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La mia famiglia, composta da genitori e due figli, è vissuta in un piccolo paese veneto di mezza montagna, in origine abitando una casetta di quattro vani, tutti uguali, di forma quadrata con lati di quattro metri, uno dei quali costituiva la falegnameria dove mio papà svolgeva il suo lavoro di costruzione di mobili in legno. Col passare degli anni le cose cambiarono. Mio padre trasferì la falegnameria in un altro edificio in modo che tutta la modestissima casa costituisse in tutto e per tutto l’abitazione familiare dove io ebbi modo di crescere fino a fine scuola e cominciare a svolgere, devo subito dire con grande soddisfazione, il mio lavoro di geometra e mio fratello quella, altrettanto bella, di ragioniere.
Tutto quello che devo aggiungere é la mia grande soddisfazione, difficilissima da comprendere, di quanto abbia lavorato mio papá per soddisfare la straordinaria pretesa di mamma che aveva dichiarato in maniera indissolubile : ricordati marito mio, che i nostri due figli non faranno i falegnami come tu speri ma dovranno assolutamente studiare quel poco che li faccia diventare uomini veri. Così accadde e quando io cominciai a lavorare ebbi la fortuna di entrare, come geometra, nei grandi cantieri di costruzione degli impianti idroelettrici che costituirono, nell'immediato dopoguerra, una delle prime grandi attivitá italiane. Fu questa mia fortuna a permetterci di cambiare la casetta con una più grande nella quale i miei genitori poterono trascorrere tutto il resto della loro vita. Quest’ultima abitazione aveva un grande scantinato sul quale vennero trasferite quelle cose che, al momento di cambiare casa ogni vivente, manca del coraggio di “buttar via” come si usa dire.
Ebbene, in maniera del tutto fortuita tra quelle cose venne a trovarsi un vero “pezzo forte” non solo per il suo notevole ingombro ma anche per la sua totale inutilitá pratica che avrebbero rappresentato la piena giustificazione delle sue distruzione qualora vi si fosse provveduto al momento del trasloco. Non fu affatto così : mio padre non volle privarsi del suo tavolo di lavoro forse sperando inutilmente di poter anche nello scantinato della nuova casa di poter eseguire qualche lavoretto di falegnameria. Le condizioni fisiche di papá completamente distrutto dal troppo lavoro manuale sempre fatto venne a mancare presto ed il tavolo restò lì sommerso da mille suppellettili praticamente inutili come era anche il banco con le sue due morse totalmente in legno e soprattutto interamente ricoperto da incisioni fatte da papà con i vari strumenti di lavoro a mano che erano unica realtá del suo faticosissimo modo di lavorare da falegname. Infatti egli non possedeva nessuno strumento né piccolo né grande che funzionasse con l'energia elettrica : tutto quello che compiva era interamente fatto a mano, solo a mano.
Riguardo a questa modalità di lavoro ritengo abbastanza sorprendente un intervento usuale che merita di essere raccontato. I mobili costruiti da papà avevano due caratteristiche principali: di essere realizzati con legni di noce, ciliegio e pero , però ricavati da tronchi di albero che egli stesso comprava da vivi lasciandoli di proprietà del contadino per anni poiché si riservava di riprenderli al momento del bisogno quando provvedeva a tagliarli e dividerli in più tavoloni che dopo venivano nuovamente segati, sempre a mano in modo da formare quei pannelli, chiamati specchi, che costituivano le pareti definitive dei mobili costruiti.
Interessante descrivere come avveniva la suddivisione di un tavolone lungo circa due metri e di sezione pari a 20 cm di larghezza per 16 cm si spessore in tanti pannelli di solo mezzo centimetro di spessore.
