Quanto può essere ingenuo un cuore? La domanda delle domande, probabilmente da aggiungere alla collezione di domande che ogni essere umano si pone almeno una volta nella vita e alla quale nessuno ha ancora trovato una risposta.
Va bene non aver riconosciuto delle false intenzioni, non aver distinto una persona tra quello che era e quello che voleva apparire ma continuare a credere alle menzogne dopo tutti i fatti che dimostrano la realtà, ciò che realmente rappresenta, Perché? Insomma, è un difetto della natura umana farsi del male da soli? Sono solo io? L'uomo ha bisogno di sentirsi triste?
Io ero innamorata. Ne sono convinta. Lì per lì non credevo, insomma...sarà perché era il primo ragazzo dietro il quale avevo “sbavato” e che aveva ( forse) ricambiato per un momento? Non credo. L'ho amato e cavolo...LO AMO ANCORA.
E lui? Insomma lui cosa prova nel vedermi? Perché nonostante la mia apparente indifferenza ogni volta che lo vedo muoio, il cuore inizia a battere...no, nemmeno a battere, sembra debba sfondarmi il petto.
Stupido cuore, che intenzioni hai?! Correre da lui, saltargli addosso, abbracciarlo, baciarlo, sì,un desiderio costante che parte dal lato sinistro del petto e percorre tutto il resto del corpo che freme al solo pensiero di poter compiere tali azioni.
Solo la ragione è dalla mia parte, o forse è proprio lei a parlare, credo non riesca a capire come si fa ad amare una persona che senza il minimo ripensamento né rimorso né...non so...pietà , mi abbia distrutta; ha fatto questo, mi ha completamente fatta a pezzi.
E allora perché lo amo follemente? Lui non mi degna di un'attenzione, non mi ha più scritto, non mi cerca e probabilmente prosegue la sua vita in tutta tranquillità.
PERCHE' SOFFRIRE PER CHI RIESCE BENISSIMO A FARE A MENO DI ME?
Insomma, come fa a non ricordare? Siamo stati bene insieme! Poco, si, poco...ma è stato un poco intenso, un poco che aveva il peso di un tanto, TANTISSIMO.
Forse per lui non è stato lo stesso, forse ero solo io, forse dall'inizio era tutto falso ma insomma...come faccio a saperlo? Non mi ha neanche detto perché è finita, sono rimasta disorientata, era tutto troppo perfetto per essere vero probabilmente me ne sarei dovuta rendere conto,certe cose avvengono solo nei libri per bambini, non succedono nella realtà.
Eppure mi piace ricordare, adoro il tempo passato con lui a partire dal primo momento:
Noi due in macchina -nella sua macchina, orrenda, ora la detesto o almeno provo a detestarla-;
non lo conoscevo nemmeno, un compagno di classe di un mio amico, mi è piaciuto da subito ma non volevo ammetterlo. Era tutto così strano, ci eravamo sicuramente visti, aveva un volto conosciuto eppure non lo avevo mai notato sul serio. Ero imbarazzata, tremendamente imbarazzata ma solo inizialmente, nel momento in cui mi stavo rendendo conto che sarei dovuta rimanere in macchina da sola con uno sconosciuto...perché dovevo essere proprio io a dover scendere per ultima? Logico, avevo la sfortuna di abitare più avanti degli altri.
“ Non so se vuoi passare avanti, stai più comoda, ho visto che sei bella alta” Le sue prime parole solo per me. Così scesi timidamente dalla macchina, salutai il mio amico, non capivo nulla, ero troppo stordita da ciò che stava accadendo.
Nel cambiare postazione, ripercorsi con la mente ciò che era accaduto una decina di minuti prima, tentando di ricordare come fossi finita in macchina con un misterioso ragazzo per me del tutto estraneo. Era un giorno normale, anzi no, c'era il sole, insolito per il mese di febbraio caratterizzato da un cielo coperto, paesaggio cupo ed un freddo glaciale; io e due miei amici, Stefano -giovane genio della matematica super appassionato di teatro- e Reina,- violinista, amante dei manga, del ramen ( cibo in scatola giapponese), di gatti e bravissima disegnatrice-. Avevamo già preso un autobus dalla fermata proprio sotto la nostra scuola, eravamo arrivati alla piazza del paese dove, solitamente, chi deve proseguire verso mete più lontane si ferma ad aspettare gli altri autobus. Noi volevamo essere più furbi, ed era ormai consuetudine percorrere qualche metro in più per raggiungere la fermata precedente al capolinea, sperando di evitare la folla che solitamente si precipita all'assalto dell'autobus come fa un uomo nel deserto alla vista di un oasi dopo ore e ore di cammino sotto il sole ardente.
