Il nome di Raimondo Sbalzi per molti significherà poco, se non nulla, ma per me, credetemi, è quotidianamente legato e in modo indissolubile alla nera bevanda, tanto diffusa e praticata in ogni ambiente della nostra realtà. Ogni volta che porto la tazzina alla bocca per sorseggiarne uno, che sia espresso, lungo o macchiato, la memoria non può che ricondurmi a lui e alla sua straordinaria avventura.
Era stufo di fare l’operaio in quella fabbrica di spilli. Il suo compito consisteva nella paziente manovra di coprire le piccole punte pungenti con minuscole capocchie. Leccata sulla punta delle dita della mano destra, leccata sulla punta della mano sinistra, raccolta degli spilli con la destra e delle capocchie con la sinistra e via, ad infilare a ritmi fordiani per otto, dieci, dodici ore al giorno. Solo quello doveva fare, tutti i giorni.
A volte, per portare una ventata di novità, i vertici decidevano di variare il colore delle capocchie, ed ecco che al posto del canonico grigio topo, arrivava il giallo, il rosso, e nelle giornate di gran festa, perfino il fucsia! Di tanto in tanto a variare era anche il profumo, e allora, veniva proposto l’aroma al limone, alla fragola, al lampone, ma il tanfo in quei capannoni era talmente intenso e stantio che per l’olfatto di chi ci lavorava poco cambiava.
Dopo venti anni di lavoro, con dalla sua un fastidiosissimo tic all’occhio sinistro e le cupole delle dieci dita dure come il granito, Raimondo Sbalzi, operaio specializzato con contratto a tempo indeterminato e decentemente retribuito, mollò.
Mollò tutto e cambiò ocupazione.
Chissà perché, chissà per come, decise di mettersi a fare l’autotrasportatore.
“Se non posso fare il padrone, farò il padroncino” si disse, e comprò con i pochi risparmi uno sgangherato furgoncino.
La prima ed ultima giornata di lavoro fu memorabile.
La notte precedente, per l’emozione che la trepidante attesa gli procurava, chiuse occhio solo per un ora, a notte fonda. Quando alle tre e mezza la sveglia squillò, lo sorprese semi cadavere. Un occhio stentava ad aprirsi e l’altro, il sinistro, sbatteva più forte che mai. Passò velocemente la mano destra sulla lingua per inumidirla, poi fece lo stesso con la sinistra, ma in un terzo momento si ricordò di aver cambiato mestiere e allora si fermò per un attimo a respirare a fondo per prendere coscienza, per cercare di ritornare nel mondo dei vivi.
“Un caffé” pensò. “Ci vuole un caffé” si disse a bassa voce, forse per non disturbarsi troppo, e con la mano destra cominciò a sbatacchiare la parete del corridoio per colpire l’interruttore della luce che non trovò, mentre con la mano sinistra ancora umida si passò gli occhi a fessura.
Con relativa difficoltà raggiunse la cucina. Lì, il pulsantino magico non tardò a farsi trovare, ma appena schiacciato, una vampata luminosa ed un lamento strozzato gli dissero che la lampadina si era fulminata. Non si fece scoraggiare, conosceva la sua piccola cucina, l’armadietto delle polveri, come lo chiamava lui, il barattolino sacro di latta, quello con dentro la polvere più preziosa, marrone intenso, quello che quando lo apri “Porc…Finito! No, è finito il caffè!”
Gennaio in certe zone è un mese che non perdona, ghiaccia.
Raimondo, dentro il suo macinino a quattro ruote si sentì come un pollo surgelato dentro un freezer di seconda mano.
“Che freddo. Che sonno. Ci vorrebbe un caffé”.
Il bar della Teresa non era molto lontano, basta percorrere tutto il viale, fare quella serie di curve – il macinino slittava – prendere la prima salita, e a destra…”Chiuso! Chiuso per ferie? Porc…che delusione”
“Che freddo. Che sonno. Che delusione. Ci vorrebbe proprio sto caffè”.
Il bar di Armando non era nemmeno quello molto lontano; certo non era vicino come quello di Teresa, ma, bastava ripercorrere all’inverso la salita, rifare le curve dal capo opposto – il macinino slittava – ribattere al contrario tutto il viale, cominciarne uno nuovo, intraprendere nuove curve – il macinino slittava – imboccare la prima salita, e a sinistra…”Chiuso! Chiuso per lutto? Porc…povero Armando, che tristezza, mi ci vorrebbe tanto un caffè”.
Il ritardo sulla tabella di marcia cominciava a farsi consistente e questo, il primo giorno di lavoro non è una cosa buona, per di più il macinino continuava a slittare e il morale era bassissimo.
“Che freddo. Che sonno. Che delusione e che tristezza. In fondo ho chiesto solo un caffè”.
Da quelle parti, tra il bar della Teresa e quello di Armando c’era un posto bazzicato da abusivi che vendevano sigarette, liquori, ma anche caffè caldo, latte e cappuccino. Raimondo lo conosceva e anche se non ci sarebbe mai andato volentieri, questa volta il destino glielo imponeva.
“Basta scendere giù di qua, girare su di là, svoltare via di qua, sterzare adilà e…Ahh!! PORC…”
Una grande curva, una grossa scarpata, e giù, un macinino che slittava. Eccome slittava.
“Io ero dietro di lui, è andato giù senza opporre resistenza, come un pero insomma”
“Poveretto, sarà stato un colpo di sonno”
“Sarà morto sul colpo”
“No…no, guardate, si muove, eccolo, è uscito dal furgoncino”
Intorno al luogo della disgrazia si era, in pochi minuti, già assiepato un nuvolo di curiosi. Tutti guardavano e commentavano, ma nessuno si decideva ad allertare i soccorsi, perché ciascuno credeva che l’avessero già fatto gli altri.
Ad un certo punto, un tipo un pò “sveglio” che stava seguendo attentamente i movimenti dello sventurato tra le lamiere contorte, gli gridò “Ehi, buon uomo, posso fare qualcosa per lei? Abbisogna di qualche cosa in particolare?” E Raimondo di rimando gli rispose “Un caffè. Grazie!”
Era la prima volta che la gente vedeva gli operatori del suem attivarsi verso il luogo dell’incidente non, con l’ossigeno, il defibrillatore e la barella, ma con li termos, la panna e…un goccietto di grappa.
“Bravi, bravi, in fondo volevo solo un caffè. Ahi, la spalla che male…molto zucchero infermiere, e lei dottore, piano con la grappa, su, volontario, su, shakeri bene! Mmm, mmm che aroma…”
Ibrydus, 2008
Un caffè. Grazie! testo di Juriy