“Alex e Hassan”

scritto da Bruston
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“…in silenzio. Con rispetto.”
- Nota dell'autore Bruston

Testo: “Alex e Hassan”
di Bruston

Alex era un giovane imprenditore. 

Figlio di un grande imprenditore, padrone di una fortuna e di una ditta di assemblaggio di componenti informatici.

Il giorno che il vecchio passò a miglior vita, Alex ereditò tutto, ditta compresa.

Gestì l’intero patrimonio con un morbido distacco. Riuscì a trarne in questo modo, un ulteriore cospicuo guadagno.

Solo una cosa trasse la sua attenzione e la sua sincera curiosità.

La ditta di assemblaggio.

In quella, suo padre stesso vi aveva lavorato da ragazzo e non si era risparmiato a plasmare e crescere.

Decise di recarvisi e di prenderne le redini lui stesso.

Il giorno in cui Alex, per la prima volta, varcò la soglia della “Hardware&more”, era inspiegabilmente emozionato.

All’ingresso venne accolto da uno schieramento di receptionist, impiegati e soprattutto operai.

Lo guidarono in un tour, carico di informazioni, di segreti del mestiere e di macchinari a lui finora sconosciuti.

Alex, rimase seriamente colpito dall’aria e dall’aspetto così efficiente e giovane di quella realtà.

Se ne compiacque molto.

Dopo un ora, lui e la delegazione che lo scortava, terminarono il giro e si ritrovarono nella mensa.

Alex si mise seduto ad un tavolo. Iniziò a riflettere su quanto aveva visto e su quanto gli era stato detto.

Ma gli mancava ancora qualcosa, dati più personali ed aneddoti specifici, perplessità e consigli.

Si armò di santa pazienza e chiamò uno per uno, ognuno delle sessantacinque anime che si adoperavano per la sua azienda.

Alex era desideroso di carpire il più possibile da loro, che, chi da molto e chi da abbastanza, rappresentava quella realtà.

Per poter migliorare ancora. 

Per far star ancora meglio i suoi collaboratori.

Per fatturare ancora di più.

Pose domande oculate ed ascoltò molto, come gli aveva insegnato suo padre.

In realtà tutto l’approccio e la cura che stava usando, era un lascito culturale di suo padre.

Le risposte e le nozioni che ebbe, si assomigliarono tutte.

Quella ditta era una grande famiglia, suo padre era stato un grand’uomo, il lavoro era abbastanza complicato ed a modo suo faticoso, ma che lo svolgevano con grande entusiasmo.

Di consigli arrivarono ben pochi. Ma assai utili.

Infine tutti, ma proprio tutti, mostrarono una preoccupazione.

Il magazziniere addetto alle consegne, Hassan, era talvolta troppo lento nel suo lavoro e le consegne a volte ne risentivano.

Ma la loro preoccupazione non era per la produzione o le consegne, bensì per la persona.

Alex chiese in ultimo, per cui, di parlare con lui.

Hassan si presentò con un passo un po’ pesante e malfermo.

Era un uomo sulla settantina andante, un attimo curvo su se stesso. 

Uno sguardo saggio e dolce. Un sorriso sincero.

Si sedette di fronte al suo nuovo capo e gli fece le condoglianze per il suo compianto padre.

Gli raccontò, senza che ancora gli venisse chiesto niente, che lo aveva conosciuto molto bene e a modo loro erano stati amici. Seppur padrone ed operaio.

Hassan aveva in mano un fazzoletto di stoffa ed ogni dieci parole o quasi, vi tossiva dentro.

Alex ascoltò con molta attenzione, tutto ciò che quell’uomo gli stava raccontando.

Ma allo stesso tempo, in lui, si installò la medesima preoccupazione che tutti i dipendenti gli avevano rivelato. Ovvero che l'uomo che aveva davanti era vecchio, stanco e con una salute a cui mettere mano.

All’ennesimo colpo di tosse velato dal fazzoletto, Alex mostrò interesse e preoccupazione.

Il suo simpatico interlocutore sminuì la cosa.

