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Le obbedienze
Prima parte
Alle Stelline ci alzavamo prima dell'alba. Il giorno che ne uscii mi alzai prima dell'alba lo stesso, piegai la coperta come ci avevano insegnato, in tre e poi in due, con il bordo verso la porta, e non c'era nessuno a controllare. Le altre dormivano. Il mio letto era già di un'altra.
Il Delegato ci riceveva nel suo ufficio, al primo piano, una alla volta, il giorno dei diciotto anni. Di quell'ufficio sapevamo tutto senza esserci mai entrate: la scrivania con il panno verde, il ritratto del re, la penna che lui teneva in mano anche quando non scriveva. Era tutto come dicevano.
«Si sieda, Colombo.»
Mi sedetti. Mi disse che le maestre parlavano bene di me, che avevo finito il corso di contabilità con buoni voti, che la mia calligrafia era tra le migliori dell'anno. Poi aprì un cassetto e mise sul panno verde un libretto della Cassa di Risparmio.
«La dote» disse. «La tenga da conto. È per il suo avvenire.»
Poi mise accanto al libretto due fogli.
«Per il collocamento abbiamo due possibilità. Uno studio commerciale in via Torino cerca una ragazza per la corrispondenza e i registri. La paga è modesta, all'inizio, e dovrà trovarsi un alloggio. Oppure il Pio Albergo Trivulzio cerca inservienti per il reparto femminile. Lì c'è il vitto e l'alloggio.» Fece una pausa. «Ha una settimana per decidere.»
Guardai i due fogli. Sapevo quale volevo. Lo sapevamo tutte, quelle del corso di contabilità: era per quello che avevamo fatto tre anni di registri e di partita doppia, la sera, dopo il laboratorio, e due di francese con la signora Grampelli, che ci faceva leggere le lettere commerciali ad alta voce. Monsieur, nous avons l'honneur de vous informer. Era per quello.
Allungai la mano verso il primo foglio. Il Delegato ne tirò fuori un terzo dal fascicolo, più piccolo, e lo posò sopra gli altri.
«C'è anche questo» disse. «Sua madre risulta a questo recapito. Ce l'ha comunicato lei stessa, qualche anno fa. Abbiamo ritenuto opportuno attendere la sua uscita.»
San Gottardo, Vedana, provincia di Belluno.
Erano sei anni che non vedevo mia madre.
*
Mi aveva lasciata alle Stelline l'anno dopo la morte di mio padre, e per un po' era venuta alle visite. La terza domenica. Sedeva dall'altra parte del tavolo del parlatorio con le mani in grembo, e non potevamo toccarci, perché il regolamento non voleva. Poi le terze domeniche erano diventate meno, e poi più niente. Le suore dicevano: «Avrà le sue ragioni.» Le compagne dicevano: «Si è risposata.» Io dicevo che era malata. Dopo un anno smisi di dire qualcosa.
Belluno era un nome sulla carta d'Italia appesa nell'aula di geografia. Un punto in alto, dove cominciavano le montagne.
Il Delegato mi diede il permesso di partire. Mi diede anche un biglietto per il treno, pagato dall'istituto, perché dovevamo essere accompagnate fino al collocamento e lui non poteva accompagnarmi, e il biglietto era il modo in cui l'istituto mi accompagnava.
*
Non ero mai salita su un treno.
Alla stazione Centrale c'era più gente di quanta ne avessi vista in tutta la mia vita. Mi misi in un angolo con il fagotto stretto e lessi tre volte il biglietto, per essere sicura di aver capito. Una signora con un cesto al braccio si fermò davanti a me.
«Tosa, te seet de per ti? Indoe te vet?»
Le risposi in italiano che sì, ero sola, e che andavo a Belluno. Lei mi guardò come si guarda una che fa la preziosa, e se ne andò.
Il treno attraversò la pianura per tutta la mattina. Campi, filari, cascine, campanili. A Padova si cambiava, e a Padova mi persi, e un ferroviere mi riportò al binario giusto tenendomi per il gomito, come una bambina. Poi la pianura finì. Le montagne vennero avanti piano, prima azzurre e lontane, poi grigie, poi così vicine che dal finestrino non se ne vedeva la cima. Il treno si infilava tra loro e loro lo lasciavano passare.
Quando scesi era quasi buio. Era una stazione piccola, con un solo lampione e un uomo con un carretto. Gli mostrai il foglio. Lui lo lesse muovendo le labbra e disse qualcosa che non capii. Poi indicò il carretto.
Arrivammo a San Gottardo che era notte. Era una fila di case basse sotto un monte, e in alto, sopra le case, una lunga linea di muro bianco nel buio.
«La Certosa» disse l'uomo del carretto. Questo lo capii.
*
Mia madre aprì la porta con una lucerna in mano.
Non la riconobbi. Lo dico perché è vero. Era più piccola di come la ricordavo, e più vecchia di quanto potesse essere. Aveva un fazzoletto in testa e le mani rosse e gonfie fino ai polsi.
Lei invece mi riconobbe subito.
«Fia mia» disse.
Poi disse altre cose, molte, in una lingua che era la sua e che io non conoscevo. Non era il milanese. Era più morbida, più cantata. Capivo una parola ogni tanto, e da quelle parole capivo il resto. Io le risposi in italiano. Le dissi buonasera, mamma, e che stavo bene, e che il viaggio era andato bene. Lei mi guardò parlare, e per un momento sulla sua faccia passò qualcosa, come quando si sente una persona leggere ad alta voce una lettera che non è per te.
La casa era di suo cugino Bortolo, che aveva una moglie e quattro figli e una stalla con due vacche. Mia madre dormiva in una stanza sopra la stalla, dove d'inverno saliva il caldo delle bestie. Quella notte ci dormimmo in due, nello stesso letto. Non avevo mai dormito con nessuno. Lei si addormentò subito. Io no.
