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Il dolore e il piacere si erano talmente mescolati nell'esistenza del signor Onorati, che ormai li distingueva con difficoltà.
Gli veniva da ridere pensando a cose tristi e poi, all'improvviso, scoppiava a piangere ricordando la nipotina Elisabetta detta Betta di tre anni che, seduta compunta sul vasino con un libro sulle ginocchia, faceva finta di leggere si sforzava di fare i suoi bisogni, e corrugava il viso, e diventava tutta rossa. Era talmente una gioia quella bambina, con quei bei capelli rossi, lunghi e ricci, ed era così commevente vederla in quell'attimo in cui si riassumeva tutto il senso dell'esistenza che il pianto gli scorreva inarrestabile sulle guance.
Anche lei, nella sua vita, doveva penare (almeno un po') per vivere e anche nella sua vita il dolore e il piacere si mescolavano. Poi, quando la piccola finalmente si alzava, se si accorgeva del nonno che si era commosso gli si avvicinava e gli diceva:
"No nonno non ti preoccupare: l'ho fatta, l'ho fatta tutta!" e lo abbracciava per consolarlo.
Anche in quel momento, sdraiato sul suo divano preferito, mentre i pensieri più disparati gli turbinavano nella mente, il signor Onorati era incerto sul da farsi: Natale stava arrivando e lui era solo. Doveva ridere o piangere?
"E' tutto uno stridente ossimoro", pensò ricordando l'espressione del suo professore di italiano della scuola serale di ragioneria che tanto aveva colpito lui e i suoi compagni - quanti anni erano passati da allora? Venti? Trenta? Quaranta? Ottanta?
"La mia dolce inimica", aveva spiegato il professore citando un sonetto del Petrarca, significava che Laura era "dolce", perché era l'oggetto dell'amore di Francesco, ma al tempo stesso era "inimica", perché quell'amore non ricambiava.
Così, neanche Petrarca sapeva esattamente cosa fare: gioire per l'amore o dispersarsi per il fatto che non era ricambiato? Alla fine faceva entrambe le cose contemporaneamente e mescolava risate e lacrime in un minestrone di stati d'animo contrastanti.
Roberta, la moglie che non c'era più, ma era sempre presente nei suoi pensieri era uno stridente ossimoro anche perché lui l'amava ancora, ma quasi la odiava per essersene andata ed averlo lasciato solo: assente presenza, amato odio.
I figli erano lontani; belli i figli, brutto che fossero così lontani. Però era bello sapere che stavano bene, anche se era molto meno bello che fosse più di un anno che non vedeva la piccola Betta che ormai, di anni, ne aveva quattro. O forse cinque? O addirittura sedici?
Anche quel divano era un faticoso riposo, una morbida tortura pensò il signor Onorati alzandosi con un po' di fatica: la schiena era un sostegno insostenibile; le gambe fragili colonne; la mani sinistra, che si andava rattrappendo, inutile utensile.
Andò verso il frigorifero - che era freddo ma scaldava il cuore - e lo aprì. Ogni tanto andava a salutarlo: sapeva che non doveva mangiare troppo e allora faceva un giro in cucina, salutava il frigo, lo apriva, ci guardava dentro, chiamava gli alimenti presenti, poi lo richiudeva, spesso senza prendere niente. Stavolta, invece, tirò fuori un prosecco aperto da un po' - un altro ossimoro: frizzante sgasato. Poi passò alla dispensa e prese il panettone; non sapeva resistergli,ma poi gli procurava una forte acidità...aspra dolcezza.
Si sedette in cucina col panettone davanti e gli parlò. Faceva così ultimamente, o forse da un paio d'anni, o magari anche di più chissà: salutava il frigorifero, e parlava con le cose.
"Ciao panettone. Ti sto trattando bene? Sei contento di come ti taglio? Non ti faccio a brandelli come faceva la povera Roberta, non ti stacco le mandorle dalla crosta. Sei contento?"
Prese il coltello per tagliarsi una fettina...e il panettone parlò.
