Strade
L’autobus è in ritardo, la notte è di un freddo asciutto. La scritta rossa di una farmacia in fondo segna cinque o sei gradi. A tratti sento una scossa salirmi dalla base della spina dorsale, lungo le spalle e poi giù, fino alle dita. La strada si è già addormentata, un quartiere di uffici, banche e agenzie interinali. Anche a volerlo, sarebbe inutile cercare un café aperto.
Dall’altro lato della strada, un’auto chiara accosta, una volvo metallizzata. I fanali lampeggiano per un po’. Qualcuno da dentro guarda nella mia direzione, mi sento fissare, e resto ferma lì. La macchina aspetta. Qualcuno che mi ha scambiata per qualcun altro. Nel frattempo, l’autobus non arriva, non si sente nemmeno in lontananza. Dura una frazione di secondi il dubbio che mi attraversa la strada. Così vado, butto a mente il numero dell’auto, e salgo. So che c’è un rischio, e so che cosa faccio. So cosa devo dire. Dove? Da qualche parte, non lontano dal centro, vicino al parco, che chiude alle otto. O in una stanza, ma forse è chiedere troppo. Quanto? Settanta. Per quanto? Fino all’ultimo autobus, non voglio che mi riaccompagni. Spero non sia vecchio, spero che non sia un pervertito.
Quando salgo, sono a mio agio. L’uomo sembra distinto, non saprei che età dargli, forse sui cinquantacinque. Ha gli occhi segnati, di taglio allungato, chiari. Mi parla solo per dirmi il suo nome e per chiedermi quello che deve chiedere. Ha una voce profonda, che non assoceresti al suo fisico stretto, esile. Con mia sorpresa, mi porta all’hotel vicino alla stazione. Mi intravedo allo specchio dell’entrata, la minigonna, il cappotto leggero. Dimostro meno di ventisei anni, e non c’è niente in me che sembri veramente in ordine. Mi ha presa per qualcun altro. Oppure no.
Nella camera, mi spoglia e mi chiede di spogliarlo. Non mi fido del mio istinto, vorrei essere aggressiva, ma da come mi tocca, capisco che è uno che una donna fissa ce l’ha, che è abituato a fare l’amore, regolarmente, che non cerca qualcosa di diverso, ma solo qualcuno. Mentre è in me per un attimo ho la sensazione che stia piangendo, o forse sono io. Non parliamo, quasi non ci guardiamo. Quando sta per venire, fingo, cerco di mettercela tutta. Poi, lo tengo stretto, anche se la cosa non sembra importargli. E’ stato assente per tutta l’ora, o meno, che siamo rimasti chiusi qui. Mentre si rimette i vestiti, con cura, lisciando pantaloni e gilet, guarda fuori. Si volta verso me solo quando mi rivesto, sempre zitto, e mi ridiscende sul letto, mi fa spogliare di nuovo. Lo facciamo ancora ma adesso fa male, perché l’agitazione di un’ora fa è passata. Lo sento nervoso, cerca di scuotermi. Le sue dita mi corrono lungo la schiena, affondano sotto le scapole, mi stringono come se mi afferrassero. Lo stringo a mia volta. Nei pochi momenti in cui incrocio i suoi occhi, non ci leggo il minimo piacere. Quando entra, mi stringe i polsi. Muovendosi guarda continuamente giù, stringe più forte, finché è finita.
Quando mi riaccompagna mi chiede se mi rincontrerà. Gli dico che non sono della zona, e che non lo faccio spesso. Non so se e cosa intuisca della situazione, ma mi lascia dicendomi che ritenterà di ritrovare questa strada. So che non lo rivedrò, né lui né altri, un po’ per il rischio, un po’ perché non ne avrò bisogno, spero.
Non vorrei stare sull’autobus ora, ma a casa, tranquilla. Anche se non mi sento troppo bene, so che passerà. Non ci ho perso nulla, perché questo corpo non ha senso per me. Non è stato peggio che farlo con chi amavo, e non diventerà peggio domani. Non vale nulla dei momenti che altri hanno cancellato, dalla loro vita, dalla pelle. E ci ho guadagnato soldi, tempo. Questi soldi fanno comodo. Sono una settimana di chiamate al call-center, due giorni al ristorante, un giorno e mezzo di segreteria. Potrò comprarci della musica, un regalo, la maglia che ho visto per Chiara, un libro. Una volta non avrei ragionato così, ma le cose cambiano, o le persone cambiano le cose.
Sono le undici e mezza, l’autobus corre veloce, ma il cigolio in sottofondo e il calore del sedile sopra la ruota mi annebbiano, e faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Tra non molto dovrò scendere. Mi torna in mente lo sguardo di quell’uomo, vorrei assorbirlo solo per un po’, solo per ricominciare. Eppoi vorrei dormire, vorrei addormentarmi davvero, sulle cose che succedono, perché queste sono cose che succedono, cose che si dimenticano.
strade testo di sinn