*
La mattina la trovai al lavatoio, in fondo al paese, dove l'acqua del torrente passava in una vasca di pietra. Lavava lenzuola bianche. Erano tante, e tutte uguali, e lei le sbatteva sulla pietra una per una e le risciacquava nell'acqua che veniva dalla montagna, così fredda che a metterci un dito faceva male.
«Della Certosa» disse, indicando in alto con il mento.
Lavava per i monaci da tre anni. La pagavano a pezzo. D'inverno l'acqua gelava sul bordo della vasca e lei rompeva il ghiaccio con il pugno.
Mi misi accanto a lei e lavai anch'io. Lo sapevo fare. Alle Stelline lo avevamo fatto per anni, la biancheria delle maestre, quella delle orfane, quella dell'infermeria. Lavorammo in silenzio fino a mezzogiorno. Fu la cosa più vicina a una conversazione che avemmo in quei giorni.
Fu il secondo giorno, la sera, nella stanza sopra la stalla, che me lo chiese. Non me lo chiese subito. Prima mi parlò di Bortolo, che era buono ma aveva quattro figli, e della moglie di Bortolo, che non la voleva in casa. Mi parlò dell'inverno, e delle mani. Poi si fermò.
«Ti, adess, te ghe un laor» disse. Questo lo capii.
Sì, dissi. Adesso ho un lavoro.
Tirai fuori dal fagotto il libretto della Cassa di Risparmio e glielo misi in mano. Lei lo guardò senza aprirlo. Non sapeva leggere. Glielo lessi io: il mio nome, la cifra, il timbro.
«La dote» dissi. «È per il mio avvenire.»
Lei chiuse le dita sul libretto. Non disse grazie. Pianse, invece, senza rumore, come piangevano certe orfane la notte, perché le suore non sentissero. Io guardai il soffitto, dove le travi erano nere di fumo, e aspettai che finisse.
Più tardi, al buio, mia madre parlò. Parlò verso il soffitto, non verso di me, e io capii più di quanto avessi capito in tutto il giorno, perché parlava piano e diceva le cose una volta sola.
Quando mio padre era morto, disse, c'erano i debiti del fabbro, e il padrone di casa, e l'inverno. Lei aveva preso a lavare per le famiglie di corso Magenta, sul Naviglio, con le mani nell'acqua dalla mattina alla sera. Poi si era ammalata. Aveva scritto a Bortolo, che era l'unico parente che le restava, e Bortolo aveva risposto che una bocca in più la poteva prendere. Una. Non due.
«Alle Stelline te magnave» disse. «Te imparave a lesar. Qua no.»
Le visite le aveva diradate per via del treno. Un biglietto per Milano costava un mese di lenzuola. Poi un inverno era stata male di nuovo, e quando era guarita era passato troppo tempo, e non sapeva più come presentarsi.
Poi parlò d'altro, come se fosse la stessa cosa. Di sua madre, che era stata a letto sei anni e lei l'aveva accudita fino alla fine, e per questo si era sposata tardi. Di mio padre, che tornava dalla bottega nero di fuliggine e voleva l'acqua calda pronta e la minestra in tavola, e lei gliele faceva trovare, sempre, anche il giorno che ero nata io. Dei monaci, che non sapevano il suo nome.
«Mi go sempre laorà par i altri» disse. Non si lamentava. Lo diceva come si dice che fuori piove.
Io stavo zitta. Pensavo che quella vita, raccontata così, una cosa dopo l'altra, era la stessa che alle Stelline ci avevano preparato con tanta cura: la cucina, il rammendo, la stiratura, la dote. Mogli sollecite e brave madri. Ce lo dicevano ogni anno, alla premiazione.
Dopo un poco mia madre si girò verso di me.
«Dime calcossa in milanese» disse. «Come che parlava to pare.»
Sapevo cosa voleva. Le parole le sapevo. Erano quelle di mio padre, le avevo sentite fino ai sette anni, e mi erano rimaste dentro come restano le canzoni. Sarebbe bastata una frase. Bona nott, mamma. Niente di più.
«Buonanotte, mamma» dissi.
Lei restò un momento a guardarmi, nel buio. Poi si girò verso il muro, e non disse più niente.
*
Il giorno dopo era domenica, e mia madre mi portò alla Certosa.
Si saliva per una strada dritta, in mezzo ai prati, fino a un portone. Accanto al portone c'era una chiesa piccola, aperta. Dentro c'era gente del paese, donne con il fazzoletto, qualche uomo, un prete che diceva la messa. Era la chiesa per noi, disse mia madre. Più in là non si andava.
Durante la messa mi accorsi che non pregavo. Dicevo le parole, le dicevo bene, nell'ordine giusto, come le avevamo dette ogni mattina per dieci anni. Ma pensavo ad altro. Pensavo al libretto, che adesso era nella tasca del grembiule di mia madre, e al foglio dello studio di via Torino, che era nel mio fagotto. Alle Stelline nessuna di noi si chiedeva se pregava. Pregavamo.
Dopo la messa mia madre andò a riportare un fagotto di biancheria alla porta del monastero, e io la seguii. C'era una grata, e dietro la grata un vecchio con l'abito bianco, la testa rasata, le mani grosse.
Prese la biancheria e la contò. Poi mi guardò.
«La tosa l'è la sua?» chiese a mia madre. Ma non lo chiese nel suo dialetto. Lo chiese nel mio, quello che io non parlavo. Era milanese. O quasi.
Mia madre disse di sì.
«Mi a sun de Pavia» disse il vecchio, a me. «De la Certosa de Pavia. Me n'hann mandaa via quand seri giovin.»
Gli risposi in italiano. Gli dissi che venivo da Milano, dalle Stelline. Lui sorrise, come si sorride a una bambina che vuole fare la grande, e passò all'italiano anche lui, un italiano lento e pieno di buchi, come una stoffa tenuta troppo nel cassetto.
