Luigi il pastore...e le sue pecore.

scritto da Pellegrino2
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Lo so che è troppo lunga; e rompe. Ma abelardo ha insistito perchè vi raccontassi questa storia...e non si sa nemmeno se sia vera. Che rottura 'sto caprone....
- Nota dell'autore Pellegrino2

Testo: Luigi il pastore...e le sue pecore.
di Pellegrino2

Luigi il pastore era amico mio. Lo conobbi andando a caccia in montagna una volta che si ruppe il radiatore della mia vecchia Land Rover del 1971 e restai bloccato ai margini di una radura. Poco lontano, lui stava in piedi, avvolto in un mantellaccio scuro ed appoggiato, mani e mento, al bastone scaccia-lupi. Da lì osservava tutti i miei disperati tentativi di salvare il salvabile della fottuta pompa dell’acqua e continuò a guardarmi imperturbabile anche quando, ad un certo punto, mi diressi verso di lui. E sempre in silenzio ascoltò la mia richiesta d’aiuto. Non era alto, anzi un po’ tracagnotto, con il volto scuro di sole che denunciava una età indefinibile, forse 60 anni. O più . Mi fornì il suo aiuto restando muto per quasi tutto il tempo che occorse a ricostruire, da un mozzicone di pompa per innaffiare (che stranamente portava con sé) un attacco di salvataggio tra radiatore e motore. Senza dire una parola si era avvicinato alla mia scassata fuoristrada guardando sotto il cofano aperto; poi calcolato ad occhio la lunghezza del taglio, mi aveva porto lo spezzone di tubo di plastica, lasciandomi a grugnire negli sforzi da imbranato nella mia improvvisata attività di meccanico. Anche quando lo ringraziai prima di andar via, si limitò a rispondermi con un cenno del capo e restò immagine immobile nel retrovisore fino a quando non lasciai l’altura, infilandomi nello sterrato fangoso che scendeva a valle tra pecore scacchettanti che si aprivano scappando davanti la land, allargandosi ai lati della via. In seguito lo rincontrai diverse volte, Luigi, quasi sempre avvistandolo da lontano. Lo salutavo con il clacson e lui si limitava ad alzare un braccio, senza fretta, in segno di risposta. Una mattina ero appostato in una buca a mezza costa, mimetizzato come un parà francese in Indocina ed in attesa che nella valle ad imbuto sottostante si affacciasse la mandria di mufloni di cui inseguivo da oltre un mese l’esemplare maschio più vecchio. Mentre scrutavo per le prede vidi un movimento lontano e subito sbinocolai in quella direzione, giù in basso. Non era il muflone ma il pastore che camminava in modo strano, piegato da un lato, senza bastone e con una mano stretta all’attaccatura della spalla. Lo osservai per più di un minuto e capii che era ferito. La mia mattinata venatoria andò a gambe all’aria: sorsi dalla buca e mi lasciai scivolare sul pendìo andandogli incontro fino a raggiungerlo. Lui mi squadrò ben bene e mi riconobbe nonostante il cappellaccio floscio e la tuta da caccia color terra sbiadita. Accennò un lieve sorriso, quasi un ghigno, mentre io guardavo interrogativamente la mano stretta sull’altro braccio…rotto. Come mi spiegò quando finalmente a bordo della mia scassata land rover scendemmo verso la civiltà alla ricerca di un ambulatorio medico, si era ferito la sera prima cadendo in un crepaccio dal quale aveva tentato di tirare fuori un caprettino belante sfuggito alla madre ed alla mandria e che lui non voleva lasciare ai lupi. Risultato, all’alba era riuscito, nonostante il braccio rotto, a risalire il fosso dove era caduto ed a tirare su anche il capretto, imbracato alla bell’e meglio con una fune. Poi, dopo aver rinchiuso il gregge nel recinto, si era messo in cammino verso il paese alle pendici della montagna per farsi steccare il braccio, visto che quello non poteva farlo da solo. Un paio d’ore dopo eravamo finalmente in un piccolo ospedale dove Luigi (che finalmente mi aveva rivelato il suo nome) venne soccorso: gli ricomposero la frattura, ingessarono il braccio e gli consigliarono di passare la notte in corsia ( a quei tempi la sanità non era ancora ingenerosamente crudele e non ti sbatteva via subito dopo l’intervento ) ma lui rifiutò e pretese di lasciare l’ospedale per ritornare dal gregge. Non aveva parenti da avvertire e mi disse “no grazie…posso andare a piedi…avete fatto già troppo”. Inutile dire che lo riaccompagnai in montagna con l’auto, anche se ero in disaccordo con la sua fretta di ritornare