Eccoci tutti qui, noi autori di "Alidicarta" : siamo riusciti a prendere in corsa una carrozza di terza classe del treno della letteratura, e ci siamo seduti sugli strapontini, perché i posti normali erano ormai già tutti occupati (qualcuno è rimasto addirittura in piedi) .
Nelle carrozze di prima classe ci sono quegli scrittori che, anche senza aver mai vinto un premio Nobel, hanno tuttavia una fama mondiale, o perlomeno una consolidata nomea nazionale: viaggiano comodi, non pagano nessun biglietto, anzi sono loro ad essere pagati dall'ente ferroviario alla fine del viaggio, e talvolta già all'inizio.
Nelle carrozze di seconda classe viaggiano coloro che il biglietto se lo sono pagato, a volte anche profumatamente, ma che ora sono ben contenti di stare seduti sfogliando ciascuno una copia del proprio libro di carta, anche se non sanno esattamente che fine hanno fatto o faranno le altre due o tremila copie...
E noi, nelle carrozze di terza classe, di gran lunga le più numerose, siamo stati accettati senza pagare niente, e niente o quasi possiamo esibire: qualcuno si è portato un computer (o uno strumento equivalente) , e cerca di far vedere ai vicini la sua produzione, incontrando però spesso diffidenza o disinteresse.
Ma dove va questo lunghissimo treno? Alcuni dicono che non si fermerà mai, che accompagnerà tutti i viaggiatori fino alla fine della loro vita, che viaggiare in quel treno sia l'unica attività che essi sappiano fare (benissimo quelli della prima classe, ufficialmente benino - ma non si sa se è vero - quelli della seconda, alla buona, molto alla buona, quelli della terza) .
Il treno pare non fermarsi mai, ma ogni tanto rallenta in qualche curva, ed allora alcuni (pochi, in verità) ne approfittano per scendere, cioè per buttarsi giù dal treno, cercando di farsi male il meno possibile; lo fanno perché sembra loro di avere abbandonato, o almeno trascurato, la vita normale, quella che si svolge quotidianamente nelle loro città, dove si fa volentieri a meno di quel treno. Ma corre voce che tutti quelli che sono scesi si sono poi pentiti e che ora vivono come automi, privati di un importante pezzo (anche se spesso mal funzionante) di se stessi, del principale motore delle loro esistenze.
Il treno degli alianti testo di Antonio Terracciano