Mi spiegò, perché glielo chiesi, chi c'era dietro quel muro. I padri, disse. Ognuno nella sua cella, ognuno con il suo orto. Pregano, studiano, tacciono. Non escono. E poi noi, disse, i fratelli. Noi facciamo il pane, tagliamo la legna, curiamo le bestie, portiamo il mangiare alle celle. Noi stiamo qui, alla porta. Noi lavoriamo perché loro possano stare in silenzio.
Ogni lavoro, disse, ha il suo nome. Il forno, la stalla, l'orto, la legna. Il priore li assegna, uno per ciascuno, e li chiamano obbedienze.
«La mia obbedienza l'è la porta» disse, e batté piano la mano sulla grata. «Da quarant'anni.»
«E voi?» gli chiesi. «Voi non state mai in silenzio?»
Lui mi guardò un momento.
«Anca mi gh'hoo la mia cella» disse. «Piscinina. Ma l'è la mia.»
Poi disse, in italiano, piano, come una cosa che si dice di rado: «L'ho scelto io, di servire. È per questo che non mi pesa.»
Mia madre, accanto a me, teneva gli occhi bassi. Lei non l'aveva scelto. Io non sapevo se avevo mai scelto qualcosa.
*
Li vedemmo tornando giù, nel pomeriggio.
Venivano per la strada che scende verso il torrente, a due a due, in fila. Erano una decina, tutti con l'abito bianco e il cappuccio. Camminavano lentamente e non parlavano. Mia madre mi tirò per la manica, mi fece mettere sul bordo della strada e abbassò la testa. Io no. Io li guardai.
«I padri» disse mia madre. «Una volta la settimana escono.»
Mi passarono accanto a due passi. Uno era giovane, con la faccia di un ragazzo. Uno era così vecchio che camminava appoggiandosi a quello accanto. Nessuno di loro guardò verso di noi. Non era superbia. Era come se fossero altrove anche mentre erano lì, sulla strada, sotto il sole di ottobre.
Pensai alle lenzuola nella vasca di pietra. Pensai alle mani di mia madre, al vecchio della grata con la sua biancheria da contare. Nessuno dei padri sapeva come si chiamava la donna che lavava le loro lenzuola. Non era necessario che lo sapessero.
Più in basso, dietro un muro, c'era il cimitero dei monaci. Si vedeva dal cancello. Erano croci di legno piantate nella terra, tutte uguali, e nessuna aveva un nome.
*
Ripartii il martedì.
Mia madre mi accompagnò fino al carretto. Mi sistemò il fazzoletto sulla testa, come si fa con una bambina, e io la lasciai fare. Poi disse una cosa nella sua lingua, lunga, e io capii soltanto la fine.
«Te me scriverà.»
Sì, dissi. Ti scriverò.
Sul treno, quando le montagne tornarono azzurre e lontane, tirai fuori dal fagotto i due fogli del Delegato. Lo studio di via Torino. Il Pio Albergo Trivulzio. Li tenni sulle ginocchia per tutta la pianura. A Padova non mi persi.
Il Delegato mi ricevette il giovedì.
«Ha deciso, Colombo?»
«Il Trivulzio» dissi. «Per via dell'alloggio.»
Lui annuì, e scrisse qualcosa, e non mi chiese altro. Alle Stelline nessuno ci chiedeva perché.
Io il perché lo sapevo. Era la prima cosa che decidevo da sola, e non era per me.
*
Il palazzo di via della Signora aveva un portone alto e un cortile dentro, e il cortile era pieno di vecchi.
Stavano seduti sulle panche lungo i muri, al sole di novembre, con le mani sulle ginocchia o sui bastoni. Gli uomini da una parte, le donne dall'altra. Nessuno parlava. Quando entrai con il fagotto si voltarono tutti insieme, piano, come si voltano i girasoli, e poi tornarono a guardare davanti a sé.
Mi ricevette suor Agnese. Era alta e magra, con la faccia stretta dentro la cuffia, e mi guardò prima il fagotto, poi le mani, poi la faccia.
«Lei è quella delle Stelline.»
Non era una domanda. Mi lesse il regolamento camminando per il corridoio, senza fermarsi, e io lo capii tutto al primo ascolto, perché lo conoscevo già: sveglia, preghiera, lavoro, pasto, lavoro, preghiera, silenzio. Erano le stesse regole con altre parole. Le inservienti dormivano all'ultimo piano, sotto il tetto, in sei per stanza. Il mio letto era accanto alla finestra, e dalla finestra si vedevano i tetti, e in fondo ai tetti la guglia più alta del Duomo.
Sistemai le mie cose nella cassetta ai piedi del letto. Piegai la coperta in tre e poi in due, con il bordo verso la porta. Nessuno me lo aveva chiesto.
*
Le donne mangiavano in un salone al pianterreno che una volta, quando nel palazzo ci abitavano i principi, era stata la scuderia. Si capiva ancora. Il soffitto era a volta, basso, e le finestre erano alte e strette, e sui muri, sotto la calce, si vedevano gli anelli di ferro dove legavano i cavalli. Gli uomini mangiavano nell'altro salone, oltre il cortile. Le due scuderie, le chiamavano.
Il primo giorno servii la minestra. Lo sapevo fare. Alle Stelline avevamo servito per anni, prima alla tavola delle orfane, poi a quella delle maestre, e il paiolo e il mestolo erano gli stessi. Si comincia dal fondo. Non si versa. Non si guarda in faccia.
Ma io le guardai in faccia. Non potei evitarlo. Erano tante, e così vecchie. Alle Stelline le vecchie erano le maestre, e le maestre avevano cinquant'anni. Queste ne avevano settanta, ottanta, e alcune nessuno sapeva quanti. Alcune stavano dritte sulla panca. Altre erano curve sulla scodella come se volessero entrarci. Una piangeva senza far rumore e mangiava lo stesso. Una parlava da sola. Una, quando mi avvicinai, coprì la scodella con la mano e disse:
«Mi la vœuri minga, la tua minestra.»
