LA CHIROMANZIA NON E' UN'ARTE DA BUTTAR VIA

scritto da maramari
Scritto 17 anni fa • Pubblicato 17 anni fa • Revisionato 17 anni fa
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Autore del testo maramari

Testo: LA CHIROMANZIA NON E' UN'ARTE DA BUTTAR VIA
di maramari

LA CHIROMANZIA NON E' UN'ARTE DA BUTTAR VIA

Padre Latillo si avviò con passo strascicato verso il confessionale.
Aveva dormito poco quella notte, perché tormentato da un riacutizzarsi dei suoi dolori reumatici.
Si guardò intorno: le solite poche donnette vestite di nero. Si sarebbe sbrigato presto.
Aveva appena socchiuso lo sportello della grata che una voce flebile ed incerta chiese: “mi confessa, padre?”
“Nel nome del padre del figliolo e dello spirito santo”.
“Ho molto peccato…”
“Si faccia coraggio e dica….”
“E’ proprio il coraggio che mi manca!......”
“Dopo si sentirà meglio, vedrà…”
“Ebbene….ho rubato!”
“Quanti anni hai figliola?”
“Ventitre”
“Che cosa hai rubato? Soffre di una forma di cleptomania?” Suggerì.
“No fu circa una settimana fa, dopo che uscii dal chiromante, che mi prese la smania.
Vi andai con un’amica: fiduciose entrambe perché descrittoci come una persona seria e perspicace. Chiesi se nelle linee della mia mano fosse previsto il matrimonio.”
“ Si” mi rispose.
“Però dovrà lottare non poco. C’è una donna che farà del tutto per portarle via l’uomo predestinatole. E quel che è peggio, ci sono i venti sfavorevoli”.
“Non si potrebbe fare niente per fugarli?” chiesi io, credula ed allarmata.
“Si, tramite pratiche speciali, versando una piccola somma, si riuscirebbero a sconfiggere tutte le contrarietà”.

“Mi segue, padre?”
“Si certo” fece lui e lo sentii muoversi dietro la grata. “Ma come si fa ancora a credere a questi cialtroni disonesti? Seguiti la sua confessione……..”
“Me ne andai con la promessa che gli avrei portato il danaro.
Ormai c’ero dentro fino al collo.
Ero convinta che non mi sarei sposata se non avessi portato all’indovino i 100 euro richiesti. L’idea di rimanere zitella mi atterriva.
Per due notti non chiusi occhio. Chiesta la somma ai miei e saputone il destinatario mi avevano riso in faccia. Come fare per averla?
Fu in un negozio che mi si presentò l’occasione, forse il diavolo ci aveva messo lo zampino….”
“Non si prolunghi troppo, figliola!”
“Ebbene padre, quando ad una signora, alle prese del suo bambino cadde il suo
borsellino, io di proposito misi il piede sopra, impadronendomene immediatamente.
Con l’animo in tumulto mi allontanai. Pensai che forse il contenuto di quel borsellino avrebbe risolto il mio problema. Lo sentivo, infatti, al tatto panciuto.
Aspettai di essere molto lontana per aprirlo.Guardai cupidamente il denaro, contai i biglietti: erano cinque carte da 20 euro. Incredula, li contai ancora: si, esattamente 100 euro. Era la somma che mi occorreva. Presi il tram in breve fui dal chiromante, che afferrò con mani avide quanto gli offrivo”.
“Povera figliola! Certo non era perfettamente in sé quando ha agito! Il signore, nella sua misericorsia, la perdonerà…. Dica pure per un mese tre pater noster ogni giorno”.
“Ma…padre, non è questo che voglio da lei!”
“Non vuoi l’assoluzione?” chiese padre Latillo incredulo.
“ No. E’ che i rimorsi non mi danno tregua e che non riacquisterò la pace, finchè non avrò restituito il danaro”.
“Ciò depone a suo favore, figliola ma….lo ha il denaro?”

“No”.
“E allora?”
“Sono venuta a chiederlo a lei”.
“Mi scusi..è sicura di non stare poco bene?”
“Sicurissima, padre. Sono venuta da lei spinta da un particolare stato d’animo. La conosco attraverso le sue prediche domenicali. E’ indulgente, ricco di umanità e generosità. Sono certa che non mi dirà di no”.
“Non ha fatto i conti con la mia tasca”
“Via..avrà pure delle economie! La consideri un’opera di bene”.
“Mi dispiace deluderla figliola. Ma i soldi non li hò. La saluto”.
E con una mossa decisa chiuse lo sportellino.
A testa bassa, delusa, presi la via di casa.
Man mano che il tempo passava, il mio senso di colpa si ingigantiva. Avevo conservato la carta di identità della signora. Volevo restituirgliela insieme con il denaro. Ma come? L’indomani mi avviai ancora verso la chiesa. Qualcosa di imponderabile mi spingeva lì.
E fui di nuovo nel confessionale.
“Nel nome del padre del figliolo e dello spirito santo…..”
“Sono ancora io, padre…”
“Che vuole?”
“Il suo aiuto”.
“Mi pare di averle risposto esaurientemente ieri. Denaro non ne posseggo”.
“E allora deve farmi un altro piacere”.
“Quale?”
“Accompagnarmi dal chiromante. Forse riuscirà a farsi restituire la somma”.
Padre Latillo stette in silenzio un attimo, poi sospirando:”possiamo tentare…”
“Oggi alle cinque sarò qui. Va bene per lei, padre?” feci euforica.

“Va bene, figliola”
Alle cinque e mezza eravamo davanti alla porta del chiromante.
L’uomo con la barba ed i capelli brizzolati mi riconobbe subito.
“Mi fa piacere che al mondo ci siano ancora delle persone oneste. Si accomodino pure! Mi ha portato il denaro, signorina? Quando si è accorta di avermi consegnato i biglietti falsi?” e con mossa rapida tirò fuori dal cassetto della scrivania 5 fogli da 20 euro, e me li porse.
“Io rimasi di stucco incapace di raccapezzarmi e di pronunciare sillaba. Guardai padre Latillo. Sembrava una figura anacronistica in quell’ambiente.
Una strana palla di vetro, una gabbia di canarini ed un gatto acciambellato su una poltrona ne costituivono l’arredamento.
“Noi eravamo venuti con il preciso scopo di farci restituire il denaro” fece. “Ora però che abbiamo appreso che erano biglietti falsi, chiediamo scusa e ce ne andiamo.”
“Come, come?” fece l’indovino “Non vorreste pagare la mia prestazione?”
“La sua prestazione non è stata altro che un tentativo di estorsione” ribattè pronto il prete.
“Benchè vesta l’abito talare, la prego di moderare i termini. Il mio è un onesto lavoro. Nessuno ha obbligato la signorina a venire qui. Una volta venuta, deve pagare…” quasi gridò con gli occhi lampeggianti.
Don Latillo comprese che non c’era niente da fare con quell’omaccione. Bisognava sborsare, se non si voleva incorrere in qualche dispiacere. Tirò fuori il portafoglio e lentamente gli consegnò i cento euro.
Erano destinati ai bambini della Biolorussia. Mestamente si avviò fuori, seguito da me grata, mortificata.
Intanto l’indovino tra se e sé faceva i conti: “100 più 100 fanno 200. Non sono poi tanto pochi per una prestazione di un quarto d’ora!” e sorrise soddisfatto.

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