La osservavo nella sua stanza priva di luce, rannicchiata sotto un mucchio amorfo di coperte: tremava trattenendo nella mano sinistra la coperta che faceva aderire alla guancia, e nell’altra un fazzoletto ormai impregnato di umide lacrime.
Avvertiva freddo, quel gelo che sulla mia pelle ormai non era più in grado di suscitare un brivido o un lieve soffio di emozione; non nego che a lungo quella presenza mi aveva turbata, costringendo anche me a nascondermi sotto quel mucchio stringendo in mano un fazzoletto.
E non nego che tante volte mi sia dovuta alzare ripetutamente dal letto per sostituirlo, dato che aveva assorbito tutte le mie angosce e materializzato le mie paure.
Per me era un rituale, un ordinario gioco: nella mia mente, l’oggetto da eliminare veniva catturato nel fazzoletto, per farlo espromere bastava gettarlo nell’immondizia.
Era l’unico modo per iniettarmi una dose di coraggio e per farmi sentire forte: era il mio sporco gioco virtuale, nel quale il vincitore gettava le paure in un serbatoio così rozzo, impuro e grezzo, un posto degno delle cose spregevoli. E per me, quella figura doveva essere allontanata e collocata proprio lì.
Era un metodo alternativo alla solita “pacca sulla spalla”: ormai ero entrata in questo circolo vizioso, e le parole confortanti non facevano altro che alimentare le mie stesse paure e la mia insoddisfazione; le parole che mi venivano dette per farmi uscire da quel nascondiglio, non facevano altro che aumentare la mia fragilità.
“Perché prima o poi” - mi ripetevo - “qualcuno passerà e se lo porterà via”. Lontano.
Ogni volta che uscivo da casa per buttare il sacco dello sporco nella pattumiera, mi alleggerivo delle mie paure. A pensarci bene, le mie paure erano tante.
Riprendevo così la mia vita e giocavo beatamente facendo coincidere la dedizione allo studio con il gioco, e le lacrime che avevano rigato il volto non erano altro che un lontano ricordo.
Solo alla sera mi ritornavano in mente: era il mio appuntamento con lo spazzino.
Mi affacciavo alla finestra, e anche se a quell’ora della notte dalle finestre dei vicini non filtrava alcuna luce, mi preoccupavo sempre di gettare uno sguardo all’interno delle case, per verificare che nessuno si accorgesse del mio rituale.
Sentivo il rumore del camion della spazzatura, e anche se non potevo vederlo in quanto un albero mi impediva la visuale, ero sicura che la procedura venisse rispettata; poi lo vedevo passare davanti alla finestra, carico di tutte le schifezze, e mi recavo a dormire. Felice.
Un tempo, il sol sentire la sua voce produceva uno stalattite la cui punta andava a conficcarsi nel mio petto. La sua voce, il sol nominare il suo nome, la sua presenza, l’idea che questa presenza esistesse, creava in me uno stato di confusione e di disperazione. Ero angosciata, e la sua immagine non riuscivo a rimuoverla dai miei pensieri. Non era qui, vicino a me, e anche se l’avrò vista due o tre volte al massimo, l’immagine era sempre così nitida e presente. Avevo una perfetta immagine nei miei occhi.
E poi mi chiedono perché mi arrabbio così facilmente se non ricordo un particolare di una persona che incontro quasi tutti i giorni: ma perdinci! Saprei a menadito riprodurre ogni particolare di quella presenza che ho incontrato così poche volte!
La pensavo come una sorta di maledizione. “Ballata del vecchio marinaio” vi dice niente? Ricordate forse gli occhi di quei marinai in cui rimase impressa la terribile maledizione che subirono?
In quei momenti, soltanto le lacrime riuscivano a limare i contorni della presenza che si era cristallizzata nei miei occhi.
Le lacrime, purificatrici, facevano colare quell’immagine, e questa, si materializzava perfettamente su quel fazzoletto che buttai nella spazzatura.
A volte basta solo grattare in superficie, altre bisogna ricorrere a metodi speciali per eliminare macchie o residui di sporco che si accumulano sulla superfici.
Insomma, per me quella figura era qualcosa di sporco, qualcosa che rompeva l’armonia, che non faceva risaltare la bellezza del mio spirito, qualcosa che ostruiva la mia tranquillità.
Non fu facile, ma l’incessante scorrere delle lacrime deteriorò l’immagine che da nitida divenne confusa, informe, fino a diventare leggera. SPORCO.
I pensieri in cui ero imprigionata vennero smantellati.
Osservai più attentamente quella donna che si nascondeva sotto le lenzuola.
Piangeva, era disperata. Disperata perché aveva conosciuto una donna, un’abile sarta, ostinata nel rammendo di stoffe ormai troppo consumate: ogni volta prendeva ago e filo, e cercava di rimettere insieme i frammenti dei ricordi che ormai non le appartenevano più, e che ormai erano bruciacchiati, così fragili che soltanto a toccarli si spolverizzavano.
Erano cenere, come quei cilindretti grigi che rimangono nel posacenere una volta che si è consumata la sigaretta: basta un dito per schiacciarli.
Ma quell’ago, era la stessa stalattite che perforava il mio petto. La riconoscevo.
Ogni volta che questa oscura presenza si intrometteva e congiungeva due pezzi di tessuto, non si accorgeva che a rafforzarsi non era la tela del rapporto, ma quella persona che tempo prima si nascondeva sotto le coperte con il suo umido fazzoletto.
Così come accadde a me, così scoprii successivamente che fu per la ragazza che osservai.
Chi ci considerava delicati petali da schiacciare con le dita, si deve ricredere.
Quando osserviamo i vostri passi, i vostri gesti, le vostre parole, la vostra presenza mascherata, le vostre dita che cercano di avvicinarsi, beh.. ci accorgiamo che non ci tangono più. Gli aghi che usate non ci sfiorano, la nostra pelle è ormai diventata uno scudo. È la consapevolezza che le cose rotte in passato, non torneranno più come prima. È la consapevolezza che chi ha fatto parte del passato, non può pretendere di ricostruire la tela pungendo le persone che sono parte del presente, e con la prepotenza pensare di riprendersi quel posto.. quel posto che non c’è più per loro.
E fa ridere. Tutto ciò è stupido, e fa ridere. Quella presenza non provoca più emozioni. È pattume.
Ho respirato la sua voce fredda, anche ora la respiro, la trattengo qualche secondo in bocca per riscaldarla, e poi la faccio scivolare via, là, nel mondo esterno, là, dove a lungo ho gettato spazzatura. Là, accumulata in quel mondo, in quel mondo che non c’è.
Non so dove siano andate a finire tutte le nostre lacrime, ma a distanza di tempo mi piace ancora pensare così: mi piace stare sveglia fino a tarda notte, correre alla finestra e sentire il camion che porta via con se lo sporco fardello.
E mi piace pensarla così: che vanno a finire in quel posto che non c’è.
A volte le persone credono che basti un gesto per ferirci, ma non capiscono invece che ci feriscono dal momento in cui prendono in mano un ago. È assurdo, ma dà molto più dolore la puntura dell’ago che la trama che loro stessi possono tessere. Perché mentre la loro trama è talmente debole da non resistere “al primo lavaggio”, per uno squarcio nel petto non è facile trovare una brava sarta capace di ricucirlo.
Da nitido a sporco testo di Irene