E poi la mangiò.
*
La Carolina la conobbi il terzo giorno.
Suor Agnese mi chiamò dal fondo del corridoio, ad alta voce, per cognome.
«Colombo!»
Da una sedia vicino alla finestra, l'unica sedia del reparto con un cuscino, una donna alzò la testa. Era piccola, con un colletto di pizzo che nessun'altra portava, e le mani bianche di chi non le ha mai messe nell'acqua fredda. Teneva in grembo un libro di preghiere che non apriva mai.
«Colombo» ripeté. Lo disse forte, per tutte. «Come i fiœu de nissun.»
Qualcuna rise. Io sapevo cosa voleva dire. A Milano lo sapevano tutti: ai bambini lasciati alla ruota dell'ospedale, quelli che non avevano né padre né madre, davano il cognome Colombo, dalla colomba dello stemma. La Carolina voleva dire che ero una di loro. Una trovatella.
Sentii il caldo salirmi in faccia.
«Colombo era mio padre» dissi. «Pietro Colombo. Faceva il fabbro in Porta Vercellina. È morto quando avevo sette anni.»
Lo dissi in italiano, piano. La Carolina fece una smorfia, come se avessi detto una cosa di cattivo gusto.
«Te sentet? La parla come ona sciora» disse alla vicina. «La fiœula de nissun la parla come ona sciora.»
Poi tornò a guardare fuori dalla finestra. Era la sua finestra, e la sua sedia, e nessuno ci si sedeva, nemmeno quando lei era in chiesa.
Salendo le scale fino al tetto, la sera, ci ripensai. Non ero una trovatella. Avevo avuto un padre, con un nome e un mestiere, e una madre che era ancora viva. Ma mia madre mi aveva lasciata lo stesso, alle Stelline, e per sei anni non era venuta. Forse la Carolina diceva quella frase a tutte. A me era arrivata nel punto giusto.
*
Il giovedì era il giorno delle visite, e la signora Giovanna si alzava prima di tutte.
La trovai seduta sul letto alle cinque, con il pettine in mano. Si pettinava i capelli bianchi, radi, lentamente, una ciocca alla volta, e poi li raccoglieva sulla nuca con due forcine. Poi dalla cassetta tirò fuori uno scialle grigio con le frange, piegato in quattro, e se lo mise sulle spalle e lo lisciò con le mani.
«Incœu vegn el mè fiœu» disse.
Aveva tre figli. Uno lavorava in ferrovia. Una era sposata a Lodi. Il terzo non lo nominava.
Dopo pranzo si sedette sulla panca accanto alla porta del parlatorio, e ci rimase. Io andavo e venivo con la biancheria, e lei era sempre lì, dritta, con lo scialle e le mani in grembo. Ogni volta che in corridoio si sentivano dei passi alzava la testa. Poi la abbassava. Passò il garzone del fornaio. Passò il medico. Passarono i parenti di altre, con i cesti, e le salutarono, e lei rispose al saluto.
Alle cinque suonò la campana e il parlatorio chiuse. La signora Giovanna si alzò, piegò lo scialle in quattro e disse, a me, perché c'ero solo io:
«El gh'ha i turni. In ferrovia gh'hann i turni.»
«Certo» dissi.
Poi, invece di andarmene, mi sedetti accanto a lei sulla panca. Non dissi niente, e lei non mi chiese perché mi ero seduta. Stemmo lì finché non suonò la cena.
Quella panca la conoscevo. Alle Stelline ce n'era una uguale, fuori dal parlatorio, e la terza domenica ci sedevamo con la divisa pulita e i capelli tirati. Anche io, per un anno, avevo trovato dei turni a mia madre.
Da quel giovedì, quando finivo il lavoro, andavo a sedermi lì.
*
La Gina teneva un fagotto sotto il letto.
Me lo mostrò una mattina, tirandolo fuori con tutte e due le mani: un fazzoletto grande, annodato ai quattro angoli, e dentro una camicia, un paio di calze, un santino e una spazzola.
«L'è rivada la carrozza?»
Lo chiedeva ogni mattina, a chiunque passasse. Le suore rispondevano: «Non ancora, Gina.» Le altre non la sentivano più. Io non sapevo cosa dire. Non volevo dirle «non ancora», perché sapevo che la carrozza non sarebbe mai arrivata, e non volevo dirle «mai», perché non toccava a me.
Un giorno le chiesi: «Dove deve andare, Gina?»
Lei mi guardò come se nessuno glielo avesse mai chiesto.
«A cà» disse. «In Porta Ticinesa.»
E cominciò a raccontare. Un cortile con una fontanella in mezzo. Una scala di legno che portava al ballatoio. Una vicina che stendeva i panni e cantava. Una pergola che d'estate faceva un'uva nera, piccola e aspra, che non maturava mai abbastanza. Disegnava la scala nell'aria con le mani.
La ascoltai fino alla fine.
«È bella, la sua casa» dissi.
Lei rimise il fagotto sotto il letto, e quella mattina non chiese più della carrozza.
*
La maestra Motta parlava italiano.
Fu la prima cosa che notai di lei, prima ancora della mano. In quel salone dove tutte parlavano milanese, lei diceva «Mi passi il sale, per cortesia», con il congiuntivo al suo posto, e le altre si davano di gomito. Aveva insegnato quarant'anni nelle scuole comunali di Porta Romana. Lo diceva lei, e lo diceva il modo in cui teneva la schiena.
Da qualche mese aveva la mano destra ferma. Un colpo, dicevano le suore. La mano le stava in grembo, aperta, come una cosa dimenticata lì da un'altra persona.
«La Motta la imbocca lei» mi disse suor Agnese il primo giorno, come si dice di un lavoro qualsiasi.
