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Questa non è una critica letteraria ortodossa all'opera di D'Annunzio. E piuttosto una rilettura umanistica ed esistenziale: un tentativo di guardare al Vate dal lato dell'uomo, alla forma dal lato della vulnerabilità, e all'estetica come possibile strategia di sopravvivenza.
Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara nel 1863, in una famiglia borghese benestante. Giovanissimo, rivela un talento letterario fuori dal comune: a sedici anni pubblica Primo vere (1879), fortemente influenzato dalle Odi barbare di Carducci, al quale scrive una celebre lettera di ardente devozione poetica.
Il rapporto con Carducci, fatto di ammirazione, distanza e progressivo riconoscimento, facilita il suo ingresso nella vita culturale romana. Trasferitosi a Roma nel 1881, D'Annunzio frequenta le redazioni dei giornali, entra nell'orbita di Angelo Sommaruga e della Cronaca Bizantina, e costruisce rapidamente la propria figura pubblica di poeta.
Con Canto novo (1882) si avverte già un distacco dall'impianto carducciano: alla metrica barbara si aggiunge una nuova energia panica, solare, sensuale. Il definitivo passaggio all'autonomia arriva con Il Piacere (1889), dove Andrea Sperelli incarna l'ideale dell'esteta in una Roma decadente e seducente. Da quel momento, D'Annunzio non è più discepolo, ma protagonista del Decadentismo italiano.
La poesia Presepio appartiene alla primissima giovinezza (1879-1880) e compare nella seconda edizione di Primo vere. E ancora pienamente carducciana nella metrica (strofe alcaiche), ma già rivela qualcosa di diverso.
Il titolo rimanda al sacro e alla tradizione; tuttavia D'Annunzio non descrive un dogma, bensì una scena vissuta: luci, colori, odori, il profumo d'incenso, le figure di creta, il ritmo del rito. Il poeta non allegorizza, percepisce.
Qui emerge una voce che si pone come percettore della verità circostante: la realtà non è invenzione astratta, ma dato fenomenologico che attraversa i sensi. In questo senso, Presepio anticipa quella poesia onesta che Saba teorizza anni dopo.
La forma, per il giovane D'Annunzio, è una culla in cui il pensiero si adagia. Ma questa culla non è statica: dal rigore delle Odi barbare alla libertà di Alcyone e del Notturno, la sua metrica muta perché muta il suo rapporto con il mondo. Se in Presepio la verità è ancora racchiusa nel rito e nella tradizione, nell'età matura diventerà panica, sfuggente, e la forma dovrà farsi più fluida per accoglierla.
In Myricae Pascoli non dice il dolore: lo oggettiva nelle cose (il nero delle nubi, il mare in tumulto, il singulto degli uccelli). E una sincerità mediata, quasi pre-riflessiva.
Saba, scrive invece da un dolore già elaborato: non grida, analizza. Sa perché soffre, mentre Pascoli, e il giovane D'Annunzio, sentono e basta. Questa differenza è decisiva per comprendere la traiettoria dannunziana: il suo esordio nasce da un sentire immediato, non ancora psicanalizzato.
L'accusa di mistificazione rivolta al Notturno, basata sul fatto che alcune pagine sarebbero state abbozzate prima dell'incidente aereo del 1916, è, a mio avviso, miope.
La cecità non inventa un nuovo D'Annunzio: lo accelera. Fornisce una condizione fisica inedita a un pensiero che già tendeva all'interiorità, al frammento, al buio. La cecità è catalizzatore, non origine.
Esiste una continuità di rapporto tra autore e opera: la verità di un testo non risiede nell'istante cronologico della scrittura, ma nella coerenza della visione. Petrarca ha rielaborato per una vita il Canzoniere; Saba ha costruito il Canzoniere come un organismo in continua revisione. Se accettiamo questo come ricerca di verità in loro, non ha senso negarlo a D'Annunzio.
Nel Notturno D'Annunzio non finge il buio: lo organizza, lo abita, lo rende forma.
