Una delle mie storie Inutili

scritto da Luca C_Max
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
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Lo so, è un raccontino lungo. Alla peggio buttatevi su una poesia d'amore. Pare ce ne sia qualcuna sul sito. :-)))
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Testo: Una delle mie storie Inutili
di Luca C_Max

UNA DELLE MIE STORIE INUTILI

I primi quattordici anni buttati nel contenitore delle inutilità, nessuno anno dei quali fosse intriso di  qualcosa che valga la pena di raccontare, se non il simpatico fatto avvenuto, appunto, nel fior fiore dei quattordici anni, innescato dalla mia incapacità di gestire i colori e le dinamiche di un maledetto cubo di Rubik.

Ero a letto con Marta, lei sempre accomodata dalla parte dei miei piedi, sempre delicatamente infastidita dai miei movimenti, ma ci sopportavamo a vicenda.

Io e Marta ce la intendevamo, sì. Intendiamoci, Marta non era mia sorella, né tantomeno una fidanzatina del caso. Marta era “La Gatta”.

Mi trovai a tarda notte, non so come, ma più che altro non so perché, intento nel cercare di risolvere il famoso cubo di Rubik; alla luce fievole della lampadina, distinguevo a malapena i colori, pensare di risolverlo era impresa veramente ardua, pur avendo le istruzioni ben aperte davanti a me.

Bene aperte ma, forse, orientate male, probabilmente uno dei motivi per i quali stavo andando per le lunghe.

Marta mi osservava sorniona, sicuramente mi stava dando del coglione, con i suoi pensieri felini sempre affilati, e i baffi a odorare l’aria.

Ma io e lei ce la intendevamo.

Preso dalla disperazione e dal sonno, cominciai a staccare i colori adesivi dalle facce dei cubi, pensando fosse la soluzione più veloce, e non dovendo rendere conto a nessuno, tantomeno a Marta.

Avrei sistemato le cose, risolto il cubo, in qualche modo, poco ortodosso, e avrei potuto prendere sonno, finalmente.

Al primo adesivo strappato, rimasta in mano la pellicola di carta e sul cubo la parte collosa, capii che non era la via migliore.

Lo capì anche il mio orgoglio.

Armato di istruzioni e tanta buona pazienza (ma poca, poca intelligenza), arrivai ad avere solo le ultime due facce da mettere a posto, algoritmi ormai fluidi.

Stava salendo l’emozione, soddisfazione a mille e Marta crollata nel sonno.

Poi accadde.

Saltò, evidentemente, la vite che teneva insieme tutto il sistema di incastri e mi trovai con tanti piccoli pezzi di cubo multicolore sparsi sul letto.

Imprecai a modo mio (non conoscevo ancora bene le bestemmie), svegliai la Marta, che fece un salto di un metro quando si trovò coperta da cubetti, e svegliai anche mia madre (a dirla tutta, mia madre non dormiva mai, e dico mai). Le madri non dormono, ho poi capito.

Entrò in camera, facendo finta di essere assonnata.

- Che fai ancora in piedi?

Lo chiese senza aspettare risposta, anche perché io, ero seduto sul letto e non in piedi, e poi:

- Marta, vieni via da lì: lo sai che non voglio che stai sui letti!

Marta la guardò come a dire: “Ma chi sei?”.

Poi si rigirò nuovamente a guardarla, con espressione più interessata: “Ah, sei quella che mi dà da mangiare!”.

Si girò di nuovo verso di me, sbadigliò e mi guardò dicendomi: “Sì, ma tanto ora non ho fame”, e prese meglio posto tra le mie gambe.

Mia madre sparì come era arrivata.

Io racimolai tutti i pezzi di cubo, trovai la vite e riassemblai il tutto, curandomi di posizionarli in modo più scompigliato possibile, per rimettermi alla prova.

Si ricomincia, istruzioni e algoritmi, alle due di notte, una sfida tra cubi, sonno, neuroni in fase crisalide… E il cubo pensa bene di esplodere una seconda volta…

L’indomani sarebbe stato sabato, niente scuola, tutto facile, me la presi con calma.

Respirai a fondo, misi a tacere, per qualche ora, quello che stava montando dentro e presi sonno, in modo stranamente rilassato.

La mattina mi alzai, avendo tutto chiaro.

Marta mi stava aspettando, lei forse sapeva, aveva già capito, perché io e Marta ce la intendevamo.

Feci su tutti i cubetti colorati, non trovai la vitarella incriminata, ma aveva poca importanza al momento.

- Andiamo, Marta!

Una mattina tiepida di aprile, profumata di primavera, eravamo in giardino e si stava veramente bene.

Io stavo bene.

Dicono che l’alcolismo sia una grave sindrome patologica, determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcool.