Mi sedetti accanto a lei con la scodella. Riempii il cucchiaio e glielo portai alla bocca. Lei guardò il cucchiaio, poi me. Poi, con la mano sinistra, rovesciò la scodella sulla tavola.
La minestra colò sul legno e gocciolò sul pavimento. Intorno, le vecchie smisero di mangiare.
«Non sono una bambina» disse la maestra. Non alzò la voce. Lo disse come si enuncia una regola.
Pulii la tavola. Pulii per terra. Riportai la scodella in cucina. Quella sera la maestra Motta non mangiò, e io non dissi niente a nessuno.
Il giorno dopo andai in cucina prima di pranzo e chiesi alla cuoca un pezzo di pane. Lo tagliai a pezzi piccoli e li misi in un piatto accanto alla scodella della maestra, con il cucchiaio girato verso la sua mano sinistra. Poi mi sedetti un po' più in là, alla fine della tavola, e guardai altrove.
Ci mise molto. Le cadde un pezzo di pane, poi un altro, e la minestra le colò sul mento. Ma mangiò da sola.
Quando ebbe finito si pulì la bocca con il tovagliolo, tenendolo nella mano buona. Poi disse, senza voltarsi:
«Lei ha studiato.»
Non era una domanda.
«Alle Stelline» dissi. «Il corso di contabilità.»
«E parla italiano.»
«Sì.»
«Bene» disse la maestra Motta. «Allora non sono l'unica.»
*
A fine mese ricevetti il primo salario.
Me lo diede l'economo, in una busta, insieme a un foglio da firmare. Firmai con la mia calligrafia migliore, quella del corso, e l'economo guardò la firma e poi mi guardò.
Il sabato andai all'ufficio postale di via Vittoria. Feci la fila. Riempii il modulo del vaglia: il nome di Bortolo, perché mia madre non sapeva leggere, e l'indirizzo, San Gottardo, Vedana, provincia di Belluno. Sotto, nello spazio per la comunicazione, scrissi: Cara mamma, sto bene. Il lavoro è buono. Ines.
L'impiegato contò i soldi due volte e me ne restituì qualche moneta. Il francobollo, disse.
Uscendo, mi fermai sui gradini dell'ufficio postale. Era sabato, e la strada era piena di gente che andava da qualche parte. Ragazze della mia età, a due a due, a braccetto, che ridevano. Una aveva un cappellino con una piuma. Le guardai passare, con le monete del francobollo strette nel pugno.
Poi tornai in via della Signora, perché alle sei c'era da servire la cena.
*
Le lettere ai figli le scrivevo io.
La signora Giovanna sapeva fare la sua firma e basta, e per anni aveva dettato le lettere a una suora, che le scriveva in fretta e le correggeva a modo suo. A me le dettava in milanese, la sera, sulla panca del parlatorio, e io le scrivevo in italiano. Caro figlio, ti scrivo per dirti che sto bene, grazie a Dio, e spero altrettanto di te e della tua famiglia. Lei voleva sempre aggiungere che il giovedì era libera, che il parlatorio apriva alle due, che si poteva entrare dal portone grande.
Rispondeva soltanto la figlia di Lodi, due volte l'anno, per Natale e per Pasqua. Quattro righe. Le leggevo ad alta voce, e la signora Giovanna me le faceva rileggere, e poi le piegava e le metteva nella cassetta, sotto lo scialle.
Una sera la maestra Motta, che stava sulla panca di fronte, mi chiese di vedere una lettera prima che la spedissi. Gliela portai. La lesse tenendola lontana dagli occhi, con la mano buona.
«Due errori» disse. «Qui ci vuole il congiuntivo. E "altrettanto" non si mette lì.»
Me la restituì. Io la ricopiai. Da quella sera le lettere della signora Giovanna passavano prima da lei. Le correggeva con un lapis rosso che teneva nella tasca del grembiule, un lapis da maestra, consumato fino a metà. A volte ci metteva molto, perché con la sinistra non riusciva a sottolineare dritto. Io aspettavo.
«Lei lo fa per me o per la Giovanna?» le chiesi una volta.
«Per me» disse la maestra. «Lei mi dà da mangiare. Io le correggo le lettere. Così siamo pari.»
Poi aggiunse, senza alzare gli occhi dal foglio:
«Qui dentro ci vogliono tutti pari a zero. Ci danno la minestra e noi dobbiamo dire grazie. Non c'è niente di più umiliante che dire solo grazie.»
*
Il pittore veniva quasi tutti i giorni, d'inverno.
Aveva uno studio al primo piano, in una stanza che gli aveva dato la direzione, e da lì scendeva con il cavalletto e una scatola di colori e si metteva in un angolo del refettorio, o nella sala del lavoro, dove le vecchie facevano la calza vicino alle finestre. Era un uomo di mezza età, con la barba e un cappello che non si toglieva mai. Le suore lo chiamavano il signor Morbelli. Le vecchie lo chiamavano el pitor.
Chiedeva alle vecchie di stare ferme. A volte le pagava con un sigaro, o con una caramella. Le vecchie stavano ferme. Lui dipingeva per ore e non parlava con nessuno.
All'inizio mi dava fastidio. Mi sembrava che rubasse qualcosa. Le vecchie erano lì perché erano povere e sole, e lui le guardava come si guarda un paesaggio.
Lo dissi alla maestra, un pomeriggio.
Lei guardò il pittore, che stava dipingendo la Gina con il fagotto in grembo.
«Lei crede che sia qui per noi?» disse. «Non è qui per noi. È qui per sé. Fa la cosa che gli piace fare. Per questo gli vengono bene.»
Poi indicò la Gina con il mento.
«E guardi lei. È l'unica ora del giorno in cui non chiede della carrozza. Sta facendo un lavoro. Le hanno chiesto qualcosa.»
Guardai la Gina. Stava dritta, con le mani sul fagotto, gli occhi fermi verso la finestra. Aveva un'aria seria, importante, come una che sta facendo una cosa che solo lei può fare.