Eravamo a metà strada, a metà di un racconto, stanchi, con lo stomaco che tuonava per la fame e il cervello fumante dopo estenuanti ore di lezione quando per qualche strana ragione mi voltai. Vidi una macchina accostata, un ragazzo che con il finestrino abbassato ci guardava ed ebbi l'impressione che volesse chiederci qualcosa. Il volto era familiare ma lì per lì non ci feci caso, pensai che poteva aver bisognodi indicazioni stradali “ oh no, non a me, a malapena conosco il nome della via di casa mia e di quella di mia nonna” pensai, ed immediatamente allungai il braccio verso il mio amico Stefano, in cerca di aiuto. Lui si voltò e io gli indicai la macchina accostata, fu da questo momento che ebbi la sensazione di essere il personaggio di un qualche film in dvd che qualcuno stava mandando avanti con il telecomando: Stefano dopo un occhiata furtiva a destra e a sinistra aveva attraversato la strada, alzando un braccio e gridando parole per me incomprensibili, Reina stava seguendo Stefano ma probabilmente si rese conto del mio momentaneo smarrimento: ero rimasta sul ciglio della strada, con lo sguardo fisso su quella macchina nera, immobile, dunque prima di attraversare la strada mi afferrò per un braccio e mi trascinò con se. Ero troppo confusa per fare domande o porre resistenza, mi ritrovai quindi tra le auto sfreccianti e i motori scoppiettanti prima di raggiungere l'altro lato della strada. Una volta attraversato io e Reina iniziammo una momentanea lotta per contenderci i posti dietro e spingemmo Stefano verso il sedile anteriore, ecco come ero finita lì.
Mi sedetti, allacciai d'istinto la cintura sempre iper imbarazzata, poi bastò un secondo: lui ripartì, iniziammo a parlare, non ricordo di cosa ma improvvisamente l'ansia e le guance rosse sparirono, assurdo, mai stata tanto bene con una persona avendola appena conosciuta. Arrivammo sotto casa mia, esattamente davanti il cancello. Aveva insistito per fare tutto il giro, tra parcheggi e le entrate per i garage- che ovviamente i miei vicini egoisti anche quella volta avevano occupato con le macchine nonostante l'infinità di posti liberi-, e lasciarmi davanti il mio terrazzo. Solo lì mi disse:” Comunque piacere, Francesco”.
Idiota, come avevo potuto dimenticare le presentazioni? L'imbarazzo si era di nuovo fatto largo tra la gioia.
Entrai in casa con un sorriso stampato sulle labbra, era immenso, penso il mio sorriso più grande. Il pavimento sottostante era diventato di gommapiuma, mi sentivo come la sorella di Dexter, Dee Dee che cammina, anzi, saltella sulle punte con la leggerezza di una piuma e l'entusiasmo di una pallina di caucciù.
Il giorno seguente lo vidi a ricreazione, ero ancora imbarazzata, lui passo davanti a me, avevo tentato un timido saluto ma non mi aveva minimamente notata. Parlando del giorno prima scoprii che una mia amica lo conosceva già e quando le raccontai dell'imbarazzo dovuto al passaggio a casa rispose dicendo “ Scialla! Francesco!”.
Da quello che raccontavano tutti sembrava un bravo ragazzo, lo credevo anche io e forse, nonostante, tutto lo credo ancora.
Ci furono sicuramente altri passaggi, oramai era diventata quasi la routine e a me piaceva! Alla fine di tutte le ultime ore di lezione guardavo la mia vicina di banco- Alehandra- per chiederle se i miei capelli erano ancora decenti o sembravano percorsi da corrente elettrica, tentando di specchiarmi nello schermo del telefono, con la paura che ci offrisse un passaggio e mi vedesse in condizioni pietose. Non sono quel genere di ragazza che solitamente si preoccupa per queste cose, anzi, specchiarmi è decisamente una delle cose che più detesto al mondo vista la mia scarsissima autostima.
Ammisi a me stessa che ero stracotta solo quando finalmente riuscii a salutarlo a ricreazione.
Lo avevo visto arrivare e il cuore era sobbalzato fino ad arrivare in gola; con la solita timidezza avevo tentato di attirare la sua attenzione e...LUI MI AVEVA VISTA!
Si era avvicinato nonostante i suoi amici lo stessero aspettando e con i soliti due bacetti formali, aveva ricambiato il saluto chiedendomi anche come stavo. FELICITA' inutile dirlo. Avevo iniziato ad ascoltare le canzoni anzi, la canzone che puntualmente metteva lui quando con quel suo bellissimo sorriso si accostava per farci salire in macchina mentre tentavamo (invano) di raggiungere la fermata dell'autobus.
Adoravo quei momenti e ogni volta che prendevamo l'autobus senza vederlo passare o lo vedevamo passare ma con la macchina piena,mi assaliva un senso di malinconia.
Alla fine avevo iniziato a raccontare alle persone a me più care della mia immensa cotta, potrete intuire che non fu una sorpresa, almeno per chi mi conosceva bene, ahimè, sono un libro aperto e dal mio umore si capisce tutto.
Iniziarono così le grandi follie, tutte le imprese che pianificavo per vederlo, per salutarlo, se non a voce almeno con lo sguardo.
