Ogni pugnalata apriva una profonda ferita nel corpo avvolto dalla toga bianca, ormai macchiata in più punti di rosso, su cui si erano accaniti i congiurati. Ed era presto spiegato il motivo di quell’accanimento.
Pensa che bello se tutte le tue frustrazioni e i tuoi problemi, le tue delusioni e le tue paure, prendessero vita nel corpo di un uomo. Un uomo in carne e ossa. Allora non sarebbero più impalpabili fantasmi da combattere con le eteree armi della volontà e del coraggio, doti delle quali non pochi uomini difettano. Tutt’altro, sarebbero fisicamente eliminabili con quasi irridente facilità, con il freddo delle armi o con il calore dell’ira, cose delle quali pochi uomini fanno a meno. Facilmente affrontabili, facilmente eliminabili. O almeno così credevano.
I tonfi dei colpi e le grida rimbombavano nella grande sala marmorea circondata da larghi gradoni sui quali erano soliti sedersi gli anziani durante le riunioni del Senato. Il sole disegnava sul pavimento della stanza, ancora debolmente illuminata, il contorno luminoso della porta aperta dalla quale entrava un grande fascio di luce. L’immensa aula trasudava autorità e magnificenza, e pareva conservare ancora nei suoi marmi bianchi i discorsi che in passato avevano scavato, come da un blocco di marmo fa uno scultore, la città di Roma com’era adesso.
Quel giorno niente spazio per i dibattiti o per confronti di opinioni, quel giorno sarebbero stati i pugnali a chiarire la questione.
Al centro dello stanzone troneggiava un’imponente statua di un uomo in armatura che, forse per la sua reale espressione del volto, o forse per la sensazione che la circostanza ispirava, pareva osservare con disgusto la scena che si stava svolgendo ai suoi piedi.
La base della statua infatti era in più punti macchiata di rosso vermiglio e, appoggiato alla base di marmo, Cesare cercava scampo dall’ira dei suoi aggressori, che lo avevano attorniato come un branco di lupi, le facce trasfigurate dall’impeto e i coltelli sanguinanti in mano.
Uno di loro, avanzando, alzò la mano facendo cenno agli altri di fermarsi. I congiurati allora, con evidente sforzo di volontà, abbassarono le armi e si disposero alle spalle del biondo senatore dinanzi a loro, che guardava ora negli occhi, con un soddisfatto sorriso dipinto sul volto, l’uomo sanguinante accasciato alla statua di marmo.
- Non trovi curioso, oh Cesare, che la tua fine si debba consumare proprio qui, fra queste mura, davanti a queste gradinate? – iniziò a parlare con tono sempre più concitato, facendo fluttuare la toga bianca nell’aria indicando le pareti che li circondavano - proprio nel Senato che tanto hai provato a distruggere, a screditare e contro il quale ti sei battuto con tanta foga? E adesso guardati, piegato e sofferente, circondato dai senatori che più di tutti hanno capito le tue intenzioni e te le hanno rivoltate contro. Forse questa volta non sei stato abbastanza astuto, generale. Senza l’elmo e l’armatura e qualche migliaio di legionari che ti seguono a ogni singolo passo non sei più così spavaldo eh? Finalmente questa città avrà l’occasione di gettarti via come una madre fa con il suo disgustoso aborto che stava quasi per ucciderla dall’interno! E ora, dittatore, guarda per un’ultima volta questa grande aula, che per primo avresti dovuto tutelare, assistere impassibile alla tua morte. –
Cesare facendo un ultimo sforzo si tirò su, appoggiando la schiena alla base della statua, e guardò ansimando i senatori, poi il suo sguardo si fermò su Bruto, che aveva appena finito di parlare.
- In realtà, Bruto, se devo dire il vero, e gli Dei testimonieranno che non sto mentendo, vedo solo un branco di cani spaventati – iniziò, spostando lo sguardo sui volti rabbiosi dei senatori – il cui massimo coraggio gli permette solo di pugnalare a morte un uomo indifeso, e la cui incapacità ha fatto sì che non comprendessero a pieno i problemi della città che stavano in realtà prosciugando delle sue forze. Io comprendo che per ognuno viene il suo momento, che gli piaccia o no, ma lasciami dire un’ultima cosa, Bruto, io non sono questo male che l’affliggeva ancor prima della mia nascita questa città, e stai pur certo che per trovarlo e combatterlo non ti basteranno discorsi vuoti e belle parole.Io oggi muoio, ma la Repubblica di certo non risorgera', Bruto. Muore come è nata: nel sangue. –
Dopo aver pronunciato queste parole Cesare si lasciò scivolare a terra, lasciando una larga scia rossa sul basamento di marmo sul quale si era appoggiato, e osservando l’alta statua sopra si lui, chiuse gli occhi stanchi e doloranti.
Romani, libertà! Liberazione!
La tirannide è spenta!
Correte a proclamarlo per le strade!
Idi di sangue testo di ThomasJoyce