*
In reparto non si voleva bene nessuno. Questo lo imparai presto.
Si litigava per la stufa, d'inverno, per chi stava più vicina. Si litigava per la finestra, per il pettine, per una forcina sparita, per il posto in refettorio. Si litigava a voce bassa, perché le suore non sentissero, e poi non ci si parlava per una settimana. Erano state messe insieme da qualcun altro, come noi alle Stelline, e non avevano scelto nemmeno quello.
La Carolina era sola più di tutte. Suo marito aveva avuto un negozio di stoffe, mi raccontò la Gina, una bottega con l'insegna dorata, e poi aveva fatto i debiti ed era morto lasciandoglieli. Lei era arrivata al Trivulzio con il colletto di pizzo e il libro di preghiere, e non aveva mai rivolto la parola a nessuna. Le altre la chiamavano la sciora, e non era un complimento. Quando passava le nascondevano il cuscino. Lei lo ritrovava e non diceva niente. Una notte la sentii piangere, piano, nel letto accanto alla sua finestra. La mattina dopo mi chiamò di nuovo fiœula de nissun.
Il registro della biancheria stava in un armadio del guardaroba, e nessuno lo teneva in ordine. L'economo se ne lamentava a ogni fine mese: mancavano lenzuola, avanzavano federe, i conti non tornavano mai. Io lo guardai una sera, per curiosità, e vidi subito dove stavano gli errori. Tre anni di partita doppia alle Stelline. Erano errori da bambina.
Il giorno dopo andai dalla Carolina, con il registro sotto il braccio.
«Lei aveva una bottega» le dissi. «Le sa tenere, le scritture. Io da sola non ci riesco.»
Non era vero. Lei mi guardò come si guarda una che vuole fregarti. Poi guardò il registro. Poi allungò la mano.
Da quel giorno la biancheria del reparto la contava lei. La contava con me, la sera, nel guardaroba, una pila dopo l'altra, e io scrivevo. Era severissima. Se mancava un fazzoletto andava a chiederlo letto per letto, e le altre si lamentavano e la mandavano a quel paese, ma le rispondevano. Era la prima volta che le rispondevano. La Gina, una sera, le portò le sue calze bucate e le chiese se si potevano segnare come da rammendare. La Carolina le segnò. Poi gliele rammendò lei, di nascosto, e me le diede perché gliele riportassi.
A fine mese l'economo guardò il registro a lungo.
«Chi ha fatto questi conti?»
«La signora Carolina» dissi. «Io ho scritto.»
Lui guardò la colonna delle somme, poi la mia calligrafia, poi me.
«Lei la partita doppia la sa» disse. Non era una domanda. Poi chiuse il registro e tornò nel suo ufficio, e io rimasi lì, nel guardaroba, con una cosa nel petto che non sapevo come chiamare.
*
Non era sempre giusto, aiutare.
Me lo disse la maestra, un giorno che mi vide pettinare la signora Giovanna, che si pettinava benissimo da sola, e allacciare le scarpe alla Gina, che le sapeva allacciare.
«Ogni cosa che lei fa al posto loro» disse, «gliela toglie. Le lasci qualcosa.»
Non ci avevo mai pensato. Alle Stelline ci avevano insegnato a servire bene, cioè a fare tutto noi, presto e senza che nessuno se ne accorgesse. Provai a fare il contrario. Lasciai alla Gina il compito di piegare gli asciugamani della camerata, e lei li piegava storti, e io non li rifacevo. Diedi alla signora Giovanna il cesto del pane da portare in tavola, ogni sera, e lei lo portava con le due mani, lenta, come una cosa sacra. Una sera vidi la Gina tenere fermo il piatto della maestra Motta con la mano, perché non le scivolasse, senza che nessuno glielo avesse chiesto. La maestra non le disse grazie. Le disse: «Brava. Più a sinistra.»
Io stavo in fondo alla tavola, con il paiolo vuoto, e per una volta non c'era niente da fare.
*
Alla sera recitavamo il rosario, nel reparto, con suor Agnese davanti. La signora Giovanna lo diceva con me, piano, tenendomi la mano, e ogni tanto si fermava a metà di un'Ave Maria e diceva: «Per el mè fiœu.» Poi riprendeva.
Io dicevo le parole. Le sapevo tutte. Le avevo dette ogni sera per dieci anni alle Stelline, in fila, in ginocchio sul pavimento freddo, e poi qui, in via della Signora, ogni sera, con le vecchie. Le dicevo bene, nell'ordine giusto. Ma mentre le dicevo pensavo alla biancheria da piegare, alla lettera da correggere, al vaglia del mese. Le parole uscivano da sole, come esce l'acqua da una fontana che nessuno guarda.
Una sera, durante il terzo mistero, mi accorsi di avere smesso. La bocca si muoveva, ma la voce no. La signora Giovanna non se ne accorse. Suor Agnese nemmeno.
Non lo dissi a nessuno. Non c'era a chi dirlo. Alle Stelline nessuna di noi si sarebbe chiesta una cosa del genere. Ma io non ero più alle Stelline.
*
L'Angelina morì in febbraio, di notte, senza disturbare nessuno.
Era una vecchia piccola e zitta che sedeva sempre nello stesso posto, alla seconda tavola, vicino alla stufa. La mattina il suo letto era vuoto e rifatto, e a colazione la sua sedia restava vuota. Nessuno ci si sedette. Nessuno lo decise, ma nessuno ci si sedette. Le vecchie mangiavano guardandola di sbieco, come si guarda una cosa che può muoversi.
Il pittore, quel giorno, mise il cavalletto davanti alla sedia vuota e la dipinse. Solo la sedia. Nessuna vecchia. Ci mise tutto il giorno.
«Cosa dipinge?» mi chiese la signora Giovanna.
«La sedia dell'Angelina» dissi.
