NEVE (frammenti di un inverno infinito-diario)

scritto da cabra
Pubblicato 25 anni fa • Revisionato 25 anni fa
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a mio padre...
- Nota dell'autore cabra

Testo: NEVE (frammenti di un inverno infinito-diario)
di cabra


Il compito in classe d’italiano, il tema, come ogni sabato: “La solitudine”. E giù un fiume di parole dalla mia mente adolescente ricca di sogni e speranze per un mondo migliore.
La mia scrittura a quei tempi era disordinata ed irriverente proprio come ora, forse perché non sono mai cresciuta realmente e quei sogni e quelle speranze ancora scalpitano in fondo al cuore.
Il compito in classe d’italiano e uno sguardo istintivo al cielo.
Quanta neve lentamente scendeva, forse troppa.
L’ultima volta che l’avevo vista toccata annusata e sentita ero davvero poco più che una bambina e da quell’istante avevo sempre sognato di rivederla ancora.
Non nevica spesso dove vivo, una bella, caratteristica e a tratti antica città di mare, ricca di gabbiani pronti a donarti l’illusione di un libero volo su infinite scogliere frementi di vita.
Uno sguardo istintivo al cielo e il pensiero , inevitabilmente, vola a lui, mio padre.
La sera prima l’avevo sentito mormorare qualcosa del tipo “domani ci scommetto, nevica” in silenzio accanto alla finestra della mia cameretta.
Era lì per la solita chiacchierata, la nostra “parlatina tranquillizzante” prima del buio, della notte, del sonno. In quel periodo c’eravamo allontanati troppo ed io senza accorgermene, troppo presa dall’amore finto e sbagliato di un uomo, non capivo e non sapevo di perdere, per ogni attimo che passava, sempre un po’ di più il mio posto di privilegio nel suo cuore.
Uno sguardo istintivo al cielo, alla neve che silenziosamente scende e il mio pensiero vola a lui, mio padre. La penna che tenevo ben stretta tra le dita per qualche infinito momento non scorre sui fogli bianchi e la solitudine può aspettare.
Guardo Faby che da due giorni, a causa di un progetto scolastico multimediale e dell’ennesimo litigio con i suoi dormiva da me “oh Faby mio padre l’ha detto ieri, incredibile!”.
Panico.
Buio.
(nero)
Un senso di smarrimento m’invade l’anima. Sgomento, paura, rabbia, tormento e tanta voglia di correre lì tra le sue braccia ad urlargli che no, non volevo perderlo il posto nel suo cuore, non volevo morire nei suoi occhi. Se me lo avesse chiesto sarei stata disposta a lasciare quell’uomo meschino e gli avrei gridato il mio amore incondizionato il mio amore unico solo per lui, per lui e basta.
Luce. Luce ovunque.
La neve candida che mi riempie di nuove certezze e mi dona serenità con la sua purezza ed io ormai decisa a riconquistare la fiducia in mio padre e a ritrovare la dignità perduta.
Quattordici anni e una storia tormentata con un uomo di ventisei anni, ex-tossicodipendente e a tratti ancora carico di odio e violenza che troppo spesso e con prepotenza riversava su di me.
Quattordici anni mi sembravano tanti ed io ero convinta di poter cambiare il mondo, senza pregiudizi, senza amici. Solo Anna accanto a me e dentro al mio cuore; una madre che non capivo e che non mi capiva e l’unico grande faro ad illuminarmi il sentiero, mio padre.
Quel giorno, quel tema, la neve e i miei sogni mai abbandonati mi aiutarono a sentirmi più forte finalmente ancora e di nuovo viva e si, non vedevo l’ora di ritornare a casa, avevo una grande notizia da dare.
Ritorno a scrivere e la penna scorre sempre più veloce e macchia, tinge colora e incendia fogli, fogli e ancora fogli.
Io e i miei sogni.
Le due ore passarono in fretta, solo altri 50 minuti e sarei stata lì, stretta al suo cuore, la sua bambina prediletta di sempre.
Non ricordo molto di quello che accadde.
BUIO.
Ale entra, sguardo basso, voce bassa
(sole basso lì nel cielo).
