Mirina aveva sempre riconosciuto ai colori una qualità che a lei mancava. Mirina si sentiva sbiadita, scolorita, priva di quei meravigliosi contrasti che – per esempio – vedeva nelle sue compagne di scuola. A scuola nessuno le voleva davvero bene, rimaneva collocata ai margini di tutto e di tutti. Sì, c’era la sua amica Creusa, luminosa e delicata come un ranuncolo, però altrettanto svaporata. Ogni tanto le stava vicino, ma da vera farfallina sociale, bastava un soffio e d’improvviso – Miri, vado, c’è Desde, la vado a salutare! – e correva via con quel passo che quasi pareva danzare sul cemento triste del cortile scolastico. Mirina si sentiva come il cemento: dura, opaca, invisibile e trascurabile. Quanta gente entrando e uscendo o camminando sul marciapiede dava peso al cemento o all’asfalto? Le fondamenta dei loro passi e delle loro case era quello, eppure lo si dava per scontato, sempre.
Così Mirina, Creusa poi si perdeva e la dimenticava nella sua fatuità, rimaneva appesa, nel suo banco singolo, chiusa e fredda. Non aveva mai pianto, neanche quando l’avevano ferocemente presa in giro per mesi e mesi, il mostro atarassico della classe. Le dicevano che era una statua, una statua su cui tutti i piccioni cacavano addosso, e così prima o poi le avrebbero sparso della merda in faccia, giusto per vederla ancora compatta e impassibile. Lei, non aveva detto niente, aveva reagito con sopracciglia alzate e poche maledizioni mormorate tra i denti. Non si era confidata con Creusa (probabilmente le avrebbe detto di non badargli, lei così di luce tenue attirava solo generosità) né con gli adulti, alle medie gli adulti erano il nemico o entità astratte dalle loro convulsioni preadolescenziali. Non avrebbero capito né accolto. Per fortuna dopo la fine della scuola se n’erano stancati, le sue non reazioni davano poco godimento sadico e i ‘faccia di merda’ erano lentamente svaporati. Finalmente era in terza, fra le più alte della classe, e quella gravitas ora cominciava a creare un alone di timore intorno a lei.
Mirina non era bella in modo convenzionale, faceva pensare a una statua, la statua della dea severa e mascolina. Un’Atena o una Artemide: il viso altero, nessuna decorazione superflua, nessun sorriso, solo armi e scudo e arco e frecce.
Oltretutto si vestiva come piaceva a lei, non seguendo alcuna moda del momento. Niente vita bassa, ciabattone pelose, magliette sotto il seno, capelli lunghi fino alla vita portati davanti alla faccia o altre minchiatine sottilmente sessualizzanti che a lei neanche sarebbero potute stare. Lei era di ghisa e di marmo: un seno prorompente e ingombrante, glutei sodi e sporgenti, occhi fissi e intenti dietro a tristi occhiali tartarugati. Lei vestiva gli abiti che le andavano: spesso felpe dismesse dal fratello maggiore con loghi di squadre passate di moda, jeans maschili e rigidi, scarpe ginniche di terza mano. Non le importava di apparire come l’ultima Bratz di moda. Le importava d’essere vestita.
Il grigiore, quello, seppure le felpe erano rosse, blu, gialle, non l’abbandonava mai. E quell’atmosfera di seriosa pacatezza, inusuale per una tredicenne, si spandeva intorno come un afrore algido, ben diverso dalle puzze miste a profumetti da poco prezzo degli altri compagni. E però, sola si sentiva sempre.
Quella mattina, sul cemento del cortile, se ne restava come sempre a fissare oltre le teste dei compagni schiamazzanti e turbolenti, le finestre della classe. Finalmente ci sarebbe stata Arte, la sua materia preferita, e avrebbe tuffato il cuore e le mani nei colori. Perché lei amava profondamente i colori, tutti, seppure li sbiadisse su di sé. I gialli, i verdi, i viola… Aveva molto talento nel disegno e l’austera bravura del profe la rinfrancava, le dava fiducia nelle sue possibilità e nei suoi talenti. Passava quella benedetta ora con gli occhi pieni di meraviglia, luccicanti rispetto al suo solito. Quella mattina c’era da consegnare il compito per casa: una tavola di colori in forme astratte realizzata con la tecnica preferita. Lei aveva usato l’acquarello, una delle sue tecniche preferite, con le matite colorate. Lo aveva fatto con gioia quel compito, studiando bene accostamenti e risultati. Ne era orgogliosa.
– Miri, hai fatto il compito di quel trombone di Bistir? Me ne sono ricordata ieri sera, l’ho colorato a casaccio, di sicuro quello stronzo mi darà un 5, come sempre! – rideva Creusa, inerte ai risultati scolastici come del resto tutti gli altri.
– Sì, anche io. Ieri alle sei me ne sono ricordata. Mi darà magari un 7 stiracchiato –
Mirina, sempre, aveva imparato presto che non era di moda avere buoni voti o amare lo studio. Così mentiva, forse una delle poche forme di protezione che aveva sviluppato.
– Ma va, stronzetta! Che poi ti dà sempre il massimo! Come fai a farli così bene, poi… –
Per una volta, arrossì un pochino. Appena appena.
La prima ora era passata, noiosissima Educazione Tecnica, seppure disegnare le traslazioni dei solidi una certa soddisfazione di calma metodica e ordinata gliela infondeva. Finalmente Arte. Il Bistir entrò col suo passo elastico e felpato, i mocassini scuri e la giacca di velluto. Gli occhiali li aggiustava ad ogni fine frase e li scrutava con attenzione. C’era già delusione nel retro, però sperava sempre di trovare qualche virgulto talentuoso, a volte capitava, come Mirina.
– Bene, bestioline, sfoderate i vostri compiti e mostratemi i capolavori che avete prodotto in una settimana ABBONDANTE. –
Fruscii di album aperti, frasi borbottate a mezza bocca, qualche velata imprecazione forte.
Il quadro era abbastanza deludente. Su ventiquattro che erano, il compito era stato completato da forse dieci alunni. Mirina lo teneva celato dall’album, la fama di secchiona era forse peggio di quella della statua cacata, alle medie. La sua amica, di fianco, aveva fatto un pasticcio senza alcuna grazia – curioso come le farfalline giallo pallido non avessero talenti pratici, pensò Mirina – e cura nell’accostamento di colori.
– Creusa Miffi… Mmh… potevi anche evitare di farlo a mezzanotte, ci avresti fatto una figura migliore. Per averci almeno provato, sei meno. – l’occhio esperto dell’uomo girò sugli scarabocchi artefatti e confusionari del foglio.
– Grazie prof, è il voto migliore da che ci conosciamo! – il sorriso di Creusa era dolce e velenoso, come sempre.
– Mirina Pellai, uh, ci mostri la sua opera – fruscio di carta nel silenzio della classe (Bistir era l’unico che riusciva ad ottenerlo senza chiederlo, incuteva soggezione a tutti) che pareva forte come un fiume in piena – come sempre un ottimo lavoro, anche se devo dire che questa volta si è superata. L’hanno aiutata? –
Il lavoro era davvero buono, equilibrato e curato nella tecnica, eppure commovente. C’era tutto il mondo incerto e potente di una ragazzina di tredici anni bistrattata e ignorata. Delicatissimi sentimenti e potenti passioni. Bistir era deliziato e anche intenerito: Mirina aveva talento e un mondo profondo dentro di sé, se la sarebbe cavata benissimo rispetto ai vuoti pneumatici dei suoi compagni.
– No no, profe, tutto di mio pugno. L’arte è una mia passione – lo disse a voce bassissima, con la bocca semichiusa, ma l’ondata di risatine arrivò comunque. Quella sfigata faccia di merda, dicevano.
– Allora mi lasci dire che è una passione che deve coltivare, il suo lavoro di oggi è stupendo. Fossi in lei lo incornicerei a casa. Non le dò dieci perché i suoi compagni sarebbero crudeli, però sappia che se lo merita tutto. Un otto e mezzo, come sempre. Nel mio giudizio finale sarà più alto. –
Mirina sentì una lacrima formarsi all’angolo dell’occhio. Non adesso, ti prego!
– Grazie profe… Posso andare in bagno? –
– Certo Mirina, vai pure – gli occhi del profe le trasmettevano tutta la comprensione che nessuno dei suoi compagni, neanche Creusa, le avevano mai offerto. Corse via, in bagno, piangendo tutte le lacrime multicolori che mai si era permessa di tirare fuori. Il pavimento della toilette era ricoperto da un sottile velo iridescente, che nessun detergente riuscì mai più a levare.