A ricordare bene, già da piccolo amavo l’alcool, non da bere, a quello ci avrei pensato più tardi; lo amavo come comburente per bruciare le cose.

Ora, sul perché io amassi bruciare, non credo che valga la pena di perdere del tempo; non ero un ragazzo disturbato, affetto da sindromi di piromania, ero assolutamente normale.

Diciamo che quello che mi disturbava, se potevo, lo bruciavo.

Eravamo lì in giardino, alcool in mano, fiammiferi, i cubetti deformi da cui si alzava un fumo nero chiaramente cancerogeno (i bastardi cubetti non potevano non esserlo) e Marta stava gradendo la cosa, era evidente. Guardava i cubi e guardava me, odorava l’aria e guardava di nuovo.

Passò tra le mie gambe, strusciandosi quanto più possibile, come a ringraziare il cielo (e me) che, quel giorno, lei era una gatta affettuosa e non un cancerogeno cubetto colorato.

Sentii mia madre che, a bassa voce, incalzava mio padre:

- Quel ragazzo non sta bene, dobbiamo farlo vedere!

E lui, di rimando:

- Secondo me, dovremmo far vedere anche la gatta.

Non ci fecero vedere da nessuno, chiaro; le cose, con il tempo, si misero a posto.

Io evitai di fare certe cose in evidenza e imparai a fare finta di essere intelligente. Ci credettero e, forse, fecero finta di crederci anche gli altri.

A Marta non interessava in modo particolare del mio QI, lei era fine a sé stessa, anche troppo, tanto che, ad un certo punto, cominciò a chiedere molto e a dare ben poco.

Il brutto graffio che mi trovai sulla mano e una palpebra quasi lacerata erano l’equivalente del ben poco, soltanto per aver dato una carezza di troppo nel posto sbagliato.

Io e la Marta non ce la intendevamo più.

- Andiamo, Marta!

Mi stava aspettando. Lei forse sapeva, aveva già capito.

Una mattina tiepida d’ottobre, profumata di un’estate in decadenza, eravamo in giardino e si stava veramente bene.

Io stavo bene.

Riuscii anche a non far sentire in giro l’odore veramente nauseante, anche se, a dirla tutta, una volta bruciato il pelo, i fumi che salivano cominciavano a diventare quasi gustosi; mi venne in mente il coniglio cucinato con amore dalla nonna.

Mi venne fame, era quasi l’ora di pranzo.

Marta, la Gatta Morta: la questione era ora sistemata.

Venticinque anni dopo, una vita semplice, una laurea difficile, un lavoro soddisfacente, una ragazza che è una meraviglia. Vai a capire se è stato il caso, una coincidenza di eventi, una mia fissazione, ma, insomma, Marta era il suo nome.

Me ne innamorai nel modo più semplice del mondo, ovvero innamorandomi di lei, dei suoi modi, del suo sapersi porre, aveva meno peli della mia prima Marta, un’intelligenza sopraffina e, anche senza baffetti, sembrava annusasse l’aria per capire cosa stesse accadendo o cosa fosse già accaduto.

Sul cosa fosse accaduto e cosa avessi combinato, spesso ci trovavamo a discutere, non riuscivo a non essere trasparente con lei, mi vedeva attraverso; una paio di volte la sfangai giusto arrampicandomi sugli specchi, specchi che ancora ringrazio per la loro scabrezza (vabbè questa non è proprio facile).

Passarono due anni di alti e bassi.

Sui bassi è bene sorvolare; gli alti portano ancora dei ricordi che hanno, sino ad oggi, il potere di lenire e farmi stare bene.

I momenti sì, con Marta, erano quanto di meglio un maschio fortemente praticante potesse desiderare da una donna decisamente avvenente.

Dell’essere disinibita ne aveva fatto virtù; del togliermi inibizioni ne fece il suo scopo primario.

Ma annusava l’aria.

Dicevo prima che l’alcolismo è una grave sindrome patologica, determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcool.

Mi trovai ad essere alcolista, senza un valido motivo; era semplice e si stava bene, inutile negarlo, soprattutto negarlo a Marta che, se nell’aria riusciva ad annusare tutto, figuriamoci annusare il mio alito.

Il problema era che avevo assunto anche forti dosi di lei, tanto che potevo essere considerato un Martolista, totalmente dipendente da quella donna.

Bere, bere tanto, ti innesca dipendenza non solo legata ai liquidi, ma anche alle cose solide, cose delle quali hai bisogno per poterti ormeggiare, quando il mare è veramente in tempesta.

Bere e vivere con lei erano due attività che non trovavano spesso un concordato pacifico, e lei cominciava ad essere stufa di fare la parte delle braccia accoglienti di un molo, quando arrivavano immancabili le mie tumultuose tempeste.

