma strana, disegnata da un folle, lasciava un vago ricordo di se sull'asfalto bagnato, tra le pozzanghere che non vanno più via, profondamente scosse dalle onde.

(Lo vedi? La strada è un fiume in piena e prima o poi l'elica di un motoscafo lo farà a pezzi. Presto. C'è bisogno di un eroe... No, lascia stare: troppa criptonite. Peccato: ci mancherà)


ORA:

Il nastro si riavvolge veloce: scricchiola in sottofondo. In video, esplode un primo piano di quegli occhi intensi dai colori indefiniti.
Verde-acqua o grigio cementato, non importa.
L'inquadratura si allarga. La strada è ancora là, ma lui è seduto in un angolo, walk-man in testa, suoni strascicati di uno stupro musicale.
Ragazza castana. Compare all'improvviso, di fronte a lui, da dietro un muro, una volta così miseramente sottile, ma ora immenso, grande ed oscillante. Le scritte vi scorrono sopra, come antichi screen-saver dichiarando amori evanescenti e pratiche politiche in disuso.
Non riesce a vedere il viso di quella creatura vera/immaginaria perché lei sta osservando una nuvola scolpita nel cielo; è l’immagine dell’adolescente che era, vissuta proiettando ombre sulle piastrelle della stanza, dove una volta abitavano le illusioni.
Resta girata contro vento, paralizzata in una cellula di Tempo, cristallizzata tra frammenti di gel semiliquefatto che le imbrattano i capelli, ma i capelli la nascondono...

(Coraggio ragazza, voltati, prima che la telecamera si spenga e ritorni tutto in una dimensione reale, com'era nel principio... ora e sempre… il Big Bang)

Finalmente si volta, camera 6, zoom delicato, profondissimo, restano solo gli occhi enormi che riempiono lo schermo, bellissimi. Verde-acqua o grigio cementato, non importa: sono una copia meravigliosa, una clonazione anticlericale dei suoi e sebbene lui li abbia già visti nello specchio quella mattina e mille altre addietro... lei è una figura nuova, destabilizzante… quindi si alza, seppur a fatica, appoggiandosi al suo sguardo ricoperto di fili intrecciati in una danza tessile, ed è di nuovo in piedi.

(Camera 4. Hey, cara... guarda laggiù... ci sono due nuove apparizioni in procinto di conoscersi in un modo a noi ignoto, hanno sguardi simili ed indistinguibili e questo non capita tutti i giorni... una visione è limpida, molto carina, e persino sensuale... l'altra invece sta scomparendo in un mondo fluttuante… appeso a testa in giù… dammi la macchina fotografica, presto... Accidenti, non funziona… non funziona mai ed ora è davvero troppo tardi: il Giappone è lontano, ma in fondo non sono poi così male quei maledetti orientali… anche se francamente sembrano così gialli e malati. Non trovi, cara?)

Camera 9 si spegne su questo inaspettato fuori-programma. Le comparse non servono. Lo dicevo io: esaltiamo gli attori principali, distruggendo tutto il resto, ma poi non lamentiamoci quando all'apice della fama e dell'autoesaltazione si sdraiano in mezzo ad una strada ed attendono...

(Flashback: uomo sul sedile, corporatura esile, mani rosse e screpolate impugnano con maniacale determinazione il volante al di sotto di occhiali arancioni che risplendono anacronistici al di qua del parabrezza. Mustang originale del ’58, il sorriso è un falso dell’89, imitazione perfetta di sorriso caritatevole, umile e persino fragile. Ma è un attore distratto che parla strascicando parole, dimenticandosi gli accenti, dimenticandosi le emozione.
“La macchina la guido io, faccio il possibile: tu indicami le croci sul terreno... ecco così. Perfetto... presa!”
La croce si sposta dalla strada al foglio, conficcandosi con rabbia tra le lettere di un altro nome, un altro nome che scivola silenzioso dalla lista, tra le gambe tozze del guidatore.
“Coraggio, ne mancano sempre meno”.
Dal sedile sedile del passeggero si leva una risata isterica ma è panico, si capisce, panico che ulula al di sotto del tettuccio deformato, metallo e plastica come coperte artificiali, unghie gialle che sfregiano nomi in inchiostro nero su fogli consunti e logori)

Presto, avanti con la Camera 3, quella perfetta: non ha nulla da invidiare alla 7, a parte il Microchip della Fortuna, un ritrovato tecnologico che presto sostituirà l'Apparato di Capacità Permanente.
Camera 3 in funzione. Valuta (attenta). Soffermati sul volto del protagonista... ora passa al bianco e nero... Meraviglioso!

