“Eccomi”, disse alitando nella cornetta, mentre si sedeva sulla sedia accanto al telefono. Parlava male senza dentiera, impastava le parole. Ma la Tina la capiva, capiva anche i suoi silenzi, intuiva le sue idee ascoltando il semplice respiro. Erano nate l’una accanto all’altra, gemelle. Cresciute sulle stesse ginocchia, accanto al medesimo fuoco. Lo stesso latte le aveva rese forti, quello della sola vacca di papà, tenuta in paese anche d’estate mentre le altre in processione andavano all’alpeggio.
Salterellò sulla sedia un paio di volte per trovare la posizione giusta, col gomito sul balcone e i ferri da calza sulle gambe. Era importante trovare la giusta postura perché le telefonate con la Tina duravano molto: “stai meno a venire qua nella Svizzera e tornare a casa a piedi che al telefono”.
Il rito del telefono, come la confessione. Bisbigliando piano parole tristi per poi riconciliarsi, in pace recitando mea culpa sulla vita. Quel affare là, con quella specie di pistola, quei numeri sempre più sbiaditi, si poteva parlare col mondo se si sapeva usarlo, se si voleva usarlo.
“Eccomi”, ripeté, sillabando bene. E come una chiave quella parola aprì una porta, in entrambe, la stessa porta, quella dei ricordi. E questi iniziarono ad uscire, inondando le loro menti, chiudendo dietro di essi l’uscio, dopo essersi però assicurati che tutti fossero usciti, belli, brutti, tutti. Quella fiumana di parole allagò il pomeriggio, lasciando qualche rivolo d’acqua salata sulle gote umide.
I discorsi erano sempre gli stessi, ma occorreva ripeterli, tenerli vivi davanti agli occhi. Celebrare la vita mentre la morte avanza inesorabile con gli anni, ricordare i morti per tenerli stretti, le parole risuscitano. Cantando litanie si ricostruisce un’esistenza. E così fu anche quel pomeriggio di fioco sole, con l’autunno che incendia i boschi di colori e apre il cancello al primo freddo. Sulle cime lontane la prima neve brillava, sciogliendosi, resistendo al calore. Era giunta l’ora delle calze di lana, della camicia pesante, del parrucchiere. Prima che il freddo ghiacci le strade occorreva andare anche a sistemare le tombe, lumini e fiori finti. Fioretti finti.
Fiori. Quanti ricordi legati ai fiori. Le margherite, i non ti scordar di me, le violette, quanti fiori. Profumati, freschi, a volte odoravano anche di soldi, “…ti ricordi”. Si saliva d’estate, luglio e agosto, a San Martino lungo il torrente. Si faceva a gara, correndo, con le gonne al vento, col fazzoletto in testa per raccoglierli. Specialmente dopo il primo ponte, su quel prato a cucchiaio, colorato arlecchino. Si coglievano con delicatezza, senza rovinarli, strappando lo stelo in fondo, sfiorando con le mani la terra. Mazzetti colorati legati a tre quarti con una treccia di fili d’erba. Quanti mazzetti nel cesto, disposti in ordine, uno sopra l’altro come la legna nelle baite, importanti quanto la legna nelle baite.
Verso San Martino in molti, soprattutto ragazze. In allegria, cantando, scherzando forte. La strada era bianca, impolverata, non troppo ripida parallela al torrente. Canti d’uccelli smorzavano il rumore dell’acqua. Partenza al mattino presto subito dopo colazione, si tornava per pranzo. Si conosceva bene la disposizione degli alberghi e delle case, si quantificavano i clienti per dividersi in gruppi.
Ognuno col suo cesto colmo di fiori, la bocca colma di denti da esibire ai turisti assieme ai mazzetti. “Vuole favorire siòr?”, “Per favore siòr!”, con gli occhi bassi e la mano alta, ferma. Così per qualche bar, albergo, ristorante oppure suonando timidi i campanelli delle case. Poi ritrovarsi tutti davanti alla chiesa, contare nel palmo le monetine, pronti per tornare a casa, di corsa, col cesto forse vuoto, con lo stomaco sicuramente vuoto, “…ti ricordi”.
“Oddio, suonano al campanello!”, esclamò d’un tratto, spalancando gli occhi, ridestandosi dal dormi veglia dei ricordi. Si alzò svelta, seccata, aggiustandosi la gonna con manate sulle cosce. Scostò la tenda e spiò dalla finestra un borsone gonfio sorretto da un ragazzo color oliva. Sbuffò appannando il vetro, annebbiando il mondo esterno, annullandolo. Coprì con quel fiato un ragazzo, senza fiori e fazzoletto in testa ma con un borsone colmo e capelli ricci, crespi.
“Eccomi… è solo un marochìn, si stuferà di aspettare”.
Ti ricordi testo di Martin Eden