Mio padre si era costruito un grande sega da usare allo scopo lavorando in due ed essendo costituita da un lungo rettangolo fatto di robusti listelli di legno avente nella mezzeria longitudinale una lunga lama di sega. Fissato un tavolone nella morsa del banco, egli effettuava il taglio segando, aiutato da un ragazzo che frequentava la falegnameria per dargli una mano ed imparare il mestiere. Quella lunga sega del tutto particolare consentiva di ricavare tanti pannelli lignei spessi soltanto mezzo centimetro ed ottenuti usando molto accuratamente la lama nel senso della larghezza di 20 cm e considerando bene la linea di taglio in quanto la sua superficie doveva poi essere piallata, sempre a mano, mediante una lunga pialla chiamata soraman ( in italiano sopra mano). Questo nome indica che la lunghissima pialla in questione era in grado di piallare il legno in maniera superiore a quanto si poteva fare una volta quando esisteva la sola pialla a mano . In sostanza si trattava di superare la normale pialla a mano.
Riguardo il suo mestiere di falegname mio io papà mi spiegava che l'importanza della durata nel tempo del mobile di legno senza che avesse da fessurarsi, consisteva nel lasciare liberi gli specchi di crescere o diminuire di grandezza curando sempre di infilare gli specchistessi entro una profonda scanalatura del contorno rettangolare in modo che potessero crescere o rimpicciolirsi liberamente ed in funzione del tempo e delle condizioni di umidità dell’aria .
Io da ragazzino andavo spesso nella sua falegnameria per raccogliere dei ritagli di legno che venivano scartati ma che per mè ragazzino di quattro cinque anni servivano molto per i miei giochi. Una volta stavo assistendo al taglio con sega a mano della estremità di una bella tavola scartando una striscia di legno da me giudicata molto utile per i miei giochi
Allo scopo con la mia manina afferravo detta fascia che ormai stava per essere segata nella sua parte finale senonché mio padre scivolò con la sega e mi recise una piccola parte del dito medio della mano sinistra. Il dispiacere fu immenso ma la raccolta del pezzettino del mio dito caduto per terra risultò essere di piccolissima entità per cui venne deciso di buttarlo via preoccupandosi solo di evitare la mia perdita di sangue. I genitori erano disperati per l'accaduto che, alla fin fine risultò della minima entità e tutto si risolse facilmente. Devo dire che anche oggi io porto il segno dell'accaduto poichè il dito medio porta la cicatrice mentre l'unghia risulta mutilata essendo tagliata in diagonale. La cosa è finita nel migliore dei modi se non altro perché io ne porto tuttora una visibile prova.
Tornando nel vero argomento del racconto cioè del banco di lavoro di mio papà, devo ammettere che oggi voglio un gran bene a quel tavolo di lavoro. Infatti io lo ho recuperato e portato nella mia stanza dove ho trascorso e passo anche attualmente molte ore nel disegnare, scrivere o fare altri passatempi. Devo dire che al momento di piazzare il banco di fianco alla mia scrivania e di appoggiarvi il computer , la stampante e lo scanner mi era venuta la voglia di migliorare la superficie del banco sovrapponendovi un grosso cristallo evitando completamente di lavorare su quella superficie completamente resa irregolare dalla noncuranza usata da mio padre nel operare sopra con seghe , pialle, raspe e con strumenti di tutti i tipi e e senza troppo curarsi di eventuali gesti inutili come ad esempio il far fermare la sega dallo stesso banco quando il taglio utile era già terminato, il dare qualche colpo di raspa in più, il piantare qualche chiodo o vite per fermare un legno Si tratta di interventi sovrabbondanti e lasciati correre proprio perché costituivano una maniera rapida di agire con gli attrezzi tutte le volte che ciò semplificava, sia pur in minima parte , il lavoro in corso. Se devo dire la verità io amo veramente quei segni alle volte profondi ma che rappresentano nella realtà vera, un gesto di mio padre che ha fatto parte di quel lavoro il quale, come già detto, io non riesco a capire come sia stato in grado di farmi frequentare quelle modeste ma importanti scuole che mi hanno comunque permesso di svolgere lavori di grande soddisfazione.
Finisco riaffermando che io mi sento felice quando sono lì che insisto su una superficie così modificata da mille gesti superflui di mio papà ma che a mè ora sembrano dettati dallo scopo preciso di farmi percepire esattamente ed intensamente ma sempre modo piacevole, proprio lui come stesse allora operando proprio lì su quel tavolo.