(“Buona la prima...! La seconda è apprezzabile ma la terza è veramente troppo troppo, troppo magra. Mandale nel mio camerino, poi ti spiego”.
Il selezionatore di carne è un grassone fine, colto ed intelligente e anni fa è stato ad un passo dal vincere il Premio Nobel per la chimica, per un prodotto, un agglomerato nauseante e artificiale di elementi primi o secondi che dir si voglia che eliminano il raziocinio, inutile e pericoloso, inibiscono i pensieri. Ma non è stato capito fino in fondo e ora è una miscela alimento per modelle. In via sperimentale, si capisce. Potrebbe poi venirci utile in futuro ed ora.
Seleziona la carne, dottore.)

Lui si chiede perché non dica niente, se si è voltata, se gli ha sorriso, forse vuole sapere se quella musica distorta proviene dal walkman o dai suoi occhi, ma è timida e non sa come chiederlo.
Non parla.
Ma poi. Gli strappa le cuffie, le getta lontano ed un rallenty emozionante ci mostra la loro parabola ascendente che protende verso il sole: si rimpiccioliscono ruotando nell’aria, scambiandosi i posti, diffondendo brusii melodici inascoltabili e inarrivabili… ma il sole le scioglie e ce le restituisce fradice e grondanti di sudore.
Le sue mani gli accarezzano i fianchi, in un attimo di sabbia, poi salgono sfiorandogli lo stomaco (Dio, che sensazione), in un calore crescente e coinvolgente, ma qui non si fermano: sono curiose e spietate.
La mano destra non sa quel che fa la sinistra, e la sinistra scatta improvvisa e fulminea, facendosi strada sotto la maglia, all’altezza del petto, graffiando e strappando… poi maledetta, creatura sanguinaria d’un’epoca buia, di una storia ingombrante da raccontare… s’infila nello squarcio del torace.
Lui ha un’espressione sbalordita, la telecamera esita di nuovo su quegli occhi, così interessanti e sconvolti… per poi passare alla bocca spalancata, sofferente, un filo di saliva scivola da un angolo.
Camera 7 stringe, sempre di più, le labbra, i pori della pelle… le papille gustative sono crateri, poi è il buio dell’organismo. Dall’interno proviene una luce lontana e debole.
Camera 5. Panoramica. Accentra sui protagonisti, si avvicina lentamente. Di profilo: la mano della ragazza passa da parte a parte, gonfiandogli il maglione dietro la schiena. E’ una scena da circo, da baraccone che nessuno oserà definire reale, ma quelle dita sono lì a far sorgere dubbi, sono lì visibili, eppur provenienti da un’altra dimensione e ora si muovono, solleticando il maglione.
Sembra quasi che stiano salutando, e forse… sì.
Salutano.
Salutano gli spettatori.
Anche questo spettacolo è finito.


PER STRADA:

Allora cosa ne pensi, ti è piaciuto?

Mah, non so, non si capiva molto, l'audio era scadente, soffocato e distante, sembrava quasi non avere nulla a che fare con il resto... e poi il protagonista... troppo strano, quegli occhi facevano impressione.

Ma sì, sì, è questo il succo... Il regista ci ha voluto trasmettere la rabbia, il nulla... quel buco nel torace era solo una metafora... un modo alternativo per dirci che siamo tutti vuoti, dei contenitori logori gettati su un marciapiede... Prima o poi arriva sempre qualcuno che ti passa da parte a parte, con un gesto insignificante... come può essere un bacio... o un saluto.

Quante cazzate. Non voleva dirci proprio niente, semplicemente perché non aveva niente da dire. Quelli come lui non hanno mai nulla da dire.
Ha tentato di stordirci con gli effetti speciali, questa cosa delle telecamere dei flashback e delle comparse e di queste stronzate (cose così) ma non tutti sono stupidi... la gente le capisce queste cose... E se fai caso al titolo… il nulla... in effetti è quello che abbiamo visto, finora.
Nulla.
Ma ora che mi ci fai pensare, non solo l'audio era scadente... tutto l'insieme. Si salvava solo l'attrice, così reale mentre guardava lontano, così dolce nel suo modo distratto di muovere le mani... e quel modo felino di guardarci negli occhi.
Sembrava quasi... affamata.

A proposito di fame, muoviamoci ad andare a casa.
Ho un buco allo stomaco.



IL NULLA testo di Lythium
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