Un giorno qualunque

scritto da EGO71
Pubblicato 23 anni fa • Revisionato 23 anni fa
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Testo: Un giorno qualunque
di EGO71


Ma che ci faccio qui ? Il caldo sta diventando insopportabile e il sudore mischiato a questa polvere si è mutato in un liquido denso e grigiastro che mi penetra fin dentro la coscienza. Rumore, solo rumore. Il clangore del metallo è una corazza contro la quale i pensieri si frangono e per quanto mi sforzi di afferrarli essi fuggono via spaventati.Sono solo, con la mia mente pietrificata e con un pugno di sogni impazziti. Camminiamo serrati. Ognuno stretto al suo vicino in un solidale connubio, forzato dagli eventi e dall’ineluttabile conseguenza delle nostre scelte. Il braccio mi duole. Per più di un’ora si sta sforzando di tenere sollevato questo scudo e una voce insistente sta urlando dentro di me: gettalo via . Che strano effetto sta creando il sole. Pochi raggi filtrano fra uno scudo e l’altro e si gettano nella sabbia in cerca di chissà quale tesoro, trovando soltanto poche pezze avvolte attorno ai nostri calzari e dal basso stanno guardando i nostri poveri volti terrorizzati e ansimanti. Dimmi volto amico: rivedrò i miei cari ? La stessa domanda che rimbalza da un volto all’altro nel muto linguaggio della paura. Una domanda che non ha una risposta.
‘Per Giove Capitolino alza quello scudo o ti ritroverai una freccia dei Parti al posto del naso. E quel che è peggio è che la seconda freccia sarà per me !!’ Le parole del compagno alla mia sinistra, nel suo Latino strascicato delle province orientali, sono uno schiaffo ben assestato. Ha inesorabilmente e terribilmente ragione. Dobbiamo essere un solo corpo, fatto di cellule umane. Un corpo che si muove compatto e saldo: ne va della nostra vita. Alzo il braccio e nello sforzo una lacrima va a rinsaldare le fila del sudore che copioso conduce la propria battaglia contro il caldo. Conosco la fatica. E’ il pensiero stesso della fatica che per un prezioso e brevissimo istante, mi riporta a casa. Intere stagioni passate nel mio piccolo campo di Gallia dove da secoli i Numi Tutelari proteggono la mia famiglia e la preservano dalle insidie del fato. Intere stagioni fatte di fatica, ma anche di gioia, di quotidiane ripetizioni, ma anche di tranquillità. Una vita spesa per la prosperità mia e dei miei cari, fino a quel giorno che ha tracciato il confine fra la Gallia e il deserto di Partia. Che giorno ! Davvero da ricordare. Un giorno seguito a tanti altri giorni di clamore, di editti proclamati a suon di tromba. La guerra. I Parti. I nostri confini minacciati. La gloria di Roma. Bottino. Montagne d’oro per i gloriosi soldati dell’Imperatore. Ettari di terra fertile da coltivare. Quanta esaltazione, quanta gloria in quei gesti, in quelle parole. Quintali di fumo. Fumo, d’oro, certamente, ma pur sempre fumo. Parole vane che hanno alimentato sogni vacui, frantumati in cristalli di sabbia e di dolore. Solo ettari di deserto, sul nostro cammino, sulla quale crescono soltanto sassi e scorpioni. In quanto all’oro, nei villaggi messi a sacco dal glorioso esercito dell’Imperatore, neanche un oncia. Macerie e fumo nero e maledizioni. Ecco la gloria di Roma. Giorni di marcia forzata lungo le terre di Siria, in cerca di un nemico che ha lanciato in avanscoperta il suo fedele alleato: il sole cocente. E ora eccolo finalmente questo nemico temuto e allo stesso tempo agognato. Eccolo la, schierato in posizione di vantaggio, con gli arcieri ordinatamente disposti sulla collina e la fanteria rovesciata giù per il pendio come una valanga di metallo tonante. Sibili. Padre, mio proteggi la mia famiglia. Le frecce stanno percorrendo la loro parabola mortale dritte e sibilanti come serpenti di metallo. Dritte sulle nostre teste svuotate. Ricordo il consiglio del mio compagno e il fardello che fu il mio scudo si tramuta in piuma che afferro con forza . I respiri si fanno un respiro: un solo respiro della testuggine: il nostro corpo. Uno,due, mille colpi secchi. Mille chicchi di grandine su di un vitigno tremante, imprecante, ansimante. Grida soffocate, rantoli. La testuggine sta perdendo inesorabilmente le sue membra e nella sua folle corsa sta seminando parti del suo corpo, come un serpente che abbandona la sua pelle lungo il cammino. Stiamo attenti a non inciampare nei cadaveri. Mani imploranti si avvinghiano ai nostri piedi che dimeniamo come per scacciare un qualche insetto fastidioso. Non c’è tempo per la pietà. Non esiste la pietà quando tu stesso rischi di non essere più. Finalmente gli equites stanno compiendo il loro dovere. Gli arcieri sono falcidiati da ripetute cariche di cavalleria che in simultanei attacchi hanno guadagnato i due lati della collina, fonte delle nostre più immediate disgrazie. Giunge il suono del corno. Secco, inesorabile come il canto del gallo che dischiude un nuovo giorno di fatica. E’ il segnale. Rapidamente come un mosaico che si sfalda, la testuggine si decompone e in un caleidoscopio rutilante di scudi ritorniamo uomini. Uomini. Gran bella parola che nell’imminenza della morte perde ogni suo più nobile significato. Forse sono un uomo. Un uomo racchiuso in un angolo buio, nella mente impazzita di questa belva che sta lottando per la sua vita. Una belva feroce. Un regno in cui l’istinto ha detronizzato l’Uomo relegato al ruolo di prigioniero e spettatore. E io sono spettatore. Osservo le mie mani che con l’ausilio del metallo stanno spezzando queste braccia, mozzando questa testa. Sento respirare la belva. La sento godere del sangue di cui si bagna. La incoraggio. La belva mi serve. La belva farà forse si che questo giorno non sia l’ultimo giorno. Cavalco la belva. La fustigo. Coraggio. Devi portarmi in salvo fuori da questo inferno. Continuo a correre saldamente in groppa alla mia belva mentre essa si fa strada attraverso i corpi straziati del nemico. Non esistono piu ricordi. Non esiste più la Gallia. Ne la gloria. Ne l’imperatore. Esisto soltanto io. Il mio respiro che grida. Grida, si. Grida disperatamente il suo desiderio di continuare a dondolarsi nel mio corpo. Come un bambino che ancora non sa separarsi dai balocchi. Ancora un nemico. Alzo al cielo la mia daga e mi appresto a calare il fendente. Sono lento. Maledattemente lento e il terrore si impossessa della mia mente. La scuote come una pezza stesa al vento. Eccomi. Sono di nuovo bambino. E mio padre mi sta insegnando a cavalcare lungo il fiume. Uno schiocco. Carne che si lacera. Il cavallo corre lungo l'argine. Dolore. Un mare di dolore. Un mare in tempesta che a poco s’acquieta come d’incanto. Mio padre siede in groppa al mio stesso cavallo e le sue braccia mi cingono la schiena. La tempesta si fa brezza. Il dolore si fa tepore. Il tepore si fa torpore. Il torpore si fa quiete. Padre mio.



Un giorno qualunque testo di EGO71
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