Poi ci fu quel giorno. Era stato assente più giorni quella settimana, ero dispiaciuta, sapevo che quel venerdì 8 marzo non ci sarebbe stato a scuola, gita di classe. Era giovedì ed il mio sconforto era grande. Ultima ora, educazione fisica, un barlume di speranza si riaccese nel mio cuore: autorizzazioni last minute per la gita del giorno dopo, destinazione fiera di Roma, moto days, alla quale avrebbe partecipato anche lui. Perfetto! Ci poteva andare solo un piccolo gruppo di persone, non tutta la classe ma avrei fatto qualsiasi cosa, lottato, morso, pregato, implorato QUALSIASI cosa per far parte dei “prescelti” e cosi fu, feci su e giù tra palestra e segreteria per fotocopiare le autorizzazioni e distribuirle agli interessati, ero tornata ... felice? Di più! Raggiante!
La mattina seguente mi svegliai molto prima del necessario e passai una buona mezz'ora davanti l'armadio cercando qualcosa di...adatto, sapevo che ci sarebbero state belle donne con le quali non avrei mai retto il confronto ma volevo fare del mio meglio!
Ero elettrizzata, alla stazione del treno incontrai un gran numero di ragazzi della nostra scuola, e soprattutto di classe suo, ovviamente lui sarebbe arrivato in macchina, noi invece avevamo un infinità mezzi pubblici da prendere senza possibilmente perderci di vista, cercando di arrivare puntuali. Il tempo passava in fretta, lo stomaco era annodato alla gola, non vedevo l'ora di vederlo.
Eravamo quasi arrivati ma proprio all'ultimo sbagliammo uscita, “pioviccicava” e dovevamo camminare...io cercavo di portare tutti al mio passo svelto, dovevo vederlo il prima possibile. Lui telefonò a Stefano, era già arrivato ma non avendo trovato nessuno aveva deciso di mettersi alla ricerca dei suoi compagni di classe, non sapendo che avrebbe partecipato anche la mia. Tentavo di trattenere il sorriso e di rendermi un minimo partecipe ai discorsi degli altri, ero la gioia in persona.
FINALMENTE riuscimmo ad arrivare, lo vidi immediatamente tra la folla di alunni e professori, tra le autorizzazioni volanti e gli addetti ai biglietti. Si era tagliato i capelli e ovviamente lo trovai bellissimo. Passarono pochi minuti, lui si voltò “C'è anche il terzo F!” Esclamò alla mia vista “ Dammi un bacio!”
Mi porse la guancia e per un attimo fui certa di aver varcato la soglia del paradiso.
Ci mettemmo in fila insieme, iniziammo a parlare, si prospettava una lunga attesa. Ebbi la brillante idea di accennare al mio fascino verso le moto, lui mi abbracciò e rispose dicendo che avrei dovuto sposarlo, anche lui era un patito. SUBITO! ACCETTO!!! Ovviamente questo commento esplose nella mia testa mentre il corpo rimase impassibile fingendo di non aver sentito.
Essendo l'8 marzo, per le donne era previsto l'ingresso gratis, fu per questo motivo che una ragazza si avvicinò a me e porgendomi dei biglietti omaggio, mi fece passare avanti. Io e la mia grandissima amica Reina -che si era sacrificata per accompagnarmi-, passammo oltre le barriere e ci fermammo per aspettare i ragazzi. Iniziammo a parlare, era stata testimone dell'abbraccio tra me e Francesco, voleva saperne di più.
L'attesa non fu così lunga come avevamo immaginato guardando la fila, perciò poco dopo, a gruppo riunito, ci incamminammo nuovamente. Avevamo del tempo libero prima di un incontro organizzato per le scuole dunque iniziammo a girare tra i primi stand, poi gli altri si dispersero e dal nulla, mi trovai sola con lui. Scherzavamo, ridevamo, chiacchieravamo, eravamo io e lui ed il resto del mondo per me era sparito.
Passammo ad un altro stand, lui essendo totalmente pazzo per le moto era iper eccitato. Qualcuno, che nel frattempo si era riunito a noi, si fermò per fumare in uno dei pochi spazi aperti. Lui filò dritto, io mi fermai. La mia amica mi incitò a seguirlo “ Nono, non voglio essere appiccicosa, e poi non saprei dove cercarlo!” appena finii la frase lo sguardo della mia amica si posò oltre la mia spalla “ Rieeeeeccolo” esclamò, ma non feci in tempo a girarmi del tutto che lo vidi camminare a passo svelto verso di me “No, tu non hai capito, devi venire con me!”
Mi prese sotto braccio e dopo qualche secondo ci ritrovammo nuovamente soli, circondati da persone che pian piano diventavano sagome indefinite che i miei occhi non eliminavano del tutto per evitare di andarci a sbattere contro.
Arrivammo all'incontro per la scuola con qualche minuto di ritardo, i posti a sedere erano finiti perciò rimanemmo in piedi, vicini, senza alcun bisogno di cercare i nostri amici. Ad un tratto spuntò il mio migliore amico, sembrava scocciato, annoiato, mi abbracciò e rimase accanto a noi. Per la prima volta pensai “ Ti prego vai via! per favore! voglio solo lui”. Così fu, non a caso è il mio migliore amico, nonostante fosse scocciato dalla situazione capì (non so come ) che la sua presenza era un po' di troppo e si allontanò senza dire nulla. L'incontro finì, il gruppo si ricompose, dovevamo tornare a casa, i mezzi erano pochi così come il tempo. Sarei rimasta secoli con lui ma non potevo, avevo le prove generali di orchestra, il giorno dopo un concerto, no, stavolta non me lo potevo permettere dovevo tornare accidenti!! Volevo lui, stare con lui, come prima, no a casa no, non via, con lui!
