STORIE DI POVERI DIAVOLI
Trovare da dirsele, e tirare delle saracche per una partita persa era normale. Era tardi, i fumi e l'ira stavano raggiungendo i livelli di calma apparente del vecchio Rubens e gli scoppi provocati raggiungevano mondi notturni e lontani. Rubens? nome fittizio, aveva sempre odiato il nome imposto, Lino. Rubens? Ma va! Era da fico.Cosa le era passato per il capo a quella santa donna di mettergli quel nome, se lo stava ancora chiedendo, almeno fosse stata presente nella sua crescita.Allevato come un povero pollo abbandonato in una cascina della bassa, intuì a suo spese le varie avventure che gli avrebbe porto la vita, divenne un cane da tartufi e visse di rapina. Le notti estive passate sotto mugolii strani, curiosi, e odori particolari, gli avevano aperto i cinque sensi. Nelle donne non vedeva delle belle bocche ridenti ma solo fiori carnosi sfatti e peccaminosi.Dopo aver ingoiato due grappe di quelle fatte come dio comanda, salutò inviperito la compagnia dei soliti balordi, penultima tappa prima di chiudere la notte. Sbattè con violenza la porta a vetri dell'osteria, tenuta ancora su con lo sputo dall'ultimo sussulto ondulatorio. Il suo tremolante e pauroso cane spinone gli evitò una frecciata sul collo di un frammento di buon vetro temperato, vecchio e fatto a mano. Le folate di vento freddo sembravano secchiate umide, e lui ancora sudato e in preda ad una fibrillazione causata dall'ultimo viagra andato a male e il ricordo della boteriana vigliaccona...Ma, pensandoci si fece il segno di croce a mo' di svolazzo e si ripromise di fargliela pagare cara. I suoi lombi erano preziosi... Ora quei continui fischi di serpentese lo rabbuiarono. Entrò di corsa al posto di guida, accese la luce per guardarsi gli occhi, rimase di stucco: si stavano gonfiando come quelli di un vecchio porcello.Non doveva muoversi di casa, ma il silenzio dei mutanti lo aveva istigato, e lemme lemme era uscito, anzi s'era dimenticato di scendere in paese. Da tre giorni piangeva come un vitello la morte violenta di un suo vecchio amico, il fatto lo aveva sconvolto per l'efferata crudeltà e mai avrebbe pensato di mancare alla veglia funebre.Ma vai a vedere cosa può succedere nella testa di uno che non ha mai accettato il nome dato da quella benedetta donna, fra l'altro mai capita nelle sue assenze.Ora? Dormiva anche lei sulla collina.E invece di andare a dare una mano a quei poveretti, prese la strada dei castagneti e raggiunse amici inaspettati giunti dalla Bassa per passare un capodanno diverso.Meglio una compagnia godereccia che un pianto antico; o no?Che mangiata ragazzi!Oggi a voi e domani? Domani forse anche a me, si disse mollando di gusto una scoreggia.Domani avrebbe trovato scuse ahahah, solo lui sapeva sleccazzare. Rise a denti stretti, tipo cane con casco da corsa.Aveva bevuto, non riusciva a tener l'auto in linea. Il cane tremava e guaiva, poi una ventata da vera bora nordica e un giro di valzer lo sbalzarono dal posto di guida sugli scalini del cancello aperto e tutto illuminato del cimitero. Non ebbe nemmeno la forza di pensare a quella stranezza. Mollò il culo ingombrante, due quarti di maialone. E poi? si lasciò andare nel buio più profondo. Rubens aprì un occhio, un dolore acuto al nervo sciatico lo fece urlare. L'occhio semichiuso e gonfio si proiettò sui piedi caprini di chi gli stava seduto vicino. - Piano amico, respira piano, ti sono vicino, manca poco sai? Rubens biascicò con fatica due parole: - manca poco a che? - E come! Non ricordi? Al solito giro di vite...Ahi noi!Lo strano tipo ricoperto da una palandrana uscita di sicuro da un vecchio loculo lasciò il nostro uomo e riprese la strada per il cimitero canticchiando il dies irae. La luna uscita dall'ombra stava illuminando il corpo enorme nudo e dolorante pieno di grosse lumache verdastre e bavose, che si stavano alimentando di quel succo denso e limaccioso che stava emettendo senza sosta dai pori. -- No – Urlò. -- Basta bestie schifose. – Non riusciva a pensare di sopportare questo infernale stato. – Voglio morire! -- Sussurrò, Pensando di dover smettere di bere, non se la sentiva più di ricadere in quel girone.La nuova paura alimentò la sudorazione. No! – Il vecchio incubo! – biascicò.