tra le pecore. Mi offrii di restare con lui, in montagna, nella semplice capanna col tetto a spiovente in cui viveva nel periodo del pascolo d’altura ma, con parole cortesi e decise, Luigi rifiutò insistendo nel dire che non aveva bisogno d’altro ed ero libero di ritornare ai fatti miei. Il sabato successivo ero di nuovo da quelle parti ed il pastore mi accolse davanti alla sua capanna con calore mostrandomi, a mò di saluto, il braccio ingessato quasi fosse un trofeo conquistato insieme. Mi offrì dell’acqua fresca; poi riuscì anche a fare il caffè grazie ad un fornelletto metallico, piatto, alimentato dal gas di una bombola nana. Chiacchierammo del più e del meno, aggiungendo nuovi particolari alla sua avventura e volle portarmi anche a conoscere, orgoglioso come un padre per i figli, il caprettino del fosso traditore; infine, a tutti i costi volle che accettassi come regalo un coltello da campeggio con il manico di corno modellato al fuoco, fatto da lui ed affilato come un rasoio. Quel mattino nacque la nostra amicizia che andò avanti per più di dieci anni, con me che andavo a trovarlo nei sei mesi del pascolo estivo, fino all’autunno inoltrato (d’inverno si spostava per centinaia di chilometri, con camion appositamente affittati, nelle pianure a sud dell’Ofanto e fino al Tavoliere delle Puglie ) e Luigi mi insegnò molte cose sulla vita dei pastori e sull’ambiente montano anche se, alle mie richieste di conoscere i punti migliori per appostarmi nelle cacce settembrine ed invernali, diventava vago; mi diceva di non conoscerne e, stranamente, cambiava discorso parlandomi invece dell’importanza dei boschi, dei pochi animali sopravvissuti, di come riconoscere dalle tracce più o meno puntute una scrofa di cinghiale dal verro o di quanti ettari di terreno boscoso e di foglie cedue occorressero per ospitare un cervo e la sua mandria. Un giorno, quasi distrattamente, aggiunse che lui i capretti e gli agnelli non li uccideva, ma li vendeva solamente e che no, la carne, nemmeno quella di manzo o di maiale, gli piaceva. Scoprii così che era vegetariano e anche se fra me me pensai che fosse strano per un pastore, avendo assaggiato il suo ottimo formaggio ( più d’una volta gli feci anche da imbranato assistente nella preparazione badando a girare latte e caglio nel calderone della capanna ) non tornai più sull’argomento e smisi di portargli, quando andavo su da lui, carne e salsicce da arrostire alla brace. In tutti quegli anni continuammo a darci il “Voi”: io perché lo ritenevo più anziano di me di almeno vent’anni e lui, forse, per esternarmi una sorta di gratitudine per la dimostrata amicizia da parte di un professionista di città. O almeno così pensavo.
Un pomeriggio mi chiamò in studio un notaio di una città vicina e che conoscevo di nome. Mi chiese quando potevo andare da lui perché un suo cliente aveva lasciato disposizioni per un incarico facendo il mio nome e fornendo indirizzo e numero di telefono. Gli chiesi spiegazioni ma quando il notaio me li comunicò, il cognome e la residenza del tale non mi dissero nulla, non li riconobbi. In ogni caso, spinto anche dalla curiosità, presi appuntamento e due giorni dopo ero nello studio del notaio, un vecchio signore con la barba bianca, vestito e panciotto rigorosamente scuri su camicia bianca senza cravatta. Mi disse che quel tale aveva lasciato un testamento con precise istruzioni di pubblicarlo alla sua morte, cosa purtroppo avvenuta, istruzioni tra le quali compariva la mia nomina ad esecutore testamentario. Dal testamento non risultava indicata la esistenza di eredi diretti ma solo di un lontano nipote ( figlio di una cugina) che, però, veniva vagamente dato per residente in Australia, senza un indirizzo preciso. Il testatore, disse il notaio, mi affidava l’incarico di fare ricerche di quel nipote per fargli ottenere i beni che, nel frattempo, sarebbero restati in mia custodia e gestione fino al ritrovamento del designato erede o la scoperta della sua eventuale morte. In tal caso, la eredità doveva essere devoluta al confinante Parco Nazionale d’Abruzzo e all’ENPA, l’ente nazionale per la protezione degli animali, con un unico legato a mio favore e che consisteva nell’uso vitalizio di una abitazione in montagna tutte le volte che ne avessi avuto voglia. A quel punto, con un sobbalzo capii: la montagna citata era quella dove avevo