Iniziammo ad accordarci su chi voleva andare, chi rimanere, io dissi che DOVEVO ahimè tornare, lui SEMBRAVA rattristato “ no, rimani!” “Non posso”, cavolo come dire di no a quegli occhi bellissimi? No, non potevo, punto.
Ci stavamo allontanando, “ Dammi un bacio!” gridò. Mi avvicinai, i soliti due bacetti e via, sparimmo tra la folla, cercai di trattenermi, di non girarmi, uscimmo. Mi dovevo distrarre così iniziai a mandare messaggi ad altri amici dispersi, cercammo la fermata dell'autobus, ero stordita, la pioggia non mi infastidiva più, il cielo cupo non mi condizionava minimamente, ero la persona più felice dell'intero universo.
Le mani mi tremavano e avevo una gran voglia di urlare, ero così...piena di gioia da essere sul procinto di scoppiare.
Arrivammo al treno, mi sedetti, non facevo che pensare a lui, non avrei mai creduto che sarebbe andata così bene, non avrei mai immaginato, nemmeno nel più bello dei miei sogni. Arrivai a casa, stanca e bagnata ma con il tipico immenso sorriso da orecchio ad orecchio che avevo dopo essere stata in sua compagnia, stavolta ancora più grande.
Avevo giusto il tempo di disfare e rifare la borsa, mangiare un boccone, acchiappare il violino e riuscire. Accesi il computer, o forse lo trovai già acceso, fatto sta che entrai su facebook, dopo mangiato, diedi un occhiata al monitor, INCREDIBILE, MI AVEVA SCRITTO!!! “Hai fatto in tempo?” “Si si, mi finisco di preparare ed esco, tu sei ancora lì?” “No, sono appena tornato” .
Iniziammo a parlare, mi chiese che strumento suonavo, avevamo passato la giornata insieme e continuavamo a parlare, magnifico! Trovai anche un suo “mi piace” allo stato del giorno precedente, una citazione di un film visto la sera prima che aveva a che fare con l'amore. Avevo sperato milioni di volte in questo momento, senza crederci più di tanto, ero già stata ferita in passato, cercavo di non illudermi ma...il cuore stava partendo piano piano.
Mi chiese quando lo avrei invitato ad un concerto, il mio numero di telefono, parlammo dei suoi hobby, del gong fu ( in arte nei ja) e poi si, dovevo uscire, quindi con grande dispiacere dovetti salutarlo.
Presi l'autobus, aggiornai la mia amica delle novità, ero invasa da una felicità mai provata.
Le ore passarono, anzi, corsero fino alla sera, parlammo ancora di noi, come fanno due persone per conoscersi.
La mattina dopo trovai un suo messaggio, senza neanche averlo aperto avevo già abbandonato lo zombie che ero appena alzata dal letto ed ero tornata la felicità in persona:“ Salvami” , il testo del messaggio. Era a scuola, aveva due ore con il nostro noiosissimo professore di fisica, lui a scuola e io a casa perchè il sabato era solo per le quarte e le quinte. Iniziammo a “messaggiare” la mattina, durante il tragitto per raggiungere la chiesa dove avremmo suonato, durante le prove ( ehm ehm), dopo il concerto e durante il rientro a casa. Quella settimana finii i messaggi gratis, feci una ricarica e riuscii a finire anche quella, ma in fondo, cosa sono i soldi? A che servono se non a questo?
Era diventato ormai quotidianità parlare con lui, durante le lezioni, a ricreazione, il pomeriggio.
Ero stata scelta a scuola come una delle 6 persone che potevano partecipare ad un viaggio organizzato dal comune di Roma, quel giorno anziché andare a scuola, io e gli altri amici/partecipati a questo progetto con la nostra ex professoressa di lettere saremmo andati ad una conferenza al Quirinale. Era il 13 marzo. Avevamo già organizzato un'uscita per il 15 visto che i nostri rappresentanti ci avevano fatto il favore di richiedere un assemblea d'istituto, ma quel giorno, tornando dall'incontro, dopo aver orgogliosamente ritirato alla Feltrinelli il nuovo cd appena uscito dei Bon Jovi che avevo prenotato, mi chiese se avevo voglia di un caffè. Sono sempre stata poco disponibile per le uscite, solitamente devo sottostare al volere di mia mamma che non adora le improvvisate, ma quel giorno non me ne preoccupai ed accettai felicissima ( come sempre) l'invito, cercando solo con lo schermo spento del telefono di capire se ero in uno stato decente, non vidi nulla -per fortuna-. Arrivai alla stazione, scesi dal treno, mi avviai verso la fermata dell'autobus, pioveva, lui non c'era. Gli inviai un messaggio chiedendo dove avrei dovuto aspettarlo, ero imbarazzata,non rispondeva. Mi fermai alla “fermata della fontana” come la chiamiamo noi, passarono massimo 5 minuti e vidi la sua macchina accostarsi. Il cuore impazzì mentre aprivo la portiera che, spiaccicato dal suo sedile di autista a quello del passeggero, tentò di aprire anche lui, ci salutammo, iniziammo a parlare e lui partì. Probabilmente mi chiese dove volevo andare, lo faceva sempre, ma l'imbarazzo spegneva il cervello e non sapevo mai rispondere. Arrivammo in zona Ponte Milvio, credo, non mi saprei orientare, ero troppo distratta dalle sue parole, da lui e dal suo fascino per guardare la strada, parcheggiò e scendemmo dalla macchina. Arrivammo in un bar, carino, era addobbato con le coloratissime uova di pasqua, nonostante il freddo ci sedemmo ai tavolini fuori che, tuttavia, erano al coperto, addirittura riscaldati. Lui ordinò un caffè, io un tè al limone, ancora non mi spiego il perché, in genere il tè non lo bevo. La stessa cosa mi disse anche lui, il tè non gli piaceva, ero di nuovo imbarazzata. Parlammo tutto il tempo di bocciature, delusioni, argomenti ispirati probabilmente al tempo cupo, era indifferente, mi bastava stare con lui.
