Lasciata l'isola di Lemno i valorosi Argonauti si avviarono verso il Mar Nero.
Attraversarono il braccio dell'Ellesponto e andarono nella penisola di Cizico, che si allunga nella Propontide, che i Greci chiamano Mar di Marmara.
Il re Cizico, amico del comandante Giasone da lungo tempo, li accolse e li invitò a gettare l'ancora. Cizico si era appena sposato ed era preoccupato da una profezia che gli ordinava di non usare mai la violenza nei confronti dei navigatori che approdavano alla sua penisola.
Li accolse quindi con benevolenza, organizzando per loro un banchetto e una gran festa.
Tutti i partecipanti bevvero, si ubriacarono e festeggiarono l'arrivo degli stranieri.
Ma Giasone intuì che il re Cizico nascondeva nel cuore una segreta inquietitudine e interrogato dall'eroe, il sovrano raccontò che lui e i suoi sudditi erano terrorizzati dalla minaccia di una popolazione selvaggia dalla pelle nera, che abitava nelle montagne sopra di loro, i Pelasgi.
Nell'ultimo scontro contro questi "negri" - come li definiva re Cizico - avevano dovuto subire l'uccisione di due soldati, a fronte dell'ammazzamento di ben quaranta Pelasgi "negri", da parte delle sue truppe.
"I Pelasgi abitano sulle montagne ma sono anche noti come intrepidi marinai" meditò nella mente Giasone, e un brivido percorse la sua spina dorsale pensando alla profezia dell'oracolo narrata da Cizico.
Finita la festa tutti andarono a dormire e la mattina seguente la possente nave Argo ripartì dal porto di Cizico.
Dopo qualche ora di navigazione accadde che Tifi, il leggendario timoniere della Argo si addormentò - e non gli era mai successo in decenni di attività marinara al timone -, perse la rotta e la nave venne riportata dalle correnti fino a Cizico.
E così gli Argonauti furono costretti a ritornare all'isola, sbarcandovi di notte.
Vedendo sbarcare degli stranieri, persone che apparvero alle sentinelle, nell'oscurità della notte, in tutto e per tutto come i temuti Pelasgi "negri", gli abitanti di Cizico presero le armi e il re Cizico alla testa dei suoi soldati attaccò gli invasori.
Si scatenò così, nel buio della notte senza luna, una battaglia sanguinosa e Giasone nell'oscurità uccise per errore il suo amico re Cizico, che venne decapitato da un colpo di spada.
Si adempì così la profezia dell'oracolo.
Dopodiché, quasi per magia divina, come se lentamente si dissolvesse una foschia, venne l'aurora e poi sorse l'alba e i due gruppi di contendenti si riconobbero e cominciarono a piangere per la disperazione, perchè scoprirono di essersi scontrati tra amici, fra uomini e donne che solo la sera prima avevano condiviso e festeggiato lo stesso banchetto.
Mentre piangevano e urlavano al cielo la loro angoscia e il loro inconsolabile dolore, giunse sul campo di battaglia l'oracolo del dio Pan, che era situato in una fitta foresta non poco distante dalla città di Cizico, e che aveva profetizzato a Cizico di non usare mai violenza contro i naviganti stranieri.
"La quiete della pace è stata spezzata dalla vana tracotanza: il dio Pan, adempiendo ai comandi della Grande Madre della Frigia, ha gettato l'ebbrezza sulla città smarrita; con il suo grido agghiacciante e possente Pan ha scatenato lo sconvolgimento, il turbamento, la follia sugli eroi e sugli eserciti e su un'intera città, che è impazzita obbedendo a un demagogo ignorante e sacrilego, nemico della sacra ospitalità degli Dei e ha perso il controllo di se stessa autodistruggendosi in una lotta insensata.
Questa non è stata una battaglia: è stato solo un delirio mandato dal terribile Pan per punirvi per il sacrilegio.
Quando, come pecore nel gregge, si seguono demagoghi ignoranti, incompetenti e presuntuosi, ci si ritrova dentro a una guerra dove nessuno, avvolto in una notte oscura, sa più contro chi sta combattendo e i fratelli ammazzano i fratelli e i padri i figli e non ci si riconosce più l'un l'altro.
Temete, esseri umani, il possente e agghiacciante dio Pan.
Se incorrete nella sua ira non c'è nessun posto abbastanza al sicuro, per voi".
Panico! testo di il Moscone