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Il mio nome è Baldazar, vendevo senza licenza dolci frittelle fumanti, in un angolo ombroso nella piazza del mercato Rynek Glowny a Krakow, ero povero in canna, ecco il perchè del mio inganno.
In un anno di sole oscurato, ben due eserciti aizzati da baffuti efolli sfrenati, c'invasero a diciassette giorni gli uni dagli altri: un patto sciagurato li aveva legati, maledetti screanzati! Mi nascosi dovunque come topo di fogna, fui colpito da scabbia e da pidocchi e da rogna. Dopo stenti e fortuito bivacco fui catturato, perchè randagio e mendicante e polacco. Fui condotto a Oswiecim, che i nazi chiamarono Auschwitz in onore al nobile e antico Austro-Ungarico mito. Là, era sorto un campo sopra macerie di case e caserme.
Coi mattoni rossi delle dimore sventrate ancora pregni di sogni fugaci, si doveva ampliare quel mostro rapace; baracche, cucine, fucine, camere a gas, forni, infermeria, esperimenti d'eugenetica, "d'eutanasia," agricoltura e allevamento di bestiame, un perfetto ingranaggio d'un disegno infernale.
Che via e vai incessante! Lavoro forzato, gelo o sudore, sevizie, dissenteria, torture. E fame, fame, fame! E membra spente di vita, gettate in fosse scavate su terre arate e date alle fiamme perenni come carcasse svuotate, a supporto dei quattro crematori allestiti. Questo dovetti vedere e sentire! Io tenero ragazzo imberbe svilito!
Poi in un'alba brumosa tra grida schiumose di mille e mille umani sfiniti, scorsi un biondo gigante irretito, ululava e rideva con occhi da pazzo, perfino le guardie in codazzo, rallegrate da questo inusuale contrasto, non comminarono pena. Scomparve con piroetta da saltimbanco in arena ed entrò in caserma dall'ufficiale in servizio. Che strano tizio!
Lo rividi dopo un tempo infinito lustro e ammansito: lo rendeva elegante il pastrano pesante e severo il cappello sugli occhi e virile gli stivali ai ginocchi. Orgoglioso esibiva la fascia nera del Kapò infilata al braccio sinistro, con un fischio chiamò un ragazzino della mia età: "Ehi tu vieni qua!". Impegnato a scavare una fossa comune mollò l'attrezzo e da lui si diresse e vidi quel porco allettante donargli cinque biscotti croccanti, una carezza sui biondi capelli e un bisbiglio all'orecchio e un sorriso suadente... e vidi il ragazzo affamato ringraziare sfuggente.
Jacob era un pipel ambito, uno strumento sessuale asservito, Hans con quei cinque biscotti lo aveva comprato.
Perchè mi sentivo frustrato? Mi dissi sconfitto: "Ebbene sono geloso di quel biondo vikingo, ora ho capito e non fingo".
Seppi ch'era tedesco e che s'era macchiato di parecchi reati: furto, truffa, adescamento di minori, un perfetto prigioniero da condurre qui al maniero. Sì, i Kapò venivano scelti perlopiù tra i delinquenti comuni... mi ero invaghito d'un criminale incallito.
Li scorgevo insieme com'era usanza, il kapò e il suo pipel. Hans, assurto a guardia da malvivente, per contratto indecente. Con quel suo manganello furente, come squassava inclemente le schiene ricurve di schiavi atterriti! E Jacob, che non era da meno, tra un'angheria e l'altra, sgranocchiava ingordo biscotti ai canditi! Vedevo quei suoi verdi occhi roteare smaniosi in cerca di azioni sgradite e vedevo bastonare a iosa vecchi e donne e bambini per la più piccola cosa.
Seppi, che Jacob fulminato da setticemia, dal mondo in un soffio com'era venuto, se ne andò via.
Scrutavo Hans, chissà se gli mancava il suo piccolo pipel? E adesso? Altri pipel erano lì, pronti a disposizione all'oltraggio ammesso e concesso, alcuni ragazzi per non cadere abusati da rozzi aguzzini s'eran tolti la vita. Io no, io volevo che lui mi scegliesse fra tanti, che m'amasse stordito.
Finalmente in una calda ottobrata il mio biondo adorato incrociò il mio sguardo maliardo, si avvicinò come un ghepardo, mi porse cinque biscotti croccanti, li acchiappai con mano tremante.
Oh! L'aroma di vaniglia, che s'impiglia loquace nelle audaci coane!
E poi in bocca a sciogliersi piano, sopra e sotto la lingua, superando i morsi d'una atavica fame. Struggimento infiammato, preludio di languido gioco a lungo evocato.
Sorrisi riconoscente, così come sorride un giovane amante dopo anni d'intesa. Per giorni e giorni mi disse: "Sei una gioia inattesa". Mi prese la mano, per giorni e giorni mi disse: "Ti amo".
Fui lieto del vivergli accanto, preda fiera del suo crudo disincanto.
Piano, piano, in lui quel piglio malvagio svanì. Non poteva! Era una resa!
L'arroganza e la violenza sull'inerme ingabbiato, gli fu comandata all'ingaggio. Non l'avesse scordato! Era cambiato il mio vikingo adorato e anch'io, che sempre infierivo convinto e sadico spinto, cominciai a sentire empatia per quelle povere ombre immolate alla pazzia.
Al crepuscolo di un autunno bambino, un ufficiale albino comandò al mio Hans con ringhio da mostro marino, di uccidere un rom con un martello. Hans rifiutò! Disse: "No, questo no!" Fulmineo il boia gli sparò un colpo al cervello. Cadde a terra il mio bello, cadde con la faccia nel fango, scorse il mio pianto e udì il mio petto spaccato e mentre frantumava cinque biscotti croccanti in mano, mi sussurrò: "Ti amo". Mi gettai straziato addosso al filo spinato elettrificato... unito per sempre al mio amato.
Baldazar