“Ti vuole il preside Tì devi tornare a casa, c’è Sandro che ti aspetta nel corridoio”.
“Guardami, Ale ti prego guardami”.
Lo fece e il mondo si oscurò.
Corri bambina corri. Corri perché sai che nulla potrai fare e la neve era già un messaggio. E allora corri perché devi correre correre correre senza fine.
La mano del preside sulla testa (gelida carezza) ed io pensavo “che cazzo vuoi capire tu, lasciami , non mi toccare”. Voglia di morire, vomitare lì, davanti ai suoi occhi anche solo per non sentire quello sguardo carico di compassione su di me. E ancora pensavo: “ Lo ammazzo!”.
Il breve tragitto in macchina con Sandro (il famoso amore sbagliato).
La mia casa. Troppa gente intorno e io mi attacco drammaticamente ad un pensiero e a mille dubbi: ” Cosa vogliono, cosa guardano, cosa dicono”.
Le scale infinite.
Le scale infinite.
Le scale infinite.
La porta della nostra casa.
Sentivo braccia che mi stringevano e mani che mi afferravano ed io urlavo o forse piangevo non lo so, non ricordo, forse semplicemente precipitavo. Osservavo o forse semplicemente morivo.
L’urlo forte. Lacerante. Drammatico. Disperato. E poi
BUIO.
La corsia dell’ospedale era come sempre candida, brillante, pulita, odore di disinfettante ovunque che mi stordiva e mi chiedevo scioccamente se un po’ avrebbe disinfettato l’immensa ferita marchiata a fuoco sul cuore.
Guardavo mia madre e in un attimo era così vecchia, sola, diversa e mi chiedevo se sarebbe mai stata capace di donarmi il suo amore.
Chiamarono me per chiedermi tutto di lui e quell’interrogatorio tanto informale e tanto spietato man mano che andava avanti assumeva le sembianze di una tortura infinita ed ingiusta, fottutamente ingiusta.
In un istante ho capito che rispondere senza pensare era l’unica soluzione ma non potevo immaginare che il pensiero successivo sarebbe stato peggiore... mio fratello.
Pensavo al modo più giusto di dirgli cosa era successo. Pensavo che un bambino di sei anni è forse troppo piccolo per capire la vita, ma ha un cuore immensamente grande per sentirla, la morte.
Pensavo ad una favola sugli angeli nuovi ed eterni protettori e custodi di sogni. Intanto l’interrogatorio rude andava avanti e il mio sguardo saltava dal viso dei poliziotti a quello di mia madre poi al cielo per cadere in uno sguardo infinito nel vuoto sul suo ricordo.
Erano passate solo tre ore e avevo già affrontato l’ostacolo delle fatidiche “telefonate d’avviso” e avevo già deciso di non volerlo vedere, non così...
Camminavo quasi senza toccare terra nel momento in cui entrai in quella sala gelida e tetra, con l’illusione di non essere vista di evitare lo sguardo di parenti e amici, con l’illusione di entrare in un incubo a breve termine.
Ancora BUIO.
La mia coperta a coprire il suo corpo e quasi riuscivo ad immaginarlo steso nel mio lettino a dormire sogni agitati ma che presto in un sussulto lo avrebbero riportato alla realtà.
Solo che non riuscivo a scorgere il suo viso.
Lo osservavo incredula e pensavo “si sveglierà, mi sveglierò”
Mia madre ormai senza voce gli urlava i miei stessi pensieri.
Fu il solito duro e insensibile amore sbagliato a portarmi lì, davanti al suo corpo immobile e spento, con un gesto violento mi spinse contro mio padre quasi a volermi raggelare l’anima, quasi ad uccidere le ultime illusioni. Fu lui a rendere il mio incubo reale.
Da allora rincorro ancora i sogni ma non sono più freschi e colorati come ali di timide farfalle. Non so neanche a chi raccontarli, non so a chi raccontare le mie paure i miei tormenti e le mie gioie quando il mondo resta fuori e la notte si avvicina. Non so a cosa pensare per sentirmi più serena quando so che c’è un’altra notte da affrontare e mille incubi da sopportare e i risvegli sono troppo vuoti per l‘immenso desiderio di vita che in me ancora domina. E allora tutto ciò che posso fare è credere in una stella e a lei donare ogni mio intimo segreto.

