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Quando ero piccolo vicino casa mia c’era una fermata dell’autobus che non compariva su nessuna mappa.
Non aveva pensilina né panchine, solo un palo storto con un cartello mezzo scolorito e una linea bianca sull’asfalto che ormai quasi non si vedeva più. Infatti lì non si fermava nessun autobus.
Eppure, ogni mattina, alle 7:30 precise, mentre andavo a scuola, un vecchio che abitava vicino casa mia si fermava lì.
Nel quartiere lo chiamavano il Signor Gentile ma io non ho mai capito se fosse davvero il suo nome o se lo chiamavano così perché salutava sempre, diceva grazie anche quando non ce n’era bisogno e cedeva il suo posto ogni volta che era in fila al supermercato.
Camminava piano, con un’andatura che mi è sempre sembrata troppo calcolata, come se ogni giorno fosse importante arrivare al tempo giusto. Si fermava nello stesso punto, sempre quello, e guardava la curva della strada.
Non controllava mai l’orologio. Non si sedeva.
Semplicemente aspettava.
Qualcuno del quartiere, all’inizio, aveva provato a parlargli.
“Qui non passa nessun autobus” gli aveva detto una signora una volta.
Lui aveva annuito. “Lo so, grazie!”
“E allora cosa aspetta?”
“Qualcuno. Aspetto qualcuno…”
Col tempo, le persone smisero di chiedere.
Ma una mattina di maggio, di quelle così belle che vorresti non arrivare mai a scuola, decisi di parlargli:
“Scusi, ma aspetta davvero qualcuno qui?”
Il Sig. Gentile fece un piccolo sorriso.
“Sì.”
“E verrà?”
Il vecchio guardò la curva.
“Mi ha promesso di sì.”
“E da quanto aspetta?”
Guardò per terra, un po’ imbarazzato e mi disse:
“Da anni…”
Rimasi in silenzio per qualche istante, pensai che non fosse pienamente lucido… ma poi trovai il coraggio di chiedere:
“Ma quando questa persona arriverà, cosa farete?”
Per la prima volta il Sig. Gentile non guardò la strada ma guardò me.
E i suoi occhi si illuminarono di una dolcezza che non avevo mai visto.
“Le ho preparato la casa” disse piano.
“In che senso?” chiesi.
“Ogni sera sistemo qualcosa” continuò. “Ho messo i fiori sul tavolo. Quelli che le piacevano. Li cambio spesso… anche se nessuno li guarda.”
Fece un piccolo sorriso.
“Ho rimesso a posto le tazze buone. Quelle che non uso mai. E ho imparato a fare il tè come piace a lei… anche se ormai lo bevo da solo.”
Si fermò un attimo.
“E lascio sempre la luce accesa” aggiunse. “Così non deve cercare l’interruttore quando arriva.”
Ero un giovane liceale e le cose che mi stava dicendo non mi sembravano del tutto logiche. Ma provai a indagare oltre.
“E questa persona lo sa che lei sta aspettando?” chiesi piano.
Il vecchio tornò a guardare la curva.
“Lei ha detto che sarebbe venuta” rispose “Alle 7:30.”
Passò una macchina.
Passò un uomo con il cane.
Ma non arrivò nessuno.
Ormai le 0730 erano passate ma il Sig. Gentile non andò via subito.
Restò lì ancora qualche secondo, come se il tempo potesse ancora correggersi da solo.
Poi fece un piccolo passo indietro.
“Adesso vado” disse.
“Verrà ancora domani?” chiesi.
Lui accennò un sorriso.
“Sì.”
“Perché?”
Il vecchio esitò appena.
“Perché quando prometti qualcosa” disse piano “è come dire a qualcuno che vive lontano: prendi l’ultimo treno e vieni da me.”
Fece una pausa.
“E quello viene davvero.” continuò. “Si fida, non ha motivo di dubitare. Compra il biglietto, fa il viaggio e magari porta anche qualcosa con sé.”
Abbassò lo sguardo e continuò.
“Ma poi tu, alla fine, non apri la porta.”
Con un filo di voce, aggiunse.
“Allora resta fuori, con quel dono in mano. E non sa più dove andare”
Mi guardò, accennò a un sorriso, con un gesto della mano mi salutò e tornò verso casa.
—
Sono passati tanti anni.
Ho cambiato città.
Ho cambiato case.
Ho lasciato indietro persone e luoghi.
Ma non ho mai dimenticato il Sig. Gentile.
E soprattutto, non ho mai dimenticato quell’incontro. L’ho sempre custodito dentro di me, senza farmi troppe domande.
Per anni ho creduto che fosse solo una storia triste, un insegnamento. Qualcosa da ricordare per comportarsi meglio degli altri.
Per non far aspettare nessuno.
Per non promettere a vuoto.
Per non lasciare qualcuno fuori, con un dono per me tra le mani, senza sapere dove andare.
Poi un po' di tempo fa è successo a me di prendere il treno con fiducia e di fare il viaggio stringendo tra le mani il mio dono, fragile, pensato e preparato con cura.
E sono arrivato davanti a quella porta, all’ora giusta. Forse anche un po’ prima.
Con il cuore che faceva rumore.
E ho aspettato. All’inizio con fiducia, poi con pazienza.
Poi in silenzio.
E a un certo punto ho capito che quella porta non si sarebbe mai aperta per me.
E allora succede qualcosa di strano.
Non è rabbia. Non è nemmeno tristezza, almeno non subito.
È smarrimento.
Perché non sai più cosa fare con quello che hai tra le mani.
Non sai dove mettere quel dono.
Non sai che fare di tutta quella cura.
Non sai dove andare con tutto quello che avevi portato.
E resti lì. Fuori.
Con qualcosa che non appartiene più a nessun posto.
E la cosa più difficile non è l’attesa.
È quando capisci che tu hai mantenuto la tua promessa ma non è bastato.
Perché le promesse, da sole, non bastano.
Devono incontrarsi.
Altrimenti restano a metà.
Non so dove sia il Sig. Gentile adesso.
Di certo se fosse qui gli direi che oggi capisco perché tornava ogni mattina a quella fermata, puntuale.
Quando credi a una promessa, non stai solo aspettando qualcuno.
Stai costruendo un posto per quella persona.
E smettere significa ammettere che quel posto non è mai servito davvero.
E forse è per questo che è così difficile.
Perché io oggi sono stato lì, fuori da quella porta, con il mio dono tra le mani.
Con lo stesso silenzio addosso e con la stessa promessa mancata.
Ma oggi mi piace pensare che non tutti hanno avuto la fortuna, come me, di incontrare il Sig. Gentile.
Non tutti sanno che una promessa non è una parola leggera.
Non tutti sanno che una promessa, per sua natura, non ha condizioni.
Una promessa è un viaggio, un impegno: è qualcuno che si mette in cammino davvero.
E allora forse è solo inconsapevolezza.
E se questo non cancella il dolore, almeno gli dà un posto. Un senso.
E anche se fa male, anche se quella porta è rimasta chiusa, io non mi sento più perso.
Ho ripreso il cammino.
Perché il dono che stringo tra le mani, prima o poi, troverà casa.