Dopo qualche ora ( credo) chiese il conto e ovviamente pagò lui, ci alzammo, tornammo in macchina e nel tragitto continuammo a parlare. Mi riaccompagnò sotto casa, si, sempre sotto sotto, gli dissi anche che avrebbe potuto lasciarmi prima “ Ma io sono un signore” rispose sorridendo.
Ci salutammo, scesi dalla macchina, era tardi, avrei dovuto fare i compiti, rientrai in casa, inutile dirlo, con il solito sorriso. Iniziai a fare i compiti, mi arrivò un suo messaggio, avevamo parlato del nostro odio comune verso i cani di taglia piccola/microscopica taglia, chiuaua in particolare e lui ne aveva visto uno, si scusava per avermi scritto immediatamente, “perché scusarti” pensai, poteva scrivermi anche tre secondi dopo esserci visti, io non aspettavo altro.
Iniziammo a mandarci messaggi nuovamente, esprimevo tutta la mia svogliatezza per i compiti, mi disse che se avesse saputo che non saremmo riusciti a studiare tutti e due saremmo dovuti rimanere più tempo insieme. Ero totalmente d'accordo con lui. Quel giorno venne eletto anche il nuovo papa!
Mi chiedevo se avesse ancora voglia di uscire due giorni dopo come stabilito precedentemente, gli mandai un messaggio con questa domanda, rispose dicendo che se non avesse voluto me lo avrebbe scritto.
Era il 15 marzo, era una settimana se non di più che mi chiedevo come mi sarei dovuta vestire, arrivai a scuola presto, come al solito, ad aspettarmi davanti il bar come tutte le mattine due miei amici, Sofia- una ragazza bellissima, appassionata di trucchi, cani e il favoloso mondo di Amelie ( il film)- e Oliver- pianista, persona unica nel suo genere, un po pazzoide-. Sofia ovviamente mi slacciò il giacchetto per vedere come ero vestita, fortunatamente approvò felice. Ero agitatissima e in quell'ora infinita di chimica, l'unica ora di lezione, non riuscii a seguire nulla.
Suonò la campanella, uscimmo e ci dirigemmo verso l'aula magna. Ero la rappresentante di classe, il ruolo di firmare per tutti era dunque il mio, dovevo rimanere per forza. Lui, pur essendo rappresentante, solitamente alle assemblee non veniva, era lì solo per me, così almeno affermò. Stavo fremendo, mi aspettava, il tempo correva, i rappresentanti d'istituto tardavano a rilasciarci i fogli per le firme. Finalmente riuscii a liberarmi dei doveri e mi diressi verso l'uscita. Lui era appena entrato, bellissimo come al solito. Ci salutammo ed uscimmo tutti insieme. Ci fermammo dove solitamente si ferma la sua classe, al muretto dietro i secchioni della spazzatura -si,gran bel posto-. Fu proprio qui che passai i 10 minuti ( che a me sembrarono un eternità) più imbarazzanti della mia vita. In classe sua conoscevo oltre lui solo tre persone. Una era andata via, Stefano, che era scomparso e l'altro ancora, Leonardo, -un ragazzo che conferma il detto” mai giudicare il libro dalla copertina”- parlò poco con me poi si rivolse ai suoi amici allontanandosi leggermente. Ero ferma, immobile, come un pesce,decisamente fuor d'acqua. Lui parlava con il suo amico, Federico, che nel frattempo mi sembrava mi stesse guardando malissimo. Mi sentivo osservata e non sapevo bene che fare, stavo ferma, muta, con un mezzo sorriso idiota. Finalmente dopo vari tentativi riuscimmo a convincere l'amico a lasciarci andare, salimmo in macchina. Mi chiese cosa volevo fare, ovviamente non seppi rispondergli.
Lui guidava in direzione centro, poi mi guardò, si fermò e disse che aveva un idea, secondo me premeditata. “ Che ne dici del cinema?” “Non so, c'è qualcosa di interessante?” iniziammo a guardare i trailer. Ci piacque un film, “Il lato positivo”, mi disse che lo avevo ispirato io visto che a parer suo, cerco sempre il lato positivo in tutto.