“stella brillante
stella leggera
prima stella apparsa stasera
qualcosa sarò
qualcosa sarei
se tu mi donassi quel che vorrei...”

Il giudizio per il mio tema su “la solitudine” fu ottimo e adesso odio la neve.

I giorni scorrevano sempre troppo simili tra loro e la vita era ormai così scialba e priva di suoni e colori. Io e i miei quattordici anni, io e la mia voglia di fuggire sul cavallo nero di fresche speranze. Mio fratello cresceva, senza un padre, ma circondato e protetto dal mio immenso amore.
Le esperienze mi hanno regalato mille nuovi tormenti e sempre più spesso le notti erano popolate da incubi terrificanti e sempre fin troppo reali.
La scuola era il mio motivo di vita, solo studiare mi aiutava a sentirmi ancora leggermente serena e tra “l’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello e i progetti di grafica che mi permettevano di dare sfogo alla mi creatività, io, piccola bambina impaurita affrontavo ogni giorno, nuovi giorni.
Sandro, l’amore sbagliato, l’ho trascinato con me per troppo tempo ancora, dopo la morte di mio padre, stare con lui era il mio modo di punirmi per quello che avevo perso e per le parole e le dimostrazioni d’amore che a mio padre non avevo mai detto e concesso.
Ho conosciuto il sesso qualche settimana dopo la morte di mio padre, nell’androne sporco e scarno di un ufficio, forse non meno del sesso stesso.
Sandro non aveva una macchina e non aveva una casa e non aveva un lavoro e non aveva una lira.
Andavamo lì da molto, l’unico posto abbastanza tranquillo per “parlare d’amore”. L’unico posto dove nessuno arrivava a disturbare e a curiosare.
Spesso incontravamo dei ragazzini mentre sfuggivamo all’occhio quasi sempre distratto del custode e scappavamo su per le scale, e quei ragazzini sembrava conoscessero ogni nostro segreto.
Salivamo per le scale perché l’ascensore non portava ai primi piani dove c’era il nostro rifugio e senza sorpresa ad ogni piano, al di là dei vetri offuscati, si nascondeva un segreto.
Lì ci andavano in molti. Chi per fare l’amore, chi per fumarsi una canna, altri ancora per confidarsi segreti.
Quella sera era diversa da tutte le altre. Sandro da qualche tempo premeva fin troppo per possedere il mio corpo di ragazzina in crescita e ritornavo a vederlo strano, assente, forse troppo rabbioso.
C’era qualcosa nell’aria che mi turbava e una forte sensazione di smarrimento e di oppressione al petto che spingeva, spingeva e mi lasciava senza fiato.
Non sbagliavo.
In quella fredda serata, brutalmente, con violenza rabbia e rancore mi è stato strappato anche l’ultimo sogno. Il sogno normale di tutti che era conoscere l’amore e di trarne gioia, serenità e piacere.
Quel sogno se si fosse realizzato, sarebbe diventato il mio regalo per Anna.
Quella notte ci furono nuovi incubi a tormentarmi che mi portavano sul baratro della follia e in essi rivivevano quei minuti infiniti di dolore e odio e rabbia e violenza. Rivedevo il mio corpo usato e sentivo di nuovo tutto il coraggio e la forza che avevo raccolto per non morire, per non urlare, per non permettere ai miei occhi di esplodere in un pianto eterno.
Quell’ombra di uomo non meritava nulla da me, neanche una lacrima leggera.
Sapevo che da quella situazione e dalle conseguenze che si sarebbe portata dietro non ne sarei uscita facilmente fuori. Ma nonostante tutto non riuscivo a trovare un buon motivo per fuggire da lui, avevo perso davvero tutto, anche la purezza e anche questa senza amore, come sempre era stato per tutto.
Mi sono svegliata nel cuore della notte, ho acceso la radio, ho infilato le cuffie e sono rimasta così pallida, muta e inerme fino al mattino, con Jim Morrison che sputava parole insanguinate e doloranti, allora come oggi e il corpo avvolto dall’odore della sua carne, della sua rabbia, insanguinata e dolorante anche io nel corpo e nel cuore.
