L’orizzonte

scritto da Astor Davas
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Primo capitolo
- Nota dell'autore Astor Davas

Testo: L’orizzonte
di Astor Davas

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“Dove sei padre?” Chiese Vincent, nel buio della sua stanza. “Padre...” la voce esitava e il difetto di pronuncia, che lo aveva caratterizzato sin da piccolo, si fece evidente. “Vieni!” La r moscia, le mani tremanti, i fremiti dell’intero corpo: Vincent era terrorizzato. Suo padre gli aveva promesso che sarebbe venuto quella sera, a fargli visita, ma erano passate due ore dall’ora stabilita e l’uomo non accennava ad arrivare. Il ragazzo si alzò dal letto, girò la testa verso la sua libreria dove erano riposti accuratamente dei libri di analisi critica della letteratura moderna. Queste erano la grandi passioni del giovane, la poesia e la prosa. Sorrise per farsi coraggio, e con la mano ancora instabile, accese la luce. Tirò un sospiro profondo e prese in mano l’ultimo tomo comprato, l’analisi di I fiori del male di Baudelaire, e iniziò a leggerlo da un punto casuale.

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Charlotte sorrideva ma i suoi occhi erano freddi. Si sentiva incatenata in quel ruolo che non l’apparteneva. Lei, spirito ribelle e libero, ora era diventata una moglie modello, di quelle che sostengono il marito in tutto, senza opporsi mai. Non che lei lo volesse, ma i suoi genitori erano stati chiari al riguardo “Rifiuta anche lui e ti disconosciamo”; e quindi, eccola lì a parlare con gli ospiti della festa, con un sorriso evidentemente falso e dei modi molto affabili. Il suo più grande rimpianto era aver rinunciato alla possibilità di scappare quando ne aveva avuto l’occasione. A quel tempo era giovane, troppo giovane per capire, e rifiutò di fuggire, non comprendendo l’amore di quell’artista squattrinato. Era elegantissima e leggiadra, e il suo vestito era adornato da delle splendide fantasie colorate che trasmettevano allegria. I suoi occhi lampeggiarono di frustazione per un secondo, poi ritornò alla maschera che tanto piaceva al marito e ai suoi colleghi.

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Alexander era un artista riconosciuto in tutti i club e i circoli della città. Aveva partecipato a varie, e importanti, mostre che l’avevano reso simbolo di quella che viene definita Pop Art. L’uomo, dalla barba bruna ben tenuta, vestiva spesso con colori sgargianti e tinte decise. E quel giorno, al ricevimento, a cui era venuto mal volentieri, non aveva fatto eccezione. Vestiva un completo verde fosforescente, molto appariscente, che lo faceva apparire più simile ad un clown che ad un artista di fama internazionale. Camminava nervosamente, avanti e indietro, per la sala incrociando saluti, battute e occhiate lascive a tutte le presenti. Era infatti noto, anche, come un grande playboy, di quelli che passano la vita a conquistare donne, senza avere la minima voglia di trovarsi una moglie. Eppure aveva oramai quarant’anni e questo stile di vita iniziava a pesargli. Guardò una ragazza, accennando un sorrisetto, e si girò. Si fermò immediatamente, e si lasciò scivolare il bicchiere dalle mani. Lei era lì.
L’orizzonte testo di Astor Davas
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