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È buio e credo nessuno mi possa riconoscere. Infondo non è proprio il mio paese d’origine, dovrebbe essere un caso incredibilmente sfortunato che qualcuno di mia conoscenza passi da lì.
Lo so. Lo so. È sbagliato. Dannatamente, maledettamente sbagliato. Lui non è il mio uomo; ma soprattutto, io non sono la sua donna. No, sono la donna di qualcun altro.
Sono stupida, idiota e banale come tutte le donne che tradiscono il proprio uomo.
Ed in colpa; mi sento così. Mi sento in colpa perché non lo trovo sbagliato quanto dovrei. Mi sento in colpa perché sono così superficiale e pronta a pensare a me stessa invece che al mio uomo… Mi sento in colpa perché non ho mai pensato a me stessa e adesso mi piace farlo. O meglio, con lui mi piace farlo.
Scendo dall’auto e mi dirigo verso il luogo previsto. Sono un po’ tesa; me ne accorgo dalla scarsa salivazione e dal nodo allo stomaco. Ma è una sensazione bellissima, mi fa sentire viva.
Cammino piano, ho i tacchi alti e poi ho voglia di godermi la mia splendida città di sera. Mi piace da morire. Così come mi piace lui… da morire…
Mi domando se lui è teso come me o se è più tranquillo; potrebbe esserlo effettivamente, infondo è un uomo davvero bello. E la sua sicurezza lo rende ancora più affascinante ai miei occhi.
Mi dico che ho sbagliato ad indossare quell’abito aderente, mi si vedono le gambe storte. Ma anche questi erano i patti. “Tacco 12”. E ormai direi che è andata.
Arrivo a destinazione. Mi guardo intorno, cercandolo. Non lo noto subito ma poi, intento a guardare una vetrina, lo vedo. Il volto è semi nascosto, ma è lui. Lo riconosco.
Alto. Una camicia con le maniche arrotolate non può nascondere quelle spalle così ampie… e la sua postura. Quasi fiera.
Si volta appena e noto la sua barba. Santo cielo, mi piace da matti. Non vedo l’ora di posare le mai su quel volto barbuto. Ancora non mi vede e io ne approfitto per studiarlo meglio.
La sua storia la leggo nei suoi atteggiamenti. Nello spazio di quel breve tempo noto quei piccoli dettagli che lo hanno reso l’uomo che è. Le spalle dritte, le mani in tasca, le gambe leggermente divaricate… e poi c’è qualcosa di inspiegabile che lo rende così affascinante… l’eleganza delle sue origini traspare dalla sua figura.
Decido. Prendo il telefono e lo chiamo. “Guarda alla tua sinistra” gli dico.
Si volta e finalmente posso vedere i suoi occhi. I suoi meravigliosi, incantevoli, magnetici occhi. Mi hanno catturata in foto. Lo fanno ancor di più dal vivo. Ecco, potrei sciogliermi ora, in questo momento e non sapere cos’altro accadrà, ma sarei comunque una donna soddisfatta; essere guardata da lui è un obiettivo raggiunto.
Mi sorride, gli sorrido. Non dice una parola e cammina verso di me, bello come non mai. La sua sicurezza, la sua eleganza sono innate e visibili a chilometri di distanza; e quegli occhi sono per me. E mi sento incredibilmente fortunata.
In quei pochi passi rivedo chi è. Rivedo ciò che so di lui, ciò che pensa, ciò in cui crede e ciò in cui non crede più. Rivedo la sua vita e come l’ha segnato. Le cicatrici invisibili e quelle che appena si notano sul lato destro della spalla, sotto la camicia con i due soliti bottoni aperti.
È ancora più vicino, e ancora più sorridente ed io ancora più in imbarazzo. È una delle pochissime persone che mi fa sentire… piccola. Piccola fisicamente, piccola inteso come ‘bambina’. Sa farmi sentire al sicuro; lo faceva già solo con le parole.
Mi piace. Tanto.
