Bip…Bip…Bip… la pallina luminosa traccia il battito del cuore sul monitor di controllo. È il giorno del suo compleanno, ma non c’è niente da festeggiare. È sempre stato un uomo tutto d’un pezzo, fino a quando non gli scoprirono il male, quella creatura silenziosa che cresceva e metteva radici sempre più fonde nel suo intestino, a nulla erano valse le innumerevoli operazioni che aveva dovuto subire durante gli anni, innumerevoli “apri, taglia e cuci” come li chiamava lui quando la vena del buonumore superava quella della disperazione. A niente erano valse le chemio e radio terapie, il cancro cresceva divorandogli centimetro per centimetro ogni singolo tratto d’intestino. Adesso, dopo l’ultimo intervento, era sdraiato nel suo letto di dolore monitorato continuamente, da lui entravano e uscivano sonde e cateteri che lo rendevano simile ad un cyborg di qualche film anni 80. Indossava la mascherina con l’ossigeno che gli copriva quasi interamente lo scarno volto malaticcio, e metteva in risalto due occhi troppo vivi e vispi per quel pallore, spiccavano come diamanti sul velluto. Inspirava con respiri lenti e corti, faticando non poco per non emettere sibili. Acconto a lui sedeva con le mani giunte sotto il mento la persona che con lui aveva diviso i tre quarti della vita, sua moglie. Stavano in silenzio, nessuno dei due aveva il coraggio di dire niente. Gli occhi di lei vagavano persi nel vuoto nel tentativo di non incrociare quelli del marito. Quando lui tossì, lei sussultò e venne folgorata da una visione. Le tornò in mente il giorno della nascita della figlia, quando lui, come da copione, era in sala d’attesa a fumare una sigaretta accendendola col mozzicone dell’altra, allora non c’era il divieto di fumare e neppure l’usanza per i futuri padri di assistere al parto. Si ricordò quando le misero in braccio la piccola, cianotica e coperta di umori e sangue, col viso sformato da un pianto feroce ma per lei di un’incredibile bellezza. Ebbe di nuovo a distanza di così tanto tempo la sensazione di averla ancora tra le braccia, ne sentiva il calore e ne avvertiva addirittura l’odore. Quando il sogno a occhi aperti svanì si accorse che il marito la guardava in maniera strana, ma lei non capì. Ricacciò dentro una lacrima che le bruciava come fosse sale e cercò di fare e farsi forza. “Quando uscirai da qui andremo a Borca di Cadore, ti ricordi quando…” Lui non la seguiva già più, un po’ era annebbiato dal dolore e dalla morfina, un po’ perché aveva la testa altrove. Era troppo intelligente per potere credere anche solo per un’istante alla speranza anche minima di uscire vivo da li. Sentiva la bestia furiosa rigirare il suo pelo ispido nella sua pancia, aveva continui crampi e dolori lancinanti, simili a strappi. Aveva la netta sensazione di avere la pelle invasa dalle formiche, cercò anche di scacciarle senza riuscirci. Fu il solo momento in cui pianse. All’inizio lentamente, sommessamente. Poi arrivarono i singhiozzi e in contemporanea i pugni allo stomaco, poi la crisi isterica, ora le formiche le aveva dentro e lo stavano divorando vivo. Si era finalmente reso conto della situazione. Era sempre stato ottimista, aveva sempre creduto di avere anche una sola speranza e se l’era voluta giocare fino in fondo. Adesso però sapeva che la Secca stava vincendo quella partita, il re era in scacco matto. Lei smise di parlare rimanendo a bocca un po’ aperta, poi si chinò su di lui e lo abbracciò cercando di non fargli troppo male. Ebbe l’impressione di abbracciare un’uccellino. Quando il panico passò. Lui, lentamente si tolse la mascherina e abbozzò un timido sorriso. Aveva un’aria di estrema pace. Lei lo guardò e impallidì dal terrore. Rivide il giorno del loro matrimonio, un bel giorno di primavera, l’aria intorno a loro era fresca e frizzante, gli uccellini trillavano allegri e nell’aria pervadeva un’odore di fiori. Si ricordò di quando lui le infilò l’anello quardandola coi suoi occhi penetranti e con un sorriso radioso; lei, che fino ad allora si era trattenuta, abbassò le difese e pianse come solo una giovanissima sposa può. La visione scomparve e se lo ritrovò davanti pieno di tubi. Gli strinse la mano libera, nell’altra pulsava la sonda.
“ Fallo” le chiese lui con un filo di voce.
Lei lo guardò come se vedesse un incidente stradale.
“Ti prego, fallo… non mi fare patire ancora….”