Non è stato facile non parlarne con nessuno, continuare a sorridere, a fare finta di niente, ma avevo un buon motivo per farlo.
La violenza era la punizione per la mia incapacità di stare alle regole della vita, per la mia presunzione di volere amare comunque sapendo di poterlo fare.
La mattina andavo a scuola e riuscivo a nascondere i lividi, i tormenti, e il mio folle lasciarmi andare con un trucco decisamente troppo pesante per la mia età, ma che valeva la pena provare.
In quel periodo, a scuola, a causa della morte di mio padre, tutti erano più dolci e comprensivi e i compagni di classe provavano in tutti i modi a dimostrarmi di essere finalmente amici e nei corridoi dell’Istituto ancora qualcuno mi additava per quella strana storia portata in giro di bocca in bocca, da mente a mente, da cuore a cuore ed ero ormai stanca dei ripetitivi “mi dispiace”...
Tornavo a casa e lì era davvero impossibile anche solo lontanamente immaginare di potercela fare.
I rapporti con mia madre peggioravano giorno dopo giorno e anche adesso che finalmente abbiamo trovato la giusta via da seguire per poterci amare, anche ora che la adoro e la vedo finalmente così tenera e dolce e immensamente sola, provo rabbia per tutte le volte che mi urlava che avevo ucciso mio padre, che dovevo smetterla di fare la ribelle e la menefreghista , che non potevo più permettermi di essere una ragazzina, che mi implorava di lasciare Sandro e mi picchiava per scaricare un po’ di tensione.
Non posso dimenticare le urla di mio fratello e tutte le volte che le botte hanno colpito anche lui, povero piccolo cucciolo, quando cercava di difendermi dall’odio violento di mia madre contro me, contro se stessa, contro la vita.
La mia ancora di salvezza era la mia cameretta, il mio nascondiglio preferito.
Passavo ore ed ore rinchiusa tra quelle pareti calde.
Avevo ricoperto ognuna di quelle pareti calde di immagini che mi aiutavano a viaggiare senza limiti e mi stendevo sul lettino stanco e consumato e osservavo tutti i ritagli per calarmi nel mio mondo di fantasia.
C’era di tutto sui muri: i miei disegni incomprensibili, le mie foto più belle, scritte rivoluzionarie e inni al comunismo, immagini di Che Guevara, gli scatti di Oliviero Toscani e paesaggi della Scozia, i temi più belli che avevo scritto, la rappresentazione di Inferno, Paradiso e Purgatorio di Dante, squarci della cattedrale di Notre Dame, il mio mondo.
Era difficile non ritornare a quel giorno, alle mie mani che graffiavano la sua schiena, alla voglia di rinchiudermi nel mio mondo in attesa che quel tormento finisse.
Ricordo che per non impazzire lasciai al pensiero la libertà di volare da un androne all’altro di immaginare tutti i segreti al di là dei vetri offuscati, di creare infinite probabili situazioni diverse, di sognare l’amore e i sospiri e il piacere e
Ritornavo alla realtà, all’improvviso, concentrandomi sul presente, che mi donava nuovi libri da leggere, nuovi temi da scrivere, nuove poesie da commentare e viaggi tra le pagine della nostra storia e “bozzetti” da disegnare per “Fonopoli”.
Accendevo la radio e sostituivo “il Peyote” con le profonde canzoni di Renato Zero e versavo lacrime per tanto amore, per “Il Carrozzone” che andava avanti da sé. E il pensiero tornava a mio padre.
Ritornavo allora allo sputasangue di Jim, ma mi riscoprivo ancora una volta troppo rabbiosa e altro non potevo fare che sentire eterni canti d’amore, lotta e speranza venire fuori dalle labbra dolci di Battisti ed era grazie a “il mio canto libero” che ritornavo a sognare.
Arrivò anche l’estate e fortunatamente avevo mille libri da leggere e il diario nuovo su cui scrivere ogni mio pensiero mi aiutava a sentirmi meno sola.
Partimmo per Napoli tutti e tre profondamente diversi, e tutti e tre a modo nostro, morivamo dentro lentamente.
Mia madre è napoletana, gran bella “razza”. Vivere circondata dall’amore dei miei nonni e di tutti gli altri a contorno, zii, cugini, mi aiutò a prendere decisioni importanti da troppo tempo rimandate. Quando tornammo a casa ero una persona diversa, fortemente ribelle e tormentata, ma diversa.
La scuola portò quell’anno tanta, tanta vita.
Agli inizi di ottobre ci fu la nuova rivoluzione nella scuola e nella mia vita, con l’okkupazione .
Il giorno in cui si celebrava l’anniversario della morte dell’eroe, Freddie Mercury, tutti i ragazzi presenti nella scuola si riunirono nel lungo corridoio al pianterreno per cantare “Innuendo” in suo onore e quando arrivai io, ancora non completamente sveglia, assorta nei miei pensieri e sempre troppo truccata, non mi lasciarono neanche il tempo di distribuire il caffè ai ragazzi che avevano dormito lì e mi trascinarono nel lungo corridoio perché qualcuno mi aveva sentita cantare qualche giorno prima e non voleva dare inizio allo strano “memoriale” senza di me.
Correvo veloce e più di una volta rischiai di cadere, inciampando nei sacchi a pelo e chissà quanti zaini avrò calpestato e quanti spartiti avrò sporcato.
Correvo, correvo e nei polmoni sentivo l’odore della vernice ancora fresca che avevamo usato il giorno prima per ridipingere aule e porte e quasi mi sembrava di volare.
Li vidi in lontananza. Erano i miei compagni di viaggio, pronti a tenermi per mano, ad accompagnarmi per quel breve tratto lungo il sentiero della vita, a condividere con me lotte, scioperi, fragorose risate, la vernice fresca, canzoni urlate senza fiato, fumo, alcool e panini sempre troppo secchi e vuoti nella pausa pranzo.
Erano lì e aspettavano me. Anche lui era lì e aspettava me.
“Ciao raga” li salutai con il respiro corto “vi ho portato il caffè”.
Lui si avvicinò e mi baciò sulle labbra, improvvisamente, davanti a tutti, senza vergogna.
Cantammo per Freddie l’eroe.
Quella mattina ho capito di essere ancora in grado di emozionare e di lasciarmi emozionare. Di amare no e credo ancora di non saperlo fare, ma trovai il coraggio per dire basta alla violenza, ai soprusi, agli abusi e di dimenticare l’amore sbagliato. Quella mattina mi accorsi di sorridere anche con il cuore.
All’uscita di scuola c’era Sandro ad aspettarmi, lo allontanai senza troppe parole e stringendo forte la mano di Krist, la mia più grande compagna di avventure, continuai a camminare ignorando gli insulti, le minacce, l’odio che in me divampava.
Avevo voglia di ritornare indietro e di urlargli in faccia senza avere neanche il tempo di respirare tutto il rancore che covavo dentro lo schifo che mi riempiva dal maledetto “giorno dell’androne” il mio sentirmi sporca e marchiata a vita la sensazione di non essere poi tanto diversa da Anna, tanto diversa da una puttana e poi avevo voglia di picchiarlo, fino a sentire dolore nelle mani e nelle braccia, dolore nel cuore.
Non sono mai ritornata sui miei passi e non ho ceduto di fronte alle sue persecuzioni folli, non ho creduto alle sue parole di nuovo d’amore e in una mattina qualunque di un giorno qualunque decise di cercare un’altra preda.
Da allora ho avuto mille esperienze. Nuovi amori ancora sbagliati e altre paure ed infiniti tormenti, lotte contro me stessa, nuovi angeli da inventare e tanto tanto ancora. Ma queste sono altre storie che forse una mattina qualunque di un giorno qualunque avrò voglia di raccontare e quel giorno non è questo.
Non mi resta che ritornare al mio Jim sputasangue e alla mia cameretta, custode di sogni e ricordi, con la speranza di uscirne oggi come allora. Ancora in piedi, ancora viva.
Qualcosa è cambiato nell’aria.
Tra poco arriva l’estate.
NEVE (frammenti di un inverno infinito-diario) testo di cabra
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