Erano le 18.40 di un martedì di inizio settembre, il sole cominciava a indebolirsi, qualche runner correva approfittando della tregua del caldo, i bambini giocavano spensierati e il ragazzo sul balcone, invidioso, li osservava. Avrebbe pagato per tornare a quell’età: nessuna responsabilità, nessuna pressione, nessuno da deludere. Aveva sempre pensato che la vita sarebbe stata facile da affrontare, aveva sempre avuto una insolita tranquillità relativa al suo futuro, avrebbe fatto ciò che voleva, sarebbe stato pagato per ciò che gli piaceva fare e avrebbe trascorso i suoi anni con la persona che amava, condividendo con lei una vita ricca di cose interessanti. Quello che non sapeva, fino a poco tempo prima, è che le scelte che si fanno a 18, 19, 20 anni influiscono sul resto della propria vita e che spesso possono intrappolarti in un mondo che a 26 anni non riconosci come tuo perché pensi che sia troppo tardi per rimediare o per ricominciare.
Quel ragazzo era pieno di ambizione e aspettative per il futuro a 20 anni, vuoto e senza futuro soltanto pochi anni dopo. Ha combinato ben poco: non ha sfondato nel mondo del calcio, ha sostenuto pochissimi esami all’università in 7 anni e non tocca seriamente questo discorso con nessuno. C’è uno strano silenzio che circonda questa situazione, come se non parlarne mettesse a tacere le sue preoccupazioni o, addirittura, il problema stesso. La rabbia si trasforma in delusione e la delusione si evolve di nuovo in rabbia, è una sensazione difficile da descrivere, vede persone meno capaci di lui raggiungere obiettivi e prendere il volo, mentre affonda nelle sabbie mobili della mediocrità e degli stenti.
Incertezza sul suo futuro, autostima in bilico, non vede via d’uscita.
Prigione invisibile testo di Pier94