Alex allora cercò di fargli sapere, se ancora non lo avesse saputo, che l’azienda aveva un’assicurazione che avrebbe coperto analisi e quant’altro.

Ma Hassan, sorridendo, continuava a ripetere che non era necessario.

Alex, dopo un po’, cedette e cambiò discorso.

Hassan fu grato che il discorso fosse mutato. Sapeva benissimo cosa fosse quella tosse e cosa avrebbe dovuto fare.

Ma non gliene valeva la pena. La sua vita l'aveva vissuta appieno ed era stata bella.

Si rese conto immediatamente, che il ragazzo che aveva di fronte, assomigliava davvero tanto a suo padre. Ne fu lieto.

Ad un certo punto infatti Hassan, sentì porsi una domanda che suo padre, il vecchio padrone, gli aveva porto spesso.

Una domanda che il signorino, aveva posto a tutti come ultima curiosità.

"Cosa vorresti tu, a tuo gusto, volontà e utilità personale, come miglioria dell'azienda?"

Il brav’uomo di fronte a lui, lo guardò e sorrise.
Ci pensò un attimo e poi seppe cosa chiedere.

“Io sono egiziano! Ogni giorno, sabato compreso, sono qui a pranzo, in questa mensa.
Essendo ormai vecchio, a cena non mangio mai.
La domenica sono troppo stanco e rimango a casa e non c’è nessuno che me lo cucina.

Per cui la mia richiesta, se è davvero possibile, sarebbe quella di poter trovare qua a mensa, magari anche soltanto una volta a settimana o almeno una volin assoluto, il Koshari. È davvero molto tempo che non lo mangio!
Per me sarebbe tanto.
Per me è tutto qui. Altre richieste non ne ho!"

La richiesta di Hassan lo fece sorridere e lo commosse allo stesso tempo.

Con molto piacere gli promise, che avrebbe fatto inserire volentieri il Koshari nel menù della mensa.

Lo ringraziò, gli strinse la mano e si congedò.

Alex durante la settimana successiva, andò in giro per occuparsi di altre questioni.
Ma con una concentrazione non assidua.
Con una sensazione di lontananza che non riusciva a capire.
Con la certezza di aver fretta, di tornare in quella ‘famiglia’ che produceva componenti hardware. Non riusciva assolutamente a capire il motivo preciso, di quel precoce attaccamento a quella realtà, che aveva appena conosciuto.
Ma così era.

La settimana successiva esatta, per cui, ne varcò per la seconda volta la soglia.
Stavolta venne accolto solamente dal suo braccio destro ed accompagnato al suo ufficio, con poche cerimonie.

Pochi minuti dopo, rimasto solo, iniziò a girovagare per quell’azienda, ad osservare quei lavoratori e a cercare di conoscerli.

Capì subito che qualcosa non andava.

L’aria era estremamente cupa, silenziosa e triste.

Dei molti lavoratori che aveva conosciuto la settimana prima, ne contò meno della metà.

Preoccupato, spaventato e con uno strano presentimento addosso, andò in magazzino, in cerca di Hassan, ma lo stanzone era vuoto.

Con la volontà di farlo chiamare, si recò quasi inconsciamente, in mensa.

Si rivolse ad un impiegato che prendeva il caffè e chiese.

La risposta che ne ebbe, era la più funesta.
Era quella che lo stava tartassando col suo tarlo, sempre di più, praticamente da quando era partito.



Hassan era morto due giorni prima.


Tutti quelli che mancavano erano al suo funerale.

Hassan era morto. 

Quell’uomo buono che aveva ascoltato per una buona mezz’ora, che sapeva del suo male e se lo era tenuto per se.

Che evidentemente era rimasto convinto, che la sua vita poteva bastare così!

Hassan, l’amico di suo padre.

Alex, con un nodo stretto in gola, guardò l’orologio. Era quasi l’ora di pranzo.

Si alzò ed andò a controllare.

Il Koshari era lì. Accanto alla zuppa alla toscana.

Alex se ne fece fare una porzione.

So rimise a sedere e la mangiò da solo.

In silenzio.

Con rispetto.

“Alex e Hassan” testo di Bruston
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