Arrivammo al cinema troppo presto, comprammo, anzi, comprò dopo qualche “litigio” i biglietti e decidemmo di fare colazione. Finalmente riuscii a pagargli un caffè e dopo esserci dilettati sulla stranezza dei cucchiaini della “Illy” ed aver scambiato due parole con la barista, iniziammo il giro per il centro commerciale. Dopo un po la sua natura contorta lo richiamò per una sigaretta, così ci dirigemmo verso un uscita e ci sedemmo su una panchina. Iniziammo a parlare di un servizio de “Le Iene” sul fumo -visto che continuavo a sottolineare quanto fosse dannoso- poi parlammo dei suoi capelli geneticamente bianchi e in seguito ritornammo a parlare del più e del meno. Dopo qualche affermazione mi disse nuovamente che avrei dovuto sposarlo e io nella mia testa pensai -nuovamente- che avrei accettato senza dubbio. Decidemmo di incamminarci nuovamente verso il cinema, ci sedemmo, io scelsi il posto nr. 8, il mio numero fortunato, la sala non era minimamente affollata ma c'era sicuramente più gente di quello che mi sarei aspettata da un venerdì mattina. Il film era carino, nel primo tempo ci limitammo a commentare delle scene, nel secondo tempo mi prese la mano. Mi sono persa il passaggio, solitamente si vede la mano che si sposta, io so solo che abbassai lo sguardo e vidi le mie dita incrociate alle sue. Era dall'inizio dello spettacolo che la mia mano gelida aspettava la sua, eppure, quando ciò accadde, non me ne resi conto. Continuammo a commentare ciò che più ci colpiva come nulla fosse. Ricordo una frase in particolare, ad un certo punto mi avvicinai al suo orecchio come fatto fino ad allora e sussurrai “ Lei si è resa conto di essersi innamorata di lui” (mi riferivo al film ma inutile far notare la verosimiglianza con la realtà) Lui mi rispose dicendo “ Si, ma anche lui si è innamorato di lei”.
Ovviamente gli ultimi due tre minuti del film prima dei titoli di coda non li ho visti, il suo naso si appoggio alla mia guancia, il mio cuore sobbalzò in gola, girai lentamente la testa e chiusi gli occhi.
Quando li riaprii la sala era vuota. Ci alzammo di scatto tutti e due, io cercai di rimettermi alla rinfusa il giacchetto, lui mi prese la borsa e mormorò qualcosa riguardo la pesantezza, io ero totalmente stordita. Le gambe tremavano così come le mani, mi girava la testa, la bocca era asciutta come i campi d'estate. Usciti dalla sala mi ridiede la borsa e cercò di informarsi sul da fare. Lui aveva fame, io no, decidemmo di andare al mac, a ripensare alle condizioni nelle quali mi trovavo ed ai comportamenti avuti dall'uscita dalla sala fino alla cassa del mac donald mi vergogno terribilmente.
Lui ordinò da mangiare, a me prese un tè freddo alla pesca e dopo averlo svuotato ( ghiaccioli compresi) riacquisii i sensi e un minimo di razionalità e riprendemmo a parlare. Tornammo in macchina e mi riaccompagnò a casa, ci salutammo -finalmente in maniera decente ovvero con un bacio come si deve e non con i due bacetti formali- e rientrai a casa. Penso che questa volta ero completamente tra le nuvole.
Qualche giorno dopo, nel mezzo di una chiacchierata normale, ebbi la prima batosta.
Mi disse che era appena uscito da una storia seria e non voleva subito ributtarsi in un nuovo impegno. La presi piuttosto male ma solo perchè non sapevo come comportarmi, mi sembrava avesse fatto tutto lui, non sapevo cosa avrei dovuto rallentare, dove ero stata io ad accelerare.
Il giorno seguente cercai di evitarlo in tutti i modi. La mattina non ci furono problemi, come al solito arrivai prima di lui e mi fiondai in classe, al cambio dell'ora evitai di uscire dall'aula, a ricreazione non mi fermai al solito posto dove chiacchieravamo anzi, uscii dalla per pochi minuti giusto il tempo di sgranchirmi le gambe.
Per una strana iniziativa del preside dovevamo rimanere a scuola per recuperare delle ore perse, quel giorno in programma avevo filosofia fino alle 15:00-15:30, solitamente lui sarebbe uscito alle 13:30 purtroppo quel giorno si doveva fermare per seguire il corso di inglese previsto per lo stesso orario. Nonostante ciò, ebbi la fortuna di uscire 10 minuti prima del previsto, corsi alla fermata dell'autobus che passò dopo poco. Pensavo di averla scampata, il giorno dopo sarei partita, non lo avrei visto per almeno una settimana, giusto il tempo di rimettere in ordine i pensieri e cercare di capire cosa fare, come agire.
Arrivai alla famosa piazza del paese dalla quale dovevo prendere il secondo autobus che mi avrebbe portata a casa, ero in compagnia di un compagno di classe, chiacchieravamo quando vidi arrivare la sua macchina. Il cuore sobbalzò in gola, cavolo, cosa dovevo fare? Le ginocchia iniziarono a tremare, mi girai verso il mio amico che mi disse “Vai vai”, sapeva solo che ci stavamo frequentando, si conoscevano più o meno, avevano passato la settimana bianca organizzata dalla scuola insieme.
