Recuerda Y Amame Sin Saber Mi Nombre [2°]

scritto da Lluvia Agria
Scritto 15 anni fa • Pubblicato 15 anni fa • Revisionato 15 anni fa
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Autore del testo Lluvia Agria

Testo: Recuerda Y Amame Sin Saber Mi Nombre [2°]
di Lluvia Agria

Presi un respiro enorme quasi dovessi tuffarmi in acqua.

Marcelo, il mio procuratore, dopo ore di dura lotta con la società aveva raggiunto la cifra che ipotizzava più adeguata al mio rendimento sportivo.

Non vedevo l'ora di levarmi tutti i reporter e tifosi di torno e dirigermi verso la mia splendida villa, ma sapevo già sin troppo bene che avrei avuto poca pace nei giorni successivi.

Mentre venivo scortato tra la folla verso la mia vettura, caricai l'abitudinario sorriso di cera che tanto piaceva.

Il mio amico continuò ad osservarmi, non smetteva di parlare di lavoro neanche per dieci secondi.

Inserii il pilota automatico e con la solita espressione falsamente attenta lo studiavo.

Le gambe mi implorarono di non muovermi talmente ero stanco.

Avevo tutto ciò che potevo desiderare dalla vita ma perchè non ero completamente felice? Mi rabbuiai nei miei pensieri.

Venivo pagato milioni per far ciò che più amavo, al mio fianco una compagna dolce e paziente.

Se mai avessi voluto cambiare ragazza, di certo non sarebbe stato un problema.

I miei fantastici genitori erano rimasti in quel logoro quartiere nonostante le proposte che li avevo avanzato in diverso circostanze.

Erano felici lì, ripetevano.

Mia madre non perdeva l'occasione di venirmi a trovare il più sovente possibile ed ora che ero tornato in Spagna, la gioia le si scorgeva negli occhi.

La mia faccia era dipinta sù quasi tutti i cartelloni pubblicitari di moda, sport e qualsiasi altro tipo di categoria, nonostante tutto mi sentivo opaco e vuoto, sprofondavo dentro la mia maschera in ogni situazione, nessuno al mondo mi aveva ancora compreso, nessuno in tutto il pianeta capiva cosa mi passasse davvero per la testa.

Stanco perchè mi sentivo morto, stanco perchè non potevo uscire di casa senza essere assalito, stanco perchè non ascoltavo più il mio cuore da troppo tempo.

Mi buttavo nelle mani degli altri i quali come pedine mi spostavano a destra e sinistra non accertandosi delle mie condizioni psicologiche.

Una grande finzione, una menzogna per non spezzare quell'identità che da solo mi ero costruito.

Con lo sguardo sconvolto dal sonno lessi il cartello pidocchioso sul ciglio della lunga strada.

Una soffice brezza si impossessò del mio naso.

L'interminabile fiume mi ricordò le corse infinite con il mio pallone.

All'immagine di me sorridente sdraiato sulla sponda rabbrividii.

Erano cinque anni che non rivedevo Algorta.

Non era cambiato nulla.

Automaticamente tornai l'insopportabile marmocchio ladro cresciuto con le tortine di Ribes bollenti di nonna.

Non lo ero più però un furfantello.

Un uomo, un uomo diverso, migliore probabilmente.

I ricordi mi sovrastarono tanto che ritornai subito all'età di dodici faticosissimi anni.

Nessuna svolta in quel momento nella mia banale esistenza, solo una persona marcata a fuoco nella mia memoria.

Lei.

Il suo dolce profumo che gelosamente conservavo sempre nelle narici, l'immagine dei capelli raccolti disordinatamente e quella sua bellezza prorompente.

Indimenticabile.


Piccola e fragile Leira.

Mi toccai la tempia mentre la macchina correva veloce sulla strada sterrata.

Chissà in quale parte del Mondo aveva vissuto quel gioiello sin'ora.

Non era solo una semplice amicizia.

Quella bimba rappresentava molto di più per me e quando fui trascinato nell'ambiente in cui ora mi muovevo con grazia, mi mancò.

Più dei miei genitori.

Più dei miei parenti.

Più delle mie abitudini, di casa mia, dei miei minitornei.

Più di tutti.

Tornare nel mio antiquato vicolo e non saper dove trovarla mi lasciava dentro una lacuna immonda.

Avrei potuto domandare semplicemente qualche subdola informazione alla madre ma il mio orgoglio maschilista mi impediva di farlo dopo il nostro addio furibondo.

Scendendo dal mezzo osservai le piastrelle scarlatte consumate dai troppi piedi.

Un flash grigio mi rese impotente.

Quel suo sguardo basso e lucido mentre annunciavo la mia partenza.

Troppo imbranato, troppo giovane ed inesperto per capire il vero significato del sentimento che ci legava.

Le sue grida irraconde che avevo compreso solo dopo lunghi mesi via dal posto tanto odiato ed amato.

Mi scossi udendo gli incitamenti della folla intorno a me.

La donna che mi aveva cresciuto mi strinse la vita provocandomi un colpo di tosse divertito dall'inaudita forza con cui aveva compiuto quel gesto di puro affetto.

Passai l'ora seguente a firmare autografi e far foto con gente che mi rimproverava spesso quand'ero un fanciullo.

Sinché: -Amore mio-

esordì qualcuno dietro di me.

Mi voltai carico di gioia ed illusione.

-Ciao Carmen-

borbottai con scarso entusiasmo.

-Non sei contento della sorpresa? Sono venuta apposta per te! Ripartirò però tra soli due giorni-

replicò,

-Già un vero peccato-

annuii poco convinto,

-Lo sai tesoruccio, il lavoro è lavoro-

sbuffai,

-Lo sò sin troppo bene-

mugnai lanciandomi sul divano blu marino.

Staccai l'audio allorché dalla sua espressione capii che aveva appena iniziato a lamentarsi della sua straziante carriera di editrice.

I miei nervi sarebbero esplosi in breve, lo avvertivo, sentivo il mio corpo pulsare rabbioso, dovevo smettere di fingere, almeno con lei.
Recuerda Y Amame Sin Saber Mi Nombre [2°] testo di Lluvia Agria
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