Lei ebbe un leggero mancamento ma si fece forte per lui. Era invasa da un senso di ghiaccio nonostante ci fossero oltre 25 gradi nella stanza. Cercò di sostenere il suo sguardo.
“Cosa devo fare, io non capisco…” disse confusa e lacrimosa.
“Lo sai che cosa devi fare, ne abbiamo già parlato..” disse lui con voce calma e pacata. Aveva ancora una bella voce bassa e profonda…
Lei capì. E voleva essere altrove. Ovunque ma non lì. Non ora.
“Fammi questo ultimo dono…ti prego” quasi implorò lui con quegli occhietti troppo vispi.
“Non ce la faccio!” ribattè lei alterata e pianse stizzosamente. Lui aspettò che si calmasse, che si asciugasse le lacrime e che rimettesse insieme i pezzi del suo cuore gonfio di disperazione.
“Devi farlo.. per me.” Disse calmo. Lei cadde come in trance e rivisse la prima notte di nozze, quando al lume di un’abat-jour si tolse per la prima volta la sottoveste candida di fronte al novello marito mettendo in risalto un corpo snello e vellutato che si sarebbe poi dolcemente appesantito col passare del tempo. Rivide il suo ventre piatto e i suoi seni gonfi e sodi, rivide lui col suo fisico asciutto e intatto che l’aspettava. Arrossendo ma solo un poco si spogliò del tutto e si concesse per la sua prima volta. All’inizio fu doloroso, ma lui era stato talmente dolce che aveva sopportato bene, col tempo poi imparò ad apprezzare le gioie e i piaceri della carne. Il fumo svanì e lo rivide ancora lì, ancora pieno di tubi. Il parlare calmo di lui l’aveva tranquillizzata, la sua voce calda l’aveva ipnotizzata. Per un attimo il suo sguardo corse sul comodino grigio e sgombro, dove campeggiava imperiosa il flacone della morfina. Subito riportò gli occhi sul pavimento maculato. Sentiva su di se quelli magnetici di lui… lo guardò e vide nei suoi occhi pazienza e rassegnazione, dolore e angoscia, serenità e pace. Era giunto il momento. Sentì come una mano che le torceva le budella e un groppo di saliva le salì in gola.
“Devo… proprio…” le bastò lo sguardo di lui per convincersene del tutto. Si alzò barcollando e prese la morfina. Lui la stava guardando sorridendo leggermente. Prese una siringa da 5cc, la riempì di liquido, spruzzò in aria un piccolo getto per fare uscire l’aria, accorgendosi solo dopo dell’inutilità della premura avuta. Rimase come imbambolata con la siringa tremante a mezz’aria. “Stai tranquilla, non sentirò male, mi addormenterò e non sentirò più niente…” Lei si avvicinò alla cannula. Si dovette fare forza e tenere la siringa con entrambe le mani per centrare la gomma.
“Sei pronto amore?” gli chiese con infinita dolcezza.
“Sì, sono pronto” gli occhi gli brillavano di emozione e paura.
Lei lo baciò teneramente per l’ultima volta. Poi, lentamente, cominciò a premere lo stantuffo.
Con la prima morfina sentì il dolore cedere il passo a una sensazione di malessere generalizzato, ormai però era abituato. Sorrise. Lo stantuffo calò ancora e gli occhi di lui, tremolando si chiusero. Lei si fermò un’istante, ma si forzò a riprendere prima di cambiare idea, lo sapeva che funzionava così… quando lo stantuffo arrivò a fine corsa e finì di iniettare il narcotico lui ebbe un leggero brivido, accennò ad aprire gli occhi mostrando solo una mezzaluna bianca. La sonda cominciò a suonare fibrillando e poi il sibilo si fece continuo. Estrasse la siringa dalla cannula e la posò sul comodino. Staccò la spina alla macchinetta sibilante che cessò in un gemito. Rimase in piedi davanti a lui. Non riusciva a credere di esserci riuscita. Le sembrava di sognare, era tutto così irreale e drammaticamente vero… si sedette sul letto, non prima di avergli staccato fili e tubi. Ora sembrava un po’ più umano. Lo sollevò da sotto le ascelle, era leggero come un fuscello. Lo prese in braccio come un bambino. Gli guardava delicatamente il volto finalmente rilassato, accarezzo i suoi pochi capelli rimasti, gli pulì una leggera traccia di saliva che faceva capolino da un’angolo della bocca. Lo sentiva caldo e grondante dei suoi liquidi, dei suoi umori. Prese a cullarlo dolcemente, lo coprì di baci e carezze, poi cominciò a piangere e singhiozzare, smise quando le finirono le lacrime.
L'ultimo dono testo di redheadlove