conosciuto il mio amico pastore ed il nome del testatore era proprio “Luigi”. Un groppo mi strinse la gola ed ovattò l’udito…dunque…il mio amico era morto! In un attimo mi passarono davanti, come in un film, le immagini di lui nelle pose più diverse: in piedi appoggiato al bastone a guardare pecore e montagne; con un mezzo sorriso sul volto o di quando nella capanna affumicata mi insegnava a raccogliere la ricotta con il canestrello annegato nel siero caldo o in uno dei tanti brindisi serali con i piccoli bicchieri di vetro massiccio, infrangibili. “Com’è morto?” chiesi al notaio dopo avergli detto del riconoscimento, in quel testatore, del mio amico.”Credo di infarto, ma non so essere preciso. Lo trovarono più di un mese fa le Guardie forestali, nella sua capanna in montagna e nel portafoglio, quando cercarono i documenti per il riconoscimento ” rispose il notaio “ in una bustina di plastica ben ripiegata c’èra un biglietto che avvertiva di contattarmi. Le Guardie lo hanno fatto ed io mi sono procurato anche il certificato di morte, prima di pubblicare il suo testamento. Mi hanno anche detto di aver radunato le sue pecore che hanno affidate in custodia temporanea a pastori di cui si fidano, dopo averle contate e segnate con vernice sul vello. E questo è tutto quel che so dirle”. Poi, allungando la mano in un cassetto già aperto della sua scrivania aggiunse “ Luigi ha lasciato questa busta per Lei ma credo che sia solo una lettera di saluto, visto che riporta il Suo nome con la dicitura: messaggio personale da consegnare chiusa..” Presi la busta che il notaio mi tendeva ma non l’aprii, ancora preso dalla tristezza d’aver appreso che Luigi era morto. Firmai i documenti necessari, presi quelli di mia competenza e mi congedai tornando a casa. Quella sera, seduto alla mia scrivania, aprii la busta “personale” consegnatami dal Notaio e mi accinsi a leggere le quattro pagine scritte fitte fitte, con una calligrafia piccola e rotondeggiante, che Luigi il pastore m’aveva lasciato.
“Caro amico,ora che non ci sono più…passo al confidenziale Tu per dirti alcune cose personalissime di cui non abbiamo mai parlato ma che sono necessarie per spiegare come mai ti abbia voluto quale mio esecutore testamentario. Io non sono nato pastore, lo sono diventato per necessità anche se poi, alla fine, perché mi sono affezionato a questa vita e non ho voluto abbandonarla. Molti anni prima che ci conoscessimo ero dirigente della Banca Tale, dove fui assunto "quasi " senza concorso al mio ritorno dalla prigionia in germania, sia perché in possesso del diploma di ragioniere e sia perché conoscevo l’inglese ed il tedesco; ma soprattutto perché, avendo sposato nel ‘40 la mia bella moglie, figlia di un pezzo grosso dell’industria del regime, al ritorno dalla guerra e dalla prigionia, oltre a due figli nati nel ‘42 e nel ‘43, ritrovai che il mio amato suocero, rivelatosi a quanto pare un antifascista della prima ora ( e pensare che io che non me ne ero mai accorto…) aveva conservato proprietà, ricchezze e prestigio. Inoltre, con la sua azienda, partecipava già alle prime ricostruzioni post bellichei. Mia moglie pianse per giustificare i due bimbi nati mentre io non c’ero; ma giurò e spergiurò che m’aveva creduto morto; e mio suocero, per farmi digerire la questione, si adoperò immediatamente a farmi avere quel posto in banca in quella Roma del primo dopoguerra. Aggiunse che quel lavoro era sicuramente gratificante e pieno di prospettive per un reduce. E fu così, caro amico, che vendetti l’anima al diavolo ed accettai, reinserendomi nella società dopo anni di privazioni. Feci carriera; presi a vivere nella bella casa donata dal suo papà a mia moglie e cominciai pure a frequentare il jet set romano, crescendo i ragazzi come se fossero stati davvero figli miei e senza mai chiedere di chi lo fossero. La vita scorreva quanto meno serena e, durante una sempre più fortunata carriera, arricchii le mie conoscenze con il frequentare il meglio della società d’allora ( pensa che avevao conosciuto anche Fellini…) fino a quando, in un febbraio molto freddo... la banca dove lavoravo come direttore di filiale e mio suocero non si trovarono coinvolti nel famoso scandalo di quella tale ex fabbrica di aerei requisita dai tedeschi, durante la guerra, e per la quale lo Stato aveva risarcito diversi miliardi di lire ( qualche centinaio…forse