Diventò come un cubo, aveva poco di magico, ma era comunque da risolvere, mettere a posto colori e cercare di placare le sue sfuriate, sempre più frequenti, specialmente dopo avermi beccato con una tipa in un locale e, nonostante spiegassi che ero talmente stordito da pensare che fosse un tipo, trovava ogni scusa per ritornarci sopra.

Probabilmente era anche vero, non riesco a ricordare bene, forse era veramente solo un tipo, o forse fumo e bicchieri vuoti davanti a me avevano sfalsato le immagini.

Rimettevo insieme i pezzi, almeno ci provavo.

La smontavo, smontavo le sue accuse e tentavo di rimontarle con le mie ragioni. Ribatteva e non si zittiva, mi trovai di nuovo cosparso di piccoli pezzi, fatti di una storia sfilacciata, i colori completamente mischiati, non c’erano viti da stringere, ma solo un gran bel collo, davanti a me, da serrare.

Ma non era nel mio stile; non ho mai spremuto ciò che non capivo o che non gestivo, l’ho sempre solo bruciato.

Era solo una questione di alcool. Assumerne prima una quantità consona al gesto, comprarne poi una quantità generosa per creare un fuoco tale che potesse spegnerne quello interno, che stava devastando i miei nervi.

Una mattina gelida di febbraio, pochi profumi nell’aria, solo l’odore del freddo e la cattiveria di un mese che non dovrebbe esistere, ma io stavo bene.

La tipa... Ebbi, in seguito, certezza che fosse una lei e non un lui (ok, me l’ero scopata alla grande, diciamocelo, ora posso confessarlo).

Io e Marta eravamo in giro a cercare di passare il tempo per cercare pace, equilibrio, qualche fragile appiglio per dare senso ad una storia che, nella mia mente, aveva già scritto un FINE a caratteri cubitali, ma nella sua, una mente da infermiera tuttofare e nel suo portafoglio gonfio dei miei soldi, c’erano parole che dicevano altro: “Ma chi ti molla? Hai tanto ancora da dare, bello mio”.

Sì, tra un bicchiere e l’altro, mi sono scordato di dire che sono benestante.

Non so ancora bene come, ma i miei genitori mi lasciarono in eredità case e soldi che mi hanno permesso di non sapere cosa significhi lavorare seriamente, e mia intenzione era, ed è tuttora, continuare a non saperlo.

I miei genitori, sì: tanto cari che erano stati loro!

Tanto cari e pieni di soldi.

A lei, quel giorno, cominciai a vederle spuntare una specie di pungiglione dal naso; era chiaro quale mio speciale nettare stesse succhiando da tempo, non “quello” che intendete voi, a quello ci pensava la tipa.

Al profumato nettare dei miei soldi, ci pensava Marta, in modo oculato.

Ma quella specie di pungiglione dal naso, mi portò a sentire il mio notaio e redigere un testamento molto molto vincolante e restringente. Marta non gradì, no.

Il cubo, di nuovo: non riuscivo a risolverlo, bruciarlo era l’unica soluzione.

I graffi della gatta sulla mano erano passati, e ora li avevo ancora addosso e laceravano il mio orgoglio, alcolico sì, ma sempre orgoglio.

Mai stato particolarmente intelligente, ma pratico, con grande manualità. Ma le forti dosi di alcool ingurgitato non potevano garantire nulla, nulla di buono, e combinai un gran casino.

Sì, fu un casino totale.

Insomma, o fui molto lento io o molto più veloce lei.

Lei annusava l’aria, l’avevo già detto e lo sapevo. Sta di fatto che ricordo che stava lì a guardarmi, soppesando con lucidità quali fossero le azioni da intraprendere in quel momento.

Io bruciavo, la pelle friggeva e non sapeva di buono; urlavo di fare qualcosa, urlavo fin quanto e fin quando potei.

Lei, evidentemente, fece qualcosa, con i dovuti tempi, ma lo fece. Soldi o pietà: non so cosa la fece smuovere, forse entrambe le cose perché, se mi trovo qui a scrivere, lo devo a lei, e ai miei soldi, ed al vincolo testamentario…

Ho smesso di bere, non ho vere e proprie labbra per carezzare un bicchiere; di fumare non se ne parla, avendo solo, forse, mezzo polmone in salute.

Spero anche di non aver lasciato troppi refusi in questa storia inutile: mi è rimasta la mano sinistra per scrivere, un occhio semichiuso e l’altro di vetro, il che non aiuta granché alla scrittura.

Ma questo mi è rimasto, raccontare e scrivere storie, spesso inutili, come questa.

  

FINE

Una delle mie storie Inutili testo di Luca C_Max
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