Avevo ancora qualche dente da latte. Sì, ricordo che scappavo con la mia bici a cui, da poco, erano state levate le rotelline quando mi svegliavo sudata, sconvolta, ogni volta piangendo per le urla dei maiali che ogni mercoledì venivano macellati di fianco a casa mia. Era un vero incubo, un incubo che continuava finché non scappavo correndo con le mie gambine magre: prendevo la bici con le frange e con l’ultima lacrima della mattina scendevo giù dal fosso di viole e fiori del diavolo fuori dalla corte, veloce e arrabbiata più che triste, mi sfogavo solo arrivando sfinita nell’ormai secca e vecchia risaia vicina.
Lì, con gli occhi rossi ed il respiro affannato buttavo me e la bici sul campo, quando ancora il cielo era azzurro e le nuvole potevano assumere bianche forme di ciò che volevo.
La mamma mi spiegava che era una cosa normale e giusta, quelle bestie erano state create per essere uccise, macellate e mangiate e da lì a poco avrebbero obbligato tutti i macellai della fabbrica ad ucciderli con il laser e a mettere da parte i vecchi coltellacci che mi immaginavo enormi e sporchi di sangue impugnati da quelle care persone del mio paesino che conoscevo tanto bene ma che non volevo più vedere al ricordo delle urla e dei pianti.
A me piaceva la carne, era festa quando a mezzogiorno mi trovavo a tavola in attesa di salamele e costine o risotto e braciole ma quei lamenti, quegli strazianti lamenti!
Immaginavo le grosse bestie rosa trascinate in una stanzina buia sentire l’odore del sangue del compagno ucciso pochi minuti prima e provavo il loro terrore: scappavo se era mercoledì.
Trovavo sempre conforto nella mia campagna.
Mi calmavo accarezzando il mio cavallo, che in realtà non era mio ma veniva lasciato libero dai vicini che avevano i campi e con molta pazienza ero riuscita ad avvicinare e farlo mio amico con zuccherini o radicchi di campo che si trovavano ai bordi della strada non ancora asfaltata. A volte ne portavo a casa qualche mazzetto e la nonna li cucinava facendoli bollire e condendoli con aglio e olio, mi piacevano tanto perché li raccoglievo io. Gli amici non mi mancavano, avevo il “mio” cavallo marrone, lucertole e formiche e gatti a volontà con cui passare i lunghissimi ed altrimenti noiosissimi pomeriggi della mia infanzia. Raccoglievo anche le lumache finite le piogge non poco frequenti ma smisi di catturarle perché non appena terminati i miei “allevamenti” (non seppi mai la verità…) le lumache nella notte sparivano e dopo qualche giorno immancabilmente il nostro vicino di casa Siciliano trasferito al nord da molti anni, ne portava un piattino a mia madre, l’unica che le mangiava in casa nostra: nutrivo seri dubbi sulla provenienza delle bestiole cotte ma m’è sempre mancato il coraggio di contestarla. Non importava, avevo altri passatempi: le lucciole popolavano la zona dei pioppi, le raganelle gracidavano tutte le notti e il mattino mi divertivo tanto a vedere nei piccoli stagni i girini che crescevano, anche il legno e la fantasia non mancavano e costruivo archi e frecce sfregando bastoncini sui muretti per fare le punte.
Così diventavo grandicella, raccogliendo le grosse e nere more per le crostate, stando sempre attenta a non calpestare i dolci turchesi fiori della Madonna che crescevano assieme alle margherite: a scuola un giorno mi dissero che se li avessi pestati, per ognuno la Madre di Gesù avrebbe versato una lacrima: non ci credevo ma… perché non evitare…. La mia bici era stata alzata di una tacca quando non si sentivano più i lamenti dei maiali che venivano uccisi finalmente con un colpo di laser alla nuca per non farli soffrire ed ero più serena. Crescevo e aspettavo le stagioni con ansia una dopo l’altra: a luglio rubavo le pannocchie per farle al forno, e la mamma mi sgridava ma le mangiava con me, si poteva ancora fare il bagno nel mio fiume e quindi i branzini che ci nuotavano potevano essere mangiati in stagione di pesca ad aprile (mi piaceva pescare), ma il mese che con più ansia e trepidazione attendevo era settembre, non per fichi e giuggiole ma per i luartis.
Erano la mia passione, la mia vera felicità, quei piccoli asparagi selvatici che nessuno piantava ma che tutti raccoglievano, ero la più brava dei raccoglitori: tenevo d’occhio gli arbusti vuoti per settimane e poi, quando cominciavano a crescere, sapevo solo io dove crescevano abbondanti e buoni, da fare col riso o la frittata. Mamma mia quanto mi piaceva raccoglierli sfidando i pericoli della campagna, serpentelli e rovi, fossati e zanzare! E che soddisfazione la sera pulirli e lavarli, cucinarli e sentire la casa avvolta dal loro selvatico e dolce profumo, portarli in tavola e vedere gli occhi di mio padre fieri di me!
E’ quasi settembre ed abito ancora qui, il macello non c’è più e le strade sono asfaltate, nei fossi non c’è neppure l’ombra di una viola o di un fiore della Madonna, tuttalpiù sopravvivono un paio di margherite a primavera e due lucertole non più sveglie come un tempo. I bimbi d’oggi non hanno mai assaggiato né i radicchi né le more del loro paese. Il cielo non è più azzurro ma di un grigio spento tendente al color carta da zucchero quando è sereno, le raganelle non si sentono più gracidare ed è impensabile fare il bagno al fiume e mangiare i branzini nostrani.
Sembra una storia della campagna di quando mia nonna era bambina ma in realtà sono passati solo quindici anni, quindici anni e mio figlio non sentirà mai il profumo dei luartis a settembre.
Il profumo dei luartis testo di Letizia