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Ti muovevi con la disinvoltura della luce
che abita da sempre una stanza
senza chiedere permesso.
Un volto di acqua sorgiva,
l’inganno di un angelo,
mentre offrivi al mio stupore
la tua riva più chiara.
Nuda di fronte al tempo,
come se il vederci
fosse un destino antico.
Nel buio, il tuo corpo,
era un confine di seta.
Ti ho accolta nel cerchio
profondo
di un abbraccio infinito,
mentre le nostre mani
intrecciate
parlavano per noi.
Mentre il mondo fuori taceva,
io sono rimasto sveglio
a contare i tuoi respiri.
Per ore, ore infinite e pure,
ho accarezzato il tuo sonno
ma con dita leggere,
vegliando quel miracolo
di carne e di quiete.
Mi hai lasciato restare.
Sostanza calda e approdo nel nulla.
Poi il mattino, ladro,
ha aperto i tuoi occhi.
Ti sei offerta al mio sguardo
e io ero già lì
a bere il riso che emanavi,
senza parole.
“Che c’è?”, hai chiesto.
Non servivano nomi
per dirti che eri la luce.
e i tuoi baci
il sapore del vero,
carichi di domani.
Volevo fermare le ore
restare a dimenticare
il rumore del mondo,
mentre fuori la vita
già ci chiedeva il conto.
Ora resta il gelo di un’assenza
che ha lo stesso profumo di quella sponda.
Resta un Uomo
che ha abitato
il sacro in una stanza
e ora cammina nel deserto delle cose facili.