Notte senese

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una breve, romantica esperienza interiore ed esteriore di una notte autunnale.
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Testo: Notte senese
di capstef

Non sono più in grado di lasciar stare, di far scivolarmi il resto addosso. Prima di partire, un anno fa, ero più cinico, in un certo senso meno sensibile agli eventi, anche se potevo già facilmente considerarmi un membro fisso di quella stretta cerchia di persone che prova assiduamente a scavarsi dentro l’anima. Davanti a un caffè, fissando una pozzanghera, sentendo gli operai lavorare per strada. Di tanto in tanto mi capitava di fermare il tempo e provare a nuotarmi dentro, per poter capire qualcosa del fuori. Mi capita, di tanto in tanto, non più di nuotare e regolare il fiato, bensì ora di immergermi, ora di trattenere tutta l’aria che posso, e andare giù in profondità.
Il rischio è questo, di noi persone sensibili: andare giù, toccare il fondo, il buio, e tornare su velocemente e con affanno, e scambiare la luce per il mondo.
Ma a quella luce ci siamo abituati. È speciale solo quando la si vede dall’abisso, diventando pian piano sempre più chiara, bianca, sopra un sottile spesso strato di ghiaccio. Io arrivavo fin lì, mi sembrava di toccarla, ma era freddo e, per quanto mi sforzassi e agitassi, il ghiaccio non si scalfiva.
Dopo un anno fuori, ho cominciato a vedere delle crepe da cui raggi bianchi dolcemente si infilavano tagliando l’acqua. Ho regolato, trattenuto il fiato troppo a lungo. Sento il bisogno di respirare.

Tre mesi e qualcosa che lavoro no-stop. In un attimo, gli alberi si sono spogliati, le nuvole hanno iniziato ad abbracciare il cielo più frequentemente e il sole ha perso il suo calore. Tra l’ordinarietà dei giorni, sono stato in grado di superare l’esame di storia medievale. Il professore non poteva essere più adatto, un tutt’uno con la materia in questione: alto, capelli liscissimi color argento, ingobbito, distaccato, medievale. Non mi aveva preso in simpatia. Dopo mesi a vagare errante tra l’osmosi dei popoli longobardi, l’apoteosi di Carlo Magno e Federico II e il ripetersi costante degli screzi furenti tra francesi e inglesi, francesi e mediterranei o francesi e francesi, sono finalmente libero per qualche giorno. E come coronare la libertà momentanea se non scappando da quell’ordinario, dal lavoro e dal resto. Da ammirare la punta della Mole accarezzare il cielo ad apprezzare la punta di una torre pendente tenuta stretta in piedi dalla terra.
Il clima è quel che è: autunnale. Mi sono rassegnato a fare lo slalom con gli occhi per evitare le sottili gocce che corrono vivaci sulle lenti degli occhiali.
Va bene così, io amo la pioggia.
Amplifica gli stati d’animo, e mi trascina più facilmente sul fondo, dando poi un valore differente alla luce che cerco. Rimango ancora intrappolato lì, a galleggiare tra ombra e chiarore, senza riuscire a venirne fuori.

Amici, musica, buon cibo, caffè e alcol, squarciando le poche città storiche che siam riusciti a (ri)visitare, analizzandole poco più approfonditamente, per quanto ci sia stato possibile.
Felice, spensierato e nostalgico, ma sempre lì, dove sappiamo noi sensibili alle cose del tempo.
Cinque giorni volano.
È la sera prima di partire, con sveglia fissata alle 6 del mattino dopo. Andiamo a cenare al solito posto di fiducia: i pici al ragù di cinghiale più buoni di tutta Siena, accompagnati da un Chianti tradizionale, poi caffè e amari. Mi concedo una sigaretta, soddisfatto e adagiato in un’allegria che so esser provvisoria. Ma è sabato, una piacevole brezza ci accarezza, decido di stare in barca e navigare attraverso quest’illusione transitoria.
La città è viva, la via della movida è piena, gente dappertutto, in ogni angolo. Sono un po’ stanco.
I miei amici mi hanno abbandonato per andare a coricarsi, io rimango. Camminando, noto una coppia di ragazze appoggiate al muro a cincischiare su studio, tempo, arte, non ne ho idea. Allungo le antenne e capto una lingua non italiana, non inglese: sono russe. Mi fermo pochi metri più in là, a osservare timidamente. Una delle due ragazze mi offre la schiena, mentre l’altra riesco a vederla bene in viso, con capelli corti castani tendenti al chiaro appoggiati dolcemente sul collo e una pelle candida come la nebbia, la stessa che si riesce a immaginare pensando alle steppe della regione del Caucaso.
Vado a parlarci. Vado a parlarci. Vado. Ci sto parlando.
Uno scambio di sguardi, un bel po’ di parole, e l’amica che si rivela tale, allontanandosi e lasciandoci soli.
Sono ancora in barca e il mare è calmo. Lei è meravigliosa, c’è connessione. Per qualche istante, è come se fosse con me a tirare i remi, coordinati alla perfezione. Poi la guardo bene, ci casco, e sento che non c’è quiete, c’è un uragano. Son fatte così le persone con la tempesta dentro: sono abituate a esser vittime del vento, prese e portate via, e proprio per questo sanno cosa vuol dire trovare il sereno, godersi il mare calmo su cui, per quella sera almeno, stavo navigando.

“Andiamo via da qua”. E andiamo via. Troppa gente presente ad appannare e abbagliare violentemente i nostri pensieri.
Non ho aspettative.
Sono le due. Da qui, lontani dalla folla e dalle mura della città, la vista è bellissima. Da qualche ora ormai abbiamo smesso di parlare, ci stiamo leggendo a vicenda. Io sfoglio qualche pagina di lei, vado avanti, torno indietro a rilegger bene, lei fa lo stesso. Incastriamo riflessioni e opinioni, lei mi sorride. Ci fissiamo, lei mi guarda l’anima, ci prova, ferma come il tempo ormai.
Sono le quattro.
Ho aspettative. Io vivo di aspettative, non posso mentirmi, alimentano la mia esistenza.
L’accompagno sotto casa, è ora di andare. Ci scaldiamo in un abbraccio trattenuto, per dei secondi che sembrano macigni. Non posso lasciarla andare senza baciarla.
L’attimo, mi sfiora le labbra con le sue, ci accarezziamo, ci fondiamo, rendiamo la notte meno gelida. Dopodiché è addio, in un attimo appunto, quell’attimo, proprio come la descrizione del momento. Un bacio di dieci minuti, di dieci ore, di dieci giorni. La lascio andare. Il freddo mi tocca di nuovo la spalla, accompagnandomi a casa.
Sono le cinque, devo tornare a Torino.
M’immergo, vediamo com’è la situazione quaggiù. Sono sul fondo, eppure è luminoso. Nuoto verso l’alto, la luce bianca pare più vicina, i suoi raggi più decisi, il ghiaccio più sottile e fragile. Tocco la superficie dell’acqua: è grano, o fiori, è morbida come i capelli di lei. Respiro, sono fuori.
Questa notte d’autunno vedo la luna.
Questa notte è la notte in cui sono stato vivo.

Notte senese testo di capstef
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