Nel frattempo la macchina si era accostata le mie gambe avevano preso da sole l'iniziativa e si erano mosse verso quella scatoletta nera ferma. Come al solito quando cercai di aprire la portiera quel bellissimo ragazzo che mi stava facendo impazzire, si piegò in due dalla sua postazione per cercare di facilitarmi la mossa, per un gesto di apparente galanteria.
“ Le posso dare un passaggio signorina?” Chiese dolcemente, ormai era fatta, ero lì, troppo timida e troppo presa da quegli occhioni marroni per dire di no. Salii in macchina e mi allacciai la cintura. Partimmo, mi voltai ancora e con un cenno di mano salutai il mio amico che rimase ad aspettare l'autobus, lì per lì mi sentii anche in colpa, se non fosse stato per il discorso che avremmo dovuto affrontare avrei probabilmente chiesto a Francesco di dare “uno strappo” anche a lui.
Iniziammo parlando del più e del meno, non avevo voglia di parlare di cose serie, ci ero rimasta male ma non volevo farlo vedere, ovviamente si era capito dal mio atteggiamento ma intraprendere quel discorso mi spaventava.
Nemmeno questo mi fu concesso, percorso qualche metro abbandonò i discorsi generali su come avevamo passato la giornata e iniziò con quello tanto temuto.
Mi raccontò nuovamente il suo punto di vista, mi disse che avrebbe capito se avessi deciso di finirla lì, al contrario gli spiegai che non capivo cosa intendesse per “ andarci piano” non ero di certo una di quelle ragazze che cinque minuti dopo gli sarebbe saltata al collo dicendo “ti amo” e sbaciucchiandolo in pubblico, non era da me. Puntualizzato questo, mi disse solo che non voleva fare subito “la coppietta” a scuola, ribadii che non era nel mio carattere.
Arrivammo davanti casa, scesi ancora tremolante come una foglia dalla macchina, ero completamente persa, la mente annebbiata, stordita, mi chiese di salutarlo, ero imbarazzata, eravamo tornati ai soliti due bacetti formali che tanto detesto anche tra amici.
Appena girai le chiavi nella serratura mi resi conto che il mio cuore era ormai suo, non lo avrei ripreso facilmente, neanche se avessi voluto, gli avrei concesso tutto il tempo di cui aveva bisogno avevo paura di perderlo.
Gli scrissi subito un messaggio, gli dissi che avrei aspettato, ora penso sia stato uno dei miei più gravi errori ma a posteriori si possono pensare tante cose.
Il giorno dopo la sveglia suonò alle tre del mattino, trovai un suo messaggio, mi augurava buon viaggio e mi ringraziava della comprensione, sulla faccia apparve il solito sorriso da orecchio a orecchio che solo con lui o per lui riusciva ad comparire.
Ero emozionata, atterrati a Trieste gli mandai un messaggio su whatsapp dal telefono di Stefano-il mio era ancora talmente antiquato da non avere internet-, mi rispose contento perchè avevo pensato a lui e io ancora più felice continuai a rispondergli. Tra uno spostamento ed un altro mi addormentai sul pullman e quando gli scrissi nuovamente dopo qualche ora spiegandogli la causa della mia “sparizione” , mi rispose con un messaggio che mi sciolse il cuore “ hai fatto il riposino :3 cucciola!” qualsiasi altra persona avrebbe vomitato,io ero completamente partita e questa frase mi sembrò la frase più dolce del mondo. Era una risposta per una bambina, ma era proprio così che volevo essere trattata in alcuni momenti, come una bambina coccolata.
Ci mandammo messaggi ancora per un paio di ore, prima che a Stefano si scaricasse il telefono e prima di passare un giorno intero in Croazia, completamente senza internet. Non avere sue notizie mi faceva impazzire, lo nascondevo bene ma dentro di me c'era un uragano che tentavo di mettere a tacere. Per fortuna ero in presenza di persone che lo conoscevano con le quali parlare, il che allevava per quanto possibile il dolore della sua assenza.
Tornati in Italia ci scambiammo qualche messaggio al volo ma la batteria del telefono era nuovamente a terra così mi dovetti accontentare di aver almeno saputo che era ancora vivo e vegeto.
Tornammo giovedì pomeriggio in tarda serata, venerdì rimasi incollata al letto così come i miei compagni di viaggio, non riuscii quindi a vederlo ma programmammo un uscita per il sabato. Da sabato, per un suo impegno, venne spostata a domenica. Rivedere la sua macchina davanti casa mia fu una gioia immensa, ci salutammo e ci avviammo verso un bar in zona. Una volta arrivati mi sentii sprofondare dall'imbarazzo, lì lo conoscevano tutti, cassieri, baristi, clienti, mi spiegò che frequentava quel posto come minimo tutte le mattine per la colazione prima di scuola, ordinammo da bere, lui pagò ( dopo inutili lotte davanti la cassa) e ci sedemmo ai tavolini fuori.