Lei si fece il segno della croce. Poi, piano, come una che non vuole essere sentita, disse:
«E la mia, chi la dipinge?»
*
La Pierina arrivò in marzo.
La portò un nipote, un uomo grosso con il cappello in mano, che la lasciò sulla porta del reparto con una valigia di cartone e disse alle suore: «La me zia.» Poi se ne andò, e la Pierina rimase lì, sulla porta, con la valigia, a guardare la stanza come si guarda un posto dove non si è mai stati e dove non si vorrebbe essere.
Aveva gli occhi di una bambina il primo giorno. Li conoscevo.
La presi per mano, perché non sapevo cos'altro fare, e le feci vedere il posto. Questo è il suo letto. Questa è la sua cassetta. Il refettorio è giù, nelle scuderie, si mangia a mezzogiorno e alle sei, e si comincia dal fondo. Il giovedì si possono ricevere visite. La sera si dice il rosario. Quella è la sedia della Carolina, non ci si siede nessuno. Quella era la sedia dell'Angelina.
Glielo dissi tutto, una cosa dopo l'altra, come avrei voluto che qualcuno me lo dicesse a otto anni. Lei ascoltava e annuiva. La sera, quando le portai la coperta, mi disse:
«Ti, te set brava.»
«Lei è brava» la corressi. «Non ti.»
Ma lei non capì, e io non insistetti.
*
Quella primavera non andai più in città.
Il giovedì stavo sulla panca con la signora Giovanna. La domenica, che era il mio giorno libero, restavo in reparto. C'era sempre qualcosa da fare: la Pierina che non trovava le forcine, la Gina che voleva rifare il fagotto, le lettere da scrivere, la biancheria rimasta indietro. Le suore non me lo chiedevano. Ci restavo da sola.
La notte sognavo le vecchie. Sognavo la Gina che chiedeva della carrozza e io che non sapevo cosa rispondere. Sognavo la signora Giovanna sulla panca. A volte, nel sogno, la vecchia sulla panca ero io.
Il salario lo spedivo il primo sabato del mese. Mia madre, attraverso Bortolo, rispondeva con una cartolina: Ricevuto. Grazie. Mamma. Una volta la cartolina diceva anche: L'inverno è stato lungo. Il mese dopo mandai anche le monete del francobollo, e per il francobollo usai quelle che mi aveva dato la Pierina per comprarle il filo.
Dalla finestra sopra il mio letto non guardavo più il Duomo. Ci passavo davanti per coricarmi, e la mattina per alzarmi, e basta.
Le mani mi si erano rovinate. Me ne accorsi una sera, piegando le lenzuola: erano rosse fino ai polsi, con la pelle che si spaccava sulle nocche, come quelle di mia madre al lavatoio. La schiena mi faceva male quando mi chinavo sui letti, e la mattina, alzandomi, sentivo le ginocchia prima di sentire il resto. Avevo diciannove anni.
Il mio compleanno, in ottobre, era passato senza che me ne accorgessi. Me n'ero ricordata tre giorni dopo, di notte, ed ero rimasta sveglia a pensarci. Non perché qualcuno avrebbe dovuto festeggiarmi. Perché non me n'ero ricordata io.
Una domenica, cercando una federa nella cassetta, trovai il libro di francese della signora Grampelli, sotto la biancheria di ricambio. Era pieno di polvere. Lo aprii a caso. Monsieur, nous avons l'honneur. Lo richiusi subito, come si chiude una lettera che non è per noi.
Quella notte pensai al fratello della Certosa, dietro la grata, con le sue mani grosse e la biancheria da contare. Anca mi gh'hoo la mia cella. Piscinina. Ma l'è la mia. Anche lui serviva, dalla mattina alla sera, perché altri potessero stare in silenzio. Ma aveva una stanza dove nessuno entrava, e un'ora del giorno che era sua.
Io non avevo niente del genere. Non avevo una cella. Avevo un letto in una camerata di sei, e una cassetta, e tutte le ore del giorno erano delle vecchie, e tutto il salario era di mia madre. Non me l'aveva chiesto nessuno. Ero stata io.
*
Fu la maestra Motta a chiedermelo. Una domenica, a fine maggio.
Stavo piegando la biancheria nella sala del lavoro, e lei era seduta vicino alla finestra con il lapis rosso in mano e niente da correggere.
«Cosa ha fatto domenica scorsa, Colombo?»
Ci pensai.
«Ero qui» dissi.
«E quella prima?»
«Ero qui.»
La maestra posò il lapis.
«Lei ha diciannove anni» disse. «Parla francese. Sa tenere un registro meglio dell'economo, l'ho visto io. E passa le domeniche a piegare lenzuola in un ospizio.»
«Sono il mio lavoro.»
«No. Il suo lavoro finisce il sabato sera. La domenica è sua.» Mi guardò. «O di chi è?»
Non risposi. Lei riprese il lapis e lo girò tra le dita.
«Io avevo un fidanzato» disse, dopo un poco. «Avevo ventitré anni e insegnavo in prima, a Porta Romana. Lui faceva il commesso in una ditta di tessuti. Era un brav'uomo. Mi voleva bene. Mi disse che quando ci fossimo sposati avrei lasciato la scuola, perché una moglie sta in casa, e c'è la casa da tenere, e lui da servire, e poi i figli.» Fece una pausa. «Io dissi di no. Lasciai lui e tenni la scuola.»
«Si è pentita?»
«Mai» disse la maestra. Poi guardò fuori dalla finestra. «Ma il giovedì nessuno viene per me. Lo vede anche lei.»
Lo vedevo. Non ci avevo mai pensato.
«Non le dico di fare come ho fatto io» disse. «Le dico che lei non è nata per servire. Nessuno nasce per servire. Si serve, quando serve, e poi si torna a casa propria. Lei ce l'ha, una casa propria?»