Eccoci, uno di fronte all’altra. Nessuno dei due parla. Restiamo così, fermi e sorridenti come due sciocchi. Poi, d’istinto e senza riflettere alzo le mani e tolgo i suoi occhiali. Voglio vederlo bene; voglio stampare nella mia mente ogni dettaglio.
È un gesto che lo fa diventare serio, e non so se possa essere per un motivo in particolare o solo perché anche lui avverte la stessa tensione che avverto io.
Ancora silenzio.
Abbassa lo sguardo e la magia si interrompe; almeno per il momento. Gli rendo gli occhiali e li rimette sul naso. Ritorna a guardarmi. “Ciao. Sono io”
Io non so proprio cosa rispondere, mi limito ad un semplice “ciao”. È lui a continuare. “Camminiamo un po’?”
‘Ecco, meglio’ penso. Almeno sono costretta a concentrarmi su dove mettere i piedi per non cadere.
“È davvero bella la tua città”. Rompe il ghiaccio così ed è una mossa giusta perché sono innamorata della mia città e inizio a parlare. Faccio un po’ da cicerone mentre camminiamo, gli mostro alcune cose divertenti e strane e sorridiamo insieme. “Che bello vederti ridere così” dice, e mi spiazza. Come prima, non so cosa dire. Ma questa volta il mio pensiero è uno solo: ‘fanculo’. Mi avvicino a lui. Tanto tanto. Sollevo la testa e lo bacio. Un bacio semplice, labbra contro labbra; un bacio dolce e liberatorio che spezza e nello stesso tempo aumenta la tensione tra noi. Un bacio a cui non riesco a rinunciare e resto così, sulle sue labbra ad occhi chiusi per un tempo a me indefinito. Poi mette le mani sulle mie braccia e mi riprendo; mi allontano.
“Perdonami.” È l’unica cosa che riesco a dire, ma non abbasso lo sguardo, non sono pentita.
Lui mi osserva per qualche secondo, serio. Non risponde. Penso di aver sbagliato.
Poi, senza preavviso, mette la mano tra i mie capelli, dietro la nuca, e mi bacia. Un bacio vero, lungo, forte, deciso. Caldo, passionale, impegnativo e altri due milioni di aggettivi che mi vengono in mente. Siamo in strada ma non importa a nessuno dei due. l’altra sua mano è dietro la mia schiena e quasi mi solleva in un senso di possesso che mi trasporta in un’altra dimensione.
Un auto che passa ci risveglia e ritorniamo al presente. Mi prende la mano e mi riporta indietro.
Non una parola lungo il tragitto. Siamo al punto di partenza, dove ci siamo incontrati. Poi, ad un certo punto, ci fermiamo. Mi prende per le braccia e mi guarda. “Da qui hai due chance. Andare verso la tua auto o venire con me. Nella prima ipotesi il mio cuore ti odia e la mia testa ti ringrazia. Nella seconda ipotesi è l’esatto contrario. Io ti desidero. Ma sei tu che devi decidere del tuo destino e fai attenzione a ciò che scegli perché sono un lottatore.”
Penso. E le sue parole sono mortalmente ingiuste.
Anzi no, sono fin troppo giuste. Le decisioni sono responsabilità e ciò che ne consegue è colpa o merito nostro.
Come tutte le cose giuste, scegliere comporta fatica. Io l’ho fatto. Ho scelto e non mi tiro indietro. Ciò che la vita mi ha tolto ora si trova in un frammento tra le mie mani.
“Il coraggio di affrontare la mia coscienza riflessa nello specchio di casa lo troverò domattina. Mi odierò. Ne sono consapevole, e mai saprai cosa comporta quest’odio nei confronti di me stessa. Ma perdonami, ragazzo, il coraggio di dirti di no adesso, proprio non ce l’ho. Non rinuncio a te. La vita ci sfugge e in questo momento tu sei la mia vita. So, che come tutto, mi sfuggirai; a prescindere dalla mia decisione. Sei una ferita sul mio cuore a partire già da questo momento, e diventerai una splendida cicatrice. Allora, mi chiedo, lo abbiamo entrambi questo coraggio?”
Non c’è seguito per le decisioni non prese.