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Mi dico grazie per l’ora di veglia,
mentre il mondo correva via lesto,
dietro sorrisi di gesso e di fango
celando un mare che esplode nel gesto.
Ho imparato l’abbraccio alla carne,
quando la notte si fa più profonda,
e il cuore vibra di corde tese:
un’ancora scesa in un’oscura onda.
Ho raccolto i frammenti dei giorni,
scaglie di luce d’un cielo perduto,
stringendo nel pugno i miei resti
perché il buio non resti muto.
Onoro il coraggio del passo,
su strade di vetro e di sale,
mentre la calma prepara l’aurora
dentro un inverno che ancora mi assale.
Sia lode alla fossa e al dirupo,
al solco che scava la terra e il pensiero,
ai sogni rimasti come lanterne accese
nel buio del mio sentiero.
Ho aperto le crepe nel muro,
come il vento che squarcia le nubi,
e vedo la luce filtrare sicura
oltre l’inganno dei vecchi dubbi.
Anche le parti più stanche di me
meritano il tempo di una carezza,
perché in questo viaggio interrotto
io sono il porto della mia ebbrezza.
Mi ringrazio per l’unghia e per l’osso,
per aver scelto di non darmi pace:
ora il mio cielo è un abisso commosso,
io sono il fuoco, e io la sua brace.