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Il Chiodo Sdrucito
La mattina in cui vicini chiamarono i carabinieri Fabio, guardando negli occhi i suoi figli, fece le
valigie e il pomeriggio era già a casa di sua madre.
Entrò stanco nella sua stanza di ragazzo, i poster dei Clash e dei Crass e il suo vecchio chiodo: lo
indossò e le mani indugiarono per qualche istante sulla pelle ormai lisa, ogni crepa una scazzottata.
Com’era volato il tempo.
La sera, a cena, osservò sua madre: la malattia che l’aveva colpita stava peggiorando e lui, che fino
a quel momento si era occupato delle sue cure, non sapeva proprio come avrebbe potuto fare.
Ne parlò a Carlo, una mattina copia di altre, al bar dei Cinesi, bevendo il caffè corretto, il rito prima
di iniziare il turno in fabbrica:
“Adesso che Nina mi toglierà tutto mi resteranno pochi Euro per campare. E’ un disastro.”
“Hai almeno cercato di spiegare come sono andate veramente le cose? Di difenderti?.”.
“E a chi credi che avrebbero dato retta, a me o a un donnino di 40 Kg.?”.
“In effetti…”.
Tirò avanti una vita meschina per mesi, fino a quando arrivò la cassa integrazione e si
ritrovò a fare il badante di sua madre: puliva casa, faceva la spesa, si occupava di lei senza
lamentarsi. Carlo passava ogni tanto, faceva quel che poteva, ma Fabio deperiva: mangiava male,
fumava troppo e beveva gin da discount, con cui sognava per qualche ora. Ormai il corpo tonico si
era slabbrato, i denti erano andati. Come i figli, che non lo cercavano mai, come Nina che si era
trovata un amante ricco, ma non conviveva per non perdere il mantenimento.
“Se avessi provato a spiegare…”, pensava.
La madre iniziò ad alternare collera e delirio mistico, in un borbottio senza fine.
Poi morì, ma Fabio la libertà lui l’aveva lasciata in quel chiodo sdrucito. Una sera, dal terrazzo dove
si era affacciato per vedere un cane che se ne andava per strada senza padrone, si sentì chiamare:
“Fabio...”. Incuriosito, spense la sigaretta sul davanzale, poi entrò e con la gioia sul viso disse:
“Arrivo subito, mamma”.