mille). Lo scandalo, prese ben presto una strana evoluzione: per certe carte che io avevo firmato, risultò che né la banca né il padre di mia moglie erano i veri colpevoli ma che…lo ero io!. Venni arrestato e immediatamente licenziato; andai in galera ( ci sono restato per due anni e mezzo ); mia moglie non volle saperne più di me e rivelò ai ragazzi, oramai adulti e avviati nell’azienda del nonno, che il loro vero padre non ero io, delinquente truffatore e ingrato, ma un illustre diplomatico ancora in carica ( eh, sì: l’Italia del ’39 aveva 40 milioni di fascisti ma nel ’44 ce n’erano di altrettanti antifascisti che restarono a far carriera) e così, uscito di prigione, non trovai più nessun amico e nemmeno più un lavoro. Grazie ad un vecchio e lontano zio abruzzese, riuscii solo a fare il guardiano di pecore… cosa che non mi costò poi più di tanto anche e soprattutto perché volevo allontanarmi dalla gente. Sapevo di essere innocente; avevo servito il mio paese beccandomi una ferita allo stomaco e sopravvivendo anche a 16 mesi di campo di prigionia in germania; avevo allevato per oltre vent’anni i figli di un altro senza farlo mai pesare dopo aver accettato di perdonare una moglie un po’ “distratta” e cosa vedevo, alla fine, nel volto degli altri? Una espressione di vergogna e di schifo… In montagna trovai finalmente un po’ di pace e scoprii che si poteva vivere benissimo da soli, nella natura; dove non occorre guardare l’orologio ma basta tenere d’occhio le pecore per sapere quando è l’ora di andare nei campi o di portarle all’ebbeverata o alla ricerca del sale; e dove i lupi sono più seri e sinceri degli uomini, anche perché ne sono rimasti pochi. Come fortuna volle, dodici anni dopo il mio arresto e quasi dieci della mia vita di pastore, la causa finì con la mia completa assoluzione e, anche se i colpevoli restarono impuniti, la Corte di Cassazione ristabilì la mia completa innocenza. Ragion per cui la Banca, per evitare un’altra causa, mi offrì un notevole risarcimento pari agli stipendi non percepiti, agli interessi, la rivalutazione delle somme ed il raddoppio dell’importo: il tutto per non chiedere di essere riassunto (ma, tanto, non ne avevo intenzione). Accettai e con parte di quei soldi ho comprato tutti i terreni del mio vecchissimo parente abruzzese prima che morisse - e sono più di quaranta ettari tra valle e boschi - là dove mi hai conosciuto, con tutte le pecore che prima sorvegliavo. Il resto li ho messi alla Posta, su un libretto dove maturano un po’ di interesse. Ma ora veniamo al dunque: io e mia moglie siamo separati da tempo, con una sentenza di addebito nei miei confronti…e non so nemmeno se poi ha fatto causa di divorzio, visto che ne ho perso le tracce. In ogni caso tu sai che con quel tipo di sentenza io non potevo diventare erede dei suoi beni e viceversa. Quindi nulla di quello che lascio va a lei in eredità. I due suoi figli…non sono miei, come è stato ampiamente dimostrato quando i miei “cari” lo hanno gridato in lungo e largo e scritto negli atti di causa; il nipote in australia indicato nel testamento…non esiste: è morto una decina d’anni fa e come prova troverai il certificato nella busta di questa lettera. Quindi non ho nessuno che erediti il “prezzo” della mia vita. Prezzo che Io, invece, voglio lasciare alle mie uniche amiche, le mie pecore…Ma in Italia, per legge, purtroppo questo non è possibile e, in un caso come il mio, senza parenti fino al sesto grado, andrà tutto allo Stato, come ben sai. Ecco perchè ho pensato a te, amico mio, sperando di non aver sbagliato nell’aver riposto la mia fiducia. Mi piacerebbe infatti che, con l'alibi documentale delle ricerche dell’inesistente nipote a te affidate con l’atto consegnato al Notaio e con i soldi di cui potrai liberamente disporre dal mio libretto postale, tu prenda tutto il tempo che puoi prima di evitare che ciò che lascio si disperda; e, nel frattempo, mi piacerebbe che tu trovassi qualche giovane sfortunato, anche straniero, a cui affidare l’incarico di pascolare liberamente le “mie” pecore sulla “mia” terra di modo che non vengano mandate al macello in conseguenza della mia morte e che i cani che mi sono stati fedeli compagni non divengano randagi o vengano abbattuti. Il giovane pastore che troverai, oltre a quanto tu vorrai dargli ogni mese, potrà tenere per sé un agnello ogni due