“Non esiste la cultura dell'amore. E' concessa la cultura della pro creatività dove per così dire, i servi si moltiplicano; ma l'amore no.”.
Il comizio era iniziato da poco. Sergio Bonincontri presentava il suo nuovo libro “In viaggio verso Tempora” al “Centro Sociale Casello” di Cisliano (MI). Lo scrittore questa volta si era sbizzarrito : nel libro spiegava che l’anarchia non è poi così un utopia; basta avere la forza di volontà a rivoluzionare la propria persona prima di tutto. “Tempora”, scriveva Bonincontri, non era altro che la città dove l’uomo si sente finalmente libero dalle opprimenti regole della società.
“Nessuno andrebbe a lavorare nove ore al giorno” proseguì l’autore “se avesse conosciuto (anche una sola volta nella vita) cosa accade davvero fra un uomo e una donna quando davvero si amano, quando davvero si conoscono, quando sanno com'è fatto questo portento straordinario che è il loro corpo.”
Margot e Cèline erano riuscite a farsi dare uno strappo da Tommy : lo spacciatore preferito dal “gruppo”. Giunse nelle campagne di Ozzero nel tardo pomeriggio di quella desolata domenica. La vista del suo furgone malandato ad affrontare le buche nel terreno, significò solamente una cosa per i ragazzi : rifornimento droga. Margot, ascoltando Tommy narrare della presentazione del libro ed essendo accanita lettrice di Bonincontri, volle assolutamente assistere alla cerimonia. Il livello tossicologico del “gruppo” aveva raggiunto livelli estremi, lasciando pulita solamente Cèline (fece solamente due tiri di canna). Margot le chiese se le andava di farle “compagnia”, ottenendo come risposta solamente un distratto accenno del capo.
Durante il viaggio, Cèline perse il conto delle volte che scacciò dalle cosce le mani di Tommