Era la mia dolce ossessione

scritto da smeraldo
Pubblicato 20 anni fa • Revisionato 20 anni fa
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su richiesta di un amico, ma lo pubblico volentieri....
- Nota dell'autore smeraldo

Testo: Era la mia dolce ossessione
di smeraldo


Il fisioterapista era alto e forte, con larghe spalle e braccia muscolose.
Le sue mani bianche, dalle dita lunghe, premevano sapientemente sulle mie vertebre,
procurandomi un dolore quasi insopportabile, ma io stringevo i denti cercando di concentrarmi
solo sul suono calmo e profondo della sua voce che ripeteva:
“Cerchi di rilassarsi, Gloria, chiuda gli occhi e pensi a qualcosa di piacevole…”
Qualcosa di piacevole, un sogno…
per esempio: il meraviglioso scenario di un tramonto sulla spiaggia, io e lui che correvamo,
il vento nei capelli, il mare che arrotolava, sotto i nostri piedi, la sua carezza spumeggiante e poi…
e poi crollavamo, sulla rena, stremati dalla corsa, il suo corpo teso e forte, le labbra che sapevano di sale…
Telefonavo alle amiche:
“Quando sono sotto le sue mani avrei voglia di gridare per il dolore,
ma devo riconoscere che è un mago, nel suo campo. Mi sta rimettendo al mondo…”
Qualcuna in confidenza ridacchiava:
“Me li farei fare anch’io, dei massaggi, da un tipo come il tuo Fabrizio!
Ma dove lo hai trovato quel marcantonio di fisioterapista?!”
Era stato Biagio, mio marito, a consigliarmelo.
“E’il massaggiatore della nostra squadra di calcio.Ti assicuro che fa miracoli, Gloria.”
Aveva detto.
“Di solito non accetta lavori extra, ma sono sicuro che per te, che sei la moglie di uno dei finanziatori più generosi della società sportiva, sarà contento di fare un’eccezione.
Vuoi che lo chiami oggi stesso?”
“ No, ma appuntami il suo numero sul telefono su un foglietto, nel caso ci ripensi.”
Avevo risposto, senza convinzione.
Poi avevo dimenticato quella breve conversazione.



L’incidente, dal quale mi ero salvata per miracolo, mi aveva conciata così male,
anche psicologicamente, da farmi cadere in depressione.
La notte continuavo a rivedere il momento dell’impatto con il camion,
risentivo l’ala gelida della morte che mi sfiorava e mi lasciavo prendere dall’angoscia.
Le giornate le trascorrevo quasi del tutto a letto, tormentata dal dolore fisico e dall’apatia.
Niente più pareva interessarmi.
Non facevo che sgranocchiare biscotti e cioccolatini, ingrassare e frignare dalla mattina alla sera.
Veniva una terapista, l’ennesima tra tutti quelli che avevo cambiato.
Una povera ragazza che il più delle volte rimandavo indietro rifiutandomi di sottopormi alle sue cure.
Un giorno, mentre distrattamente saltavo da un programma televisivo all’altro,
vidi ad un tratto un tipo bruno, abbronzato, sorriso impeccabile nella faccia maschia
e cipiglio accattivante: era il massaggiatore della squadra di calcio cittadina,
intervistato, dopo una partita, da una emittente locale.
Il mio dito si bloccò sul tasto del telecomando: però accidenti, se era interessante quel ragazzo!
Immediatamente, mi ricordai del consiglio di Biagio e, forse già invaghita di quel sorriso assassino,
cercai il biglietto con il numero di telefono e chiamai il bel terapista quel giorno stesso.
“Sono già troppo impegnato con la squadra e non ho tempo, mi dispiace signora”
Rispose una voce morbida e profonda.
Non mi arresi.
Dissi che era stato mio marito a decantarmi le sue qualità professionali e poi lo lusingai,
sfidandolo a rimettermi in piedi dopo, che invano, ci avevano provato almeno una mezza dozzina di fisioterapisti.
Non so quale argomentazione avesse avuto la meglio ma, comunque, alla fine riuscii a convincerlo.
Fabrizio aveva fatto miracoli, in tutti i sensi.
Lui non lo sapeva, nessuno lo sapeva, ma forse più che i suoi massaggi, la ginnastica e le manipolazioni, avevano potuto: quegli occhi scuri sotto la frangia delle ciglia folte, il brivido che mi dava la sua voce, il suo profumo dal vago sentore di “patchouly”, che restava nella stanza e sembrava rimanermi attaccato addosso, anche dopo molto tempo che lui se n’era andato.
Tutte le mie giornate ormai ruotavano attorno alla nostra seduta di fisioterapia.
Aspettandolo mi preparavo con cura, mi guardavo mille volte nello specchio.
Potevo piacergli?
Lui era uno di quegli uomini cui bastava un cenno per avere tutte le donne che voleva;
chissà quante belle ragazze gli stavano dietro.
Io, invece, bella lo ero stata tanto tempo prima e giovane non lo ero più da tanto,
anche se il trucco faceva ancora miracoli e lo specchio, qualche volta, m’ingannava con le sue lusinghe.