Quella sera, salendo le scale, contai le cose che erano mie. La coperta. La cassetta. Il fagotto. Il libro di francese della signora Grampelli, che non aprivo da due anni.
*
La domenica dopo uscii.
Non sapevo dove andare. Camminai. Attraversai il Verziere, dove le donne vendevano verdura e gridavano, e poi le strade dietro, verso Porta Romana, dove non ero mai stata. In un cortile di una casa grande, con una lapide sopra il portone che non lessi, qualcuno cantava.
Era un coro. Lo sentii prima di vederlo: voci di uomini e di donne, insieme, che salivano e scendevano. Non era un canto di chiesa. Non c'era l'organo, e le parole non erano latine. Era un'aria d'opera, mi sembrò. Poi cambiarono, e cantarono una cosa più semplice, in una lingua che riconobbi subito.
Quand nous chanterons le temps des cerises.
Mi fermai sotto il portone. Erano una trentina, in piedi in fila sotto il porticato, uomini con la giacca della domenica e donne con il cappello, operai e sartine e commessi, e davanti a loro un uomo con i capelli bianchi batteva il tempo con una matita.
Quando finirono, l'uomo con i capelli bianchi si voltò e mi vide.
«Signorina, cerca qualcuno?»
Era italiano. Il suo, non il mio, ma italiano.
«No» dissi. «Ascoltavo.»
«Allora canti, invece di ascoltare» disse lui. «Ci mancano i soprani.»
Non so perché entrai. So che entrai. Mi misero in fila tra le donne, una ragazza con le dita bucate dall'ago mi prestò il foglio, e il maestro batté la matita sul leggio. Io non cantavo da quando ero uscita dalle Stelline. Lì avevamo cantato ai funerali, per anni, per morti che non conoscevamo, in latino. La prima nota mi uscì storta. La seconda no.
Cantammo la canzone francese tre volte, perché i bassi sbagliavano l'attacco. Alla terza, il maestro smise di battere la matita e lasciò che andassimo da soli.
Tornai in via della Signora a piedi, con la canzone ancora in testa. Pensai di nuovo al fratello della grata. Lui aveva una stanza con quattro muri e un orto. Io avevo un cortile in Porta Romana, una matita che batteva il tempo e due ore la domenica. Non era una cella. Ma era la cosa più simile a una cella che avessi mai avuto, e nessuno me l'aveva data. Me l'ero presa.
*
Lo vidi la seconda domenica.
Stava tra i tenori, in seconda fila. Era un uomo giovane, poco più di me, con le spalle larghe e le mani grosse, scure intorno alle unghie, mani che lavorano il ferro o il carbone. Teneva il foglio della musica con due dita, come una cosa che si può rompere. Quando cantava chiudeva gli occhi.
«Sergio, i tenori sono indietro!» disse il maestro.
Sergio. Lo ripetei dentro di me per tutto il pomeriggio.
Non gli parlai. Non sapevo come si fa. Alle Stelline gli uomini non esistevano, se non il Delegato e il prete e il medico, e nessuno ci aveva insegnato cosa si dice a un uomo che non sia «buongiorno, signore». Alla fine delle prove lui salutò il maestro in italiano, un italiano attento, con le parole scelte una per una, come chi l'ha imparato tardi e ci tiene. Poi uscì dal portone con gli altri e io lo guardai andare via.
Il giovedì dopo, sulla panca del parlatorio, la maestra Motta mi guardò a lungo.
«Lei è diversa» disse.
«Canto in un coro» dissi. «La domenica.»
«Non è solo il coro.»
Non risposi, e lei capì lo stesso. Riprese il lapis rosso e lo girò tra le dita.
«Stia attenta, Colombo» disse. «Non vada a cercare qualcun altro da servire.»
Ci pensai per tutta la settimana, e cominciai a guardare.
Il giovedì, in parlatorio, venivano soprattutto donne. Figlie, nuore, nipoti. Arrivavano di corsa, con un bambino in braccio e un altro per mano, con il cesto delle arance e la faccia di chi ha lasciato il fuoco acceso. Si sedevano mezz'ora, parlavano fitto, guardavano l'orologio del corridoio. I mariti, quando c'erano, restavano fuori dal portone, a fumare. Una volta sentii la nuora della Rosetta dire alla suocera, alzandosi: «Devo andare, l'Ernesto vuole la cena alle sei.» Era il secondo giovedì che lo diceva. La Rosetta annuì, come se l'Ernesto fosse il tempo che fa.
Al coro, a giugno, una delle sartine annunciò che si sposava. Tutte la abbracciarono. Il maestro le fece cantare l'assolo, quella domenica, per festeggiarla. Poi, alla fine, lei disse che quella era l'ultima volta. Il suo fidanzato non voleva che uscisse la domenica senza di lui. La domenica dopo il suo posto era vuoto, e il maestro spostò un'altra ragazza.
Lo raccontai alla maestra, sulla panca del parlatorio.
«E lei cosa ne pensa?» mi chiese.
«Che non dovrebbe sposarlo.»
«No» disse la maestra. «Non ho detto questo. Io ho detto di no a un uomo, e lo rifarei. Ma lei non deve fare come me. Il giovedì, qui, lo vede da sola come finisce.» Guardò la panca vuota della signora Giovanna, che quel giorno era a letto. «Si sposi, se vuole. Ma si sposi intera. Con la sua domenica.»
«E come si fa a sapere?»
La maestra ci pensò un momento, girando il lapis tra le dita.
«Guardi come tratta chi lo serve» disse. «Sua madre. Le sorelle. La donna che gli porta il caffè. Un uomo che dice grazie a chi gli porta il caffè, di solito, non la fa diventare una serva.»
La domenica dopo, alla fine delle prove, guardai Sergio mentre la ragazza dalle dita bucate gli porgeva il foglio della parte. Lui lo prese, e disse grazie, e le tenne il portone aperto quando uscirono. Non era niente. Me lo ricordai per tutta la settimana.