che potrà vendere, se vuole, tenendosi il ricavato. Poi, quando un giorno le pecore non ci saranno più o, comunque, quando tu lo riterrai opportuno, potrai procedere a trasferire tutto al Parco ed all’Enpa. Questo incarico non ti richiederà moltissimo impegno se non quello di andare, una volta ogni tanto. in montagna a controllare che tutto funzioni. Ecco perché spero che tu accetti, in nome della nostra amicizia. E, se non fosse sufficiente, di un onorario che potrai stabilire tu stesso e prelevare dalle somme che ho lasciato. Ma se ti dovesse risultare davvero difficile farlo, allora potrai cedere tutto al Parco tenendoti i soldi che stanno sulla posta. Io spero però, che grazie a te che accetterai l'incarico, ancora per molti anni la mia capanna, le pecore ed i cani possano restare liberi come lo erano con me. Ma, in tal caso, ho l’obbligo di porti una ultima condizione da rispettare: dovrai smettere di andare a caccia e posare il fucile... per sempre. Non è scritta nel testamento, questa clausola, e nessuno tra i vivi potrà mai controllare se la rispetterai…ma io, che sono tornato nell’immenso, saprò se lo farai o no. Tu ti starai chiedendo come farò a saperlo e perché mi fido? Guarda, caro amico, che per me, tutto era già scritto, ancor prima di conoscerti: una sera ero seduto sotto l’albero più grande del bosco e quasi m’appisolavo al tramonto per colpa... di certi funghi indigesti. In quella specie di torpore vidi una persona, attraverso una nebbia, che saliva lungo una scala a chiocciola come per dirigersi verso un’isoletta piena di frutti, con al centro una enorme tavola imbandita di ogni ben di dio e con sopra…una testa, senza collo. La Tua. E guarda caso, il giorno dopo ti si ruppe il vecchio macinino sulla montagna e comparisti a chiedermi aiuto. Ed io ti riconobbi. Da allora non sei riuscito a starmi lontano; ti sei mai chiesto perché? Eppure nonostante il mio carattere scorbutico e la mia rozza apparenza, sei tornato mille volte; mi hai aiutato e mi hai sopportato cambiando pian piano le tue abitudini anche se non te ne sei accorto; senza mai chiedere, ma apprendendo di me quel poco che lasciavo volessi farti conoscere. Amicizia? Forse si, ma non solo.
Ora, mentre leggi questa lettera, immagina per un attimo di essere, invece che nel tuo studio, in una delle radure nel bosco della “nostra” montagna e che qualcuno ti appaia all’improvviso davanti: un tipo strano, vestito di grigio, con un mantello di pelle di pecora addosso e un merlo sulla spalla. Quel tipo ha un frutto in mano, lo spacca e te ne offre una metà: tu che fai? Dici no, grazie? Corri via? Non credo…conoscendoti prima l’accetti e l’addenti e poi fai qualche domanda…. E se non ricevi nessuna risposta non ti offendi…Ecco perché ti offro metà della mia nocciola: prendila, ma sappi che io ora sto in ogni particella del tutto, in ogni atomo di albero, in ogni stormire di fronde, in ogni respiro di cinghiale o di cervo perché sto nell’universo! E rabbrividirò ogni volta che uno sparo si sentirà nell’aria, in ogni inutile uccisione d’animale che correva o volava libero, in ogni belato di dolore di un agnello; in ogni albero bruciato dalla incuria od abbattuto dalla cattiveria degli uomini. Ecco perché ti dico, e concludo: se dopo quello che qui ti ho raccontato continuerai a pensare che i miei silenzi di balzano pastore significavano solo rifiuto del mondo, allora brucia questa lettera e, con essa, il mio inutile passaggio sulle belle montagne che conosci, perchè conseguenza solo delle mie scelte sbagliate. Altrimenti, se crederai che infine divenne una scelta di vita, conservala e tenta di esaudire il desiderio di un amico che ti lascia il suo fardello. L’unico che veramente è contato nella sua esistenza. Ah, a proposito, le mie pecore hanno tutte un nome, come tu sai…ma nel gregge il mese scorso ho raccolto un orfano di muflone sottraendolo ai lupi e che succhia da una pecora gonfia di latte. Non ho fatto in tempo a “battezzarlo”, per cui dovrai farlo tu. Ma se lo chiamerai abelardo mi farà piacere. Non so perché, ma sono sicuro che diventerete buoni amici. A ben rivederci amico e…buona vita, Luigi”.
Smisi di leggere con le lagrime agli occhi e da allora, per colpa della vista, non vado più a caccia…
Luigi il pastore...e le sue pecore. testo di Pellegrino2
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