Sotto la corazza del Vate, D'Annunzio è più vicino all'inquietudine di Pascoli che alla fermezza di Carducci.
Pascoli si rimpicciolisce nel Nido per sfuggire al dolore.D'Annunzio si espande nel Panismo per non essere colpito come individuo.
Pascoli accetta, in qualche modo, la propria vulnerabilità; D'Annunzio la maschera con la Bellezza.
Il panismo può essere letto come una sorta di epochè percettiva: D'Annunzio sospende il mondo nudo e contempla solo la propria percezione di esso.
Come Perseo con lo scudo di Calvino, usa la Bellezza per non guardare direttamente l'abisso. La sua superficialità non è vacuità, ma protezione: un modo per non essere pietrificato.
Unirsi al bosco, al mare, al pino non è un gesto di potenza, ma una dissoluzione protettiva: se divento natura, non sono più l'uomo fragile che teme la vecchiaia e la morte. In questo senso, la poesia è meno terapia (come in Saba) e più anestetica.
La pioggia nel pineto: la solitudine del simulacro
I tempi verbali (ieri t'illuse, che oggi m'illude) tradiscono l'assenza reale di Ermione: ella è proiezione, funzione poetica, musa necessaria per attivare la metamorfosi. D'Annunzio ha bisogno di un'interlocutrice per sentirsi umano mentre si sta dissolvendo nella natura. Se Ermione è la Duse, è perché incarna l'Arte stessa, l'eco della sua fragilità.
Meriggio: estasi e terrore
Qui il panismo raggiunge l'apice: e la mia vita è divina e il mio nome è Meriggio. Il mondo concreto svanisce; resta pura percezione. E un modo di morire senza morire: se io sono tutto, la morte del singolo Gabriele non conta più. Ma e anche il punto in cui l'io rischia di scomparire.
La morte del cervo: tragedia dell'io
Spesso letta come celebrazione della forza vitale, può essere invece vista come tragedia: il cervo e la parte fragile e naturale di D'Annunzio, abbattuta dal semidio, figura della volontà di potenza. Per non essere vittima, D'Annunzio diventa simbolicamente il proprio carnefice.
La cecità del Notturno segna il passaggio decisivo: dalla estasi panica all'interiorità, dal paesaggio esterno allo spazio chiuso. Il Vittoriale e la traduzione architettonica di questa svolta.
Non è una casa, ma un corpo sostitutivo. Ogni oggetto e un organo esterno, ogni stanza una proiezione psichica. La penombra della Stanza del Lebbroso, la sontuosità della Zambracca, la prua della nave Puglia incastonata nella collina non sono scenografie: sono materia della sua interiorità.
Mentre il corpo biologico invecchia e decade, il corpo-Vittoriale resta impeccabile. Qui D'Annunzio diventa Demiurgo: dove nella vita reale l'io e in balia del caso e del tempo, nel Vittoriale decide lui ogni luce, ogni ombra, ogni simmetria.
Il panismo è una estasi verticale e momentanea; il Vittoriale è una estasi orizzontale e permanente.
Non potendo guarire l'uomo, D'Annunzio rende immortale la sua proiezione oggettuale: ogni oggetto è un verso, ogni stanza una strofa. Il Vittoriale e il poema finale, scritto non con parole ma con spazio, materia e luce.
Anche il cimitero dei levrieri acquista senso: nei cani D'Annunzio vede una purezza istintiva che l'uomo ha perduto. Identificarsi con loro e tornare alla terra, a un panismo non più solare ma silenzioso.
L'ultimo D'Annunzio, immerso nel Vittoriale, può essere descritto con le parole di Saba tratte dall’Uomo del 1928:
"Il tempo fu come sospeso. L’ore rispondevano ai giorni, i giorni ai mesi, i mesi agli anni di una volta. Lotta, furore non recava il presente e non la gioia breve rompeva la serena noia, ed il silenzio in cui sedeva immerso. Disutile sedeva, e come a mezzo restato tra i morti ed i vivi; assai da quel diverso che egli era stato."
Gabriele D'Annunzio muore il 1 marzo 1938.