Iniziammo a parlare, anzi, iniziai, raccontandogli del viaggio, delle emozioni provate dopo di chè gli consegnai la cioccolata comprata appositamente per lui. Era tipico prendersi in giro tra di noi, quando potevamo ci facevamo scherzi a vicenda ma quel giorno, per un secondo un brivido mi percorse la schiena. Gli porsi la tavoletta dopo aver parlato del posto dove l'avevo presa, lui sorrise, si alzò mi diete un bacio sulla guancia e disse che non avrei dovuto, girò la barretta e iniziò a leggere . “ Nocciole? Sono allergico alle nocciole!” Impallidii, poi arrossii, ebbi improvvisamente caldo e freddo, cavolo, che figura, volevo sprofondare.
La faccia seria con la quale aveva fatto quella affermazione si trasformo in una risata sonora quasi ghigno. “ Scherzaaaaaavooo” io feci l'offesa, poi scoppiai a ridere e gli dissi che questa me l'avrebbe pagata, lui ribadì che se anche fosse stato allergico, l'avrebbe mangiata lo stesso, solo perché ero stata io a portargliela-dolcissimo-. Tra una chiacchiera e l'altra fui colta da un ondata di acari della polvere che fluttuavano attorno a me, la reazione allergica fu immediata, iniziai a tossire, lacrimare...uno scempio! Come mi vergognavo! Lui mi disse che era meglio tornare in macchina, che non poteva vedermi in quello stato -ci credo! Un mostro era più affascinante di me in quello stato-
Salimmo dunque in macchina ed arrivammo davanti casa. Stavo aprendo la portiera per scendere quando mi disse che in realtà aveva ancora del tempo, così chiusi nuovamente lo sportello e tornammo a parlare.
Scherzavamo in continuazione, questo mi faceva sentire bene, con lui potevo essere totalmente me stessa (a parte qualche momento di imbarazzo).
Era ormai buio, eravamo sdraiati sui sedili quando decisi che ahimè era ora di rientrare a casa. Lo salutai, felice di averlo rivisto.
La settimana seguente lo vidi per pochi giorni. Si avvicinavano le vacanze di pasqua e lui le avrebbe passate dal papà a Firenze, perciò partì qualche giorno prima.
Ci scambiavamo messaggi ogni tanto, mi disse che stava prendendo freddo solo per parlare con me, la trovai una cosa estremamente carina ma gli dissi di tornare dentro prima di ammalarsi, mi raccontò in grandi linee dei suoi progetti per le prossime giornate tra le quali una visita dal dentista che lo preoccupava fortemente. Ci riaggiornammo i giorni seguenti, ci scambiammo gli auguri e così trascorsero le vacanze. Rientrati a scuola però dovemmo salutarci nuovamente, sarebbe andato a Dublino per una gita scolastica, la mia classe non era compresa, ahhh quante brutte cose pensai sulla mia scuola!
Pochi giorni dopo la sua partenza mi resi conto che ero completamente e follemente innamorata di lui. Stavamo parlando in inglese vista la sua postazione, lui era in hotel, mi raccontava più o meno del viaggio e del posto in cui si trovava. Il giorno prima della sua partenza avevamo avuto una spiacevole incomprensione, ci eravamo incrociati in corridoio durante un cambio dell'ora, io ero diretta al bagno, lui in palestra. Lo avevo visto arrivare da lontano, mi ero fermata ad aspettarlo, lui arrivò, ci salutammo, mi chiese come stavo, gli risposi, poi arrivò un suo amico che a sua volta gli fece una domanda. Sembrava avessero già iniziato a scendere le scale quando decisi di proseguire verso i bagni. A ricreazione come al solito mi fermai davanti l'uscita dove parlavamo ogni giorno, ero con un paio di amiche, lui passò avanti, senza fermarsi, senza salutare, diretto verso il gruppo di amici che chiacchieravano pochi metri più in la. Rimasi esterrefatta, guardai le mie amiche e decidemmo di tornare in classe. Passai accanto a lui e gli misi una mano sulla schiena, come cenno di saluto, lui si voltò ma io ero già passata, non disse niente. Il pomeriggio mi mandò un messaggio chiedendo cosa fosse successo, mi disse che ero stata fredda la mattina, io ero stupita, a me era sembrato strano il suo di comportamento, lui rispose dicendo che durante il cambio dell'ora gli ero sembrata strana, mi scusai, non ne ero consapevole, forse era la stanchezza di un anno pesante di studio e di novità tra le quali la nascita del mio fratellino che era diventato un impegno più che serio. Lui propose un alternativa per scusarmi, avrei dovuto cucinare per lui una sera, acconsentii. Parlavamo proprio di questo nel momento in cui lui mi disse delle parole che rimasero impresse nel mio cuore: “ You are too kind”, sei troppo carino gli dissi, “Your smile makes me this effect” Il tuo sorriso mi fa questo effetto rispose. Dalla gioia scesero due lacrimoni dai miei occhi e mi sentii tra le nuvole e anche oltre. Non ero mai stata così felice in vita mia.
CONTINUA...
A.A Amore adolescenziale testo di LadyS