Lentamente l'uomo continuò a gonfiarsi... L'aria divenne immobile e lui? Nel boato si annullò. Nello scoppio miriadi di frammenti di carne con a cavallo delle chiocciole luminescenti andarono a posarsi sul lugubre paesaggio.
Gli abitanti della valle maledirono i soliti botti. Un raggio di sole colpì la vecchia testata di legno intagliato. Antonio aprì un occhio e vide ai piedi del letto il vecchio e spelacchiato cane che stava lentamente leccando un pezzo di dito nero. Una piccola chiocciola passeggiava tranquilla sul suo tartufo. -- Ancora! -- Urlò. Una mano lo scosse, e lui finalmente sveglio, si girò guardando negli occhi la sua dolce Anna, riprese fiato e nel guardarsi intorno… il cane non c'era più. – Anna! E' tornato ancora...che vuole? – Sai? Credo di aver scoperto la fonte di questi incubi, – gli disse la giovane moglie guardandolo teneramente – la casa che abbiamo comprato sembra maledetta, in paese dicono che il vecchio proprietario non vuole lasciarla, sì proprio quello scomparso da pochi anni. Proprio ieri stavo ascoltando... – Non mi parlare ancora di storie di fantasmi, ti prego! Non voglio avere due vite! – Biascicò il povero Antonio.
– Devi saperlo, dobbiamo capire. Non abbiamo altri mezzi per venirne fuori. Ti stai distruggendo. – Anna coccolò il suo amore.
– Nelle notti di plenilunio i paesani si chiudono in casa per non vedere in giro per la campagna il fantasma del vecchio Rubens, e del suo cane. Dicono che quando scomparve ci furono delle tremende giravolte di fuochi che illuminarono la vallata... e per simpatia si innescò l'accensione di una bomba dimenticata dalla guerra vicino al vecchio cimitero. Questa notte lui è ritornato, e con la luna ha fatto da padrone. Cerca pace, forse fa di tutto per dirci dove possiamo trovare il suo corpo. E io credo che quel cratere abbia a che fare...
– Chi sono io per avere questo peso? – Ha scelto te, che credi! Tu vivi nella sua casa, per quello che ne sappiamo dormiamo nel suo letto...-- fece pausa, rabbrividì e si raccolse ancora più vicina. – Non vorrei sbagliarmi, ma credo di aver trovato il mezzo per dargli pace. – Rise e al suono della sveglia scese dal letto. – E ora a noi povero vecchio. – Dove vai? Ti prego, non lasciarmi solo. – Torno, torno! Dammi cinque minuti.Antonio rivoltò il cuscino sudato, trovò una sistemazione, gli sembrò di vedere la scia di una lumaca che stesse seguendo la moglie. Si appisolò. – Svegliati pigrone! – Anna, appena rientrata, aprì le ante e il giorno nel suo splendido vestito primaverile fece ingresso. – E' tutto pronto. Ho già predisposto l'esca dove presumo appaia! Non posso dirtelo ora, non si sa mai, potrei sbagliarmi! Ora alzati! Il sole mangia le ore...
Il silenzio della notte si ruppe e Anna si svegliò impaurita, accese il lume scrutò con ansia il marito che col sorriso del beato stava dormendo della grossa, si guardò bene dallo svegliarlo. Lei rimase in attesa... All'improvviso scoppiò una fragorosa risata seguita dal guaito di un cane, poi ritornò il silenzio.La donna, cercando di non fare il minimo rumore scese dal letto, schiuse un battente e guardò fuori. Rise. La bottiglia di grappa impolverata che aveva recuperato quella mattina in cantina, messa come esca sul muretto era scomparsa.
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poveri diavoli testo di elisanna