Era la prima volta, da che ero sposata, che mi sentivo attratta da un uomo.
Non avevo mai tradito Biagio; non di certo perché lo amassi ancora; dopo tanti anni di matrimonio,
l’amore era ormai morto e sepolto, tra noi.
Quando ci eravamo sposati eravamo pazzi l’uno dell’altra, non avevamo una lira,
ma la gioia di vivere a volte ci mordeva lo stomaco più dei morsi della fame.
Poi Biagio si era messo a fare soldi e io a spenderli.
Eravamo abbastanza ricchi.
L’azienda andava a gonfie vele, avevamo una figlia adorabile, amici altolocati, servitù.
Persi nel turbinio dei nostri rispettivi impegni, Biagio ed io c’incontravamo poco: lui aveva il lavoro, le cene, il golf e qualche avventura piccante con una delle sue giovani segretarie; io ero presa dai miei acquisti, i ricevimenti, le amiche, la conduzione della casa.
Non avevo nemmeno il tempo di chiedermi:
“Sei felice, Gloria? E’ poi tutta qui la vita, o c’è ancora qualcosa di più?”
Le domande arrivarono dopo.
Le portò Fabrizio come uccelli appollaiati sulle sue larghe spalle.
Me ne invase i giorni, le stanze, i pensieri.
Bloccata in casa, perché mi stancavo troppo a girare con le stampelle, senza i miei giri per i negozi,
senza i pettegolezzi con le amiche, il parrucchiere, l’estetista, mi sentivo sprofondare in una specie di vuoto silenzioso in cui era più facile ascoltarmi, guardarmi dentro.
Proprio io che avevo sempre evitato di farlo.
Ogni giorno che passava capivo che in fondo tutto quel gran movimento in tondo, che era stata fino
ad allora la mia vita, non mi mancava.
Fino ad allora avevo vissuto, si, ma chiusa dentro una prigione dorata.
Fabrizio, l’attesa di lui, le emozioni, che avevo scoperto di riuscire come per miracolo a provare ancora, erano la corda tesa alla finestra della mia cella; erano l’inaspettata evasione da quella gabbia che rischiava di soffocarmi.
Finalmente arrivava.
Annusavo il suo odore: la sua giacca sportiva sapeva di pioggia, di una vita a me sconosciuta, che mi metteva addosso una curiosità quasi intollerabile.
Lo guardavo e desideravo solo di spingerlo su una sedia, sotto il cerchio di luce di una lampada, di sottoporlo a un serrato interrogatorio d’amore:
“Che fai quando non sei allo stadio, quando non sei qui? Chi incontri, che cosa vi dite, che cosa fate? Che cosa mangi, che cosa pensi? Mi pensi, qualche volta? Mi desideri anche tu?”
La nostra seduta di fisioterapia era estenuante ma, non so come, il tempo volava lo stesso.
Qualche volta, prima di andarsene, accettava di fermarsi a prendere un the; perché ero stata molto insistente o perché desiderava restare un poco a chiacchierare con me?
Me lo chiedevo, mentre di sottecchi, lo accarezzavo con lo sguardo, incantata da quel suo gesto di ravviarsi i capelli, dal guizzo vivace dei suoi grandi occhi.
Non restava per molto.
Raccoglieva il suo borsone, ogni volta mi stringeva la mano prima di sparire, di tornare alla sua vita estranea, che non conoscevo.
Le sue dita indugiavano un po’ nelle mie…o era una mia impressione?
Rimasta sola prendevo la sua tazza vuota, posavo le labbra nel punto in cui lui aveva posato le sue e le bagnavo con il fondo del the.
Era un po’ come baciarlo.

...continua...










Era la mia dolce ossessione testo di smeraldo
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