"Io sono contento, signor Onorati. Ma lei lo è?"
"Ossignur!" esclamò il signor Onorati guardandosi intorno. Ma non c'era nessuno.
"Non si preoccupi. Sono io, il panettone...Non voglio farle del male...non gliene farò neanche dopo che mi avrà mangiato: sono digeribilissimo."
Il signor Onorati ebbe un attimo di smarrimento. Cioè, lui era sempre un po' smarrito, ma stavolta si sentì smarrito nello smarrimento, e questo non era un ossimoro. Allora fissò il panettone, cercò di capire se aveva una faccia, degli occhi, una bocca...,a no. Non c'era niente. La voce era uscita da non si sa dove: magari un uvetta, oppure un candito.
"Allora signor Onorati mi dica...come sta?"
Il signor Onorati si guardò intorno. Era proprio il panettone. E per di più sembrava disposto ad ascoltarlo. Sì, qualcuno voleva ascoltarlo. Il signor Onorati si sentì così contento che gli venne da piangere.
Così, un po' tra le lacrime, un po' tra i sorrisi, raccontò tutto al panettone: la malinconia, il caffè che gli bruciava lo stomaco, la nipotina che cresceva, com'era difficile farsi la barba, la Roberta che non c'era più, la mano che gli si era raggrinzita, i figli che non passavano mai a trovarlo, le feste che lo incupivano, la pioggia che lo rallegrava, Roberta che gli mancava...il panettone era il miglior ascoltatore che potesse desiderare in quel momento, e faceva le domande giuste che lo stimolavano a raccontare. Insomma, era tanto che il signor Onorati non si faceva una chiacchierata così. Ogni tanto chiedeva al panettone il permesso di mangiarne un pezzetto e il panettone non aveva nulla da ridire. Anzi.
"Si figuri", rispondeva "E' il mio lavoro, mi hanno fatto per questo!"
"E poi domani è Natale", disse il signor Onorati. "E' il 24, ormai, e non ho fatto un addobbo, non ho neanche voglia di fare la spesa. Tanto che li faccio a fare gli addobbi se nessuno viene a trovarmi?"
"Però, se qualcuno gliela facesse trovare pronta la cena, la mangerebbe, vero?" chiese il panettone.
"Eccome se la mangerei..."
"Invece, così, da solo..."
"Mah così, forse, mi farò la pastina. A proposito lei, panettone, vuole favorire?"
"No, no grazie. Io devo farmi mangiare non mangiare. Piuttosto, ha sentito il campanello?"
Il signor Onorati sobbalzò. "Quale campanello?"
Era vero: c'era il campanello che suonava.
Il signor Onorati si alzò con circospezione, e il panettone lo sentì borbottare. "Chi sarà a quest'ora? Se è il prete gliene dico quattro!"
Aprì.
Una voce di ragazza esclamò "Nonno!", due braccia lo strinsero forte, due labbra lo baciarono e una gran chioma rossa lo stordì con il suo profumo.
Ma chi era?
"Allora nonno, sei pronto?" chiese la ragazza.
Il signor Onorati la guardò. Pronto per cosa?
E allora la ragazza si avvicinò e gli disse:"Non ti preoccupare, nonno...l'ho fatta,l'ho fatta tutta" e scoppiò a ridere.
Era Betta! Adesso ricordava tutto. La figlia lo aveva invitato per il pranzo di Natale, e ora Betta era venuta a prenderlo.
"Ti prepari o no? Guarda che il tacchino si fredda..."
"Ma sì, ma sì...sono già pronto" disse il signor Onorati mettendosi il cappotto grigionero sul pigiama.
Giusto sulla porta, il signor Onorati si ricordò del panettone che gli aveva fatto compagnia e pensò che sarebbe stato scortese a non salutarlo.
"Aspetta un attimo...il panettone..."
"Ah già", disse Betta. Tornò verso il tavolino, prese l'ultima fettina di panettone, e,con un gran sorriso, se la mangiò.