Claudio

scritto da Franco Farfalla
Scritto Ieri • Pubblicato 5 ore fa • Revisionato 5 ore fa
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Autore del testo Franco Farfalla

Testo: Claudio
di Franco Farfalla

Claudio
L’ho rivisto in paese, Claudio, quest’estate. I capelli se ne sono andati e una barba lunga gli ha cambiato il volto, come se il tempo avesse voluto ritrarlo con un altro stile. Gli occhi, però, erano rimasti gli stessi: svegli, espressivi, capaci di parlare prima ancora della bocca.
Vederlo è stato come scoperchiare una scatola del tempo. In un attimo sono tornato al quartiere, alle giornate passate seduti su un muretto a sognare un mondo che ci sembrava ancora in bianco e nero. Avevamo molte cose in comune, lentiggini a parte: la fame di lettura, i quotidiani, la Settimana Enigmistica e, sopra ogni cosa, la Formula 1. Restavamo piantati su quell’acciottolato di pietre tra i vicoli, ma con la testa correvamo lontano, insieme ai bolidi: Ferrari, McLaren, Lotus. I piloti erano i nostri veri eroi.
La casa di Claudio si poteva raggiungere da due strade. Io sceglievo sempre la più breve, perché custodiva un segreto: un giardino che profumava di limoni tutto l’anno. Per sbirciarvi dentro bisognava affacciarsi a una piccola finestra, la stessa dove Norberto teneva il suo scrittoio. Non riesco a pensare a Claudio senza pensare a Norberto: era il terzo vertice del nostro triangolo, legato a lui da una fede incrollabile per il Milan. Io ero interista, ma solo perché lo era mio padre — un’appartenenza ereditata che mi faceva sentire un po’ straniero nei loro discorsi da spogliatoio.
Norberto era il nostro avamposto culturale. Da lui trovavamo quello che a casa nostra mancava: il quotidiano fresco, la chitarra e quei libri in cui scoprii il socialismo. Lo chiamavamo “l’enciclopedico”, la nostra Sibilla personale. Era dottore nell’animo molto prima che i titoli lo confermassero; ricordo ancora quando mi curò una brutta ferita a un dito, causata dal filo del mio aquilone rimasto impigliato nel bagagliaio di un’auto in corsa.
È tra quelle pietre che è nata la mia urgenza di scrivere, e Claudio ne è stato il complice costante. Abbiamo condiviso canzoni, bozze di racconti, poesie in rima: un sodalizio che ha resistito all’adolescenza e ai chilometri venuti dopo. Oggi, a distanza di mezzo secolo, quando scrivo penso spesso a lui. Gli mando le poesie che parlano del nostro quartiere, della nostra infanzia. Continua a essere la mia bussola segreta.
Le nuove tecnologie ci hanno rimesso in comunicazione. Parliamo ancora di quei bolidi che sono cambiati, esattamente come siamo cambiati noi. Eppure c’è una ferita che per entrambi non si è mai rimarginata: non abbiamo mai superato il lutto per il nostro Gilles Villeneuve.
Quest’anno andrò a trovarlo. Voglio tornare nei nostri vicoli a vedere un Gran Premio insieme: lui con la barba, io con la pancia, trasformati nel fisico ma non nel calore che ci accomuna. Forse ci siederemo ancora su un muretto, anche solo per un momento. E mentre i motori riempiranno l’aria, so già che, da qualche parte dentro di noi, il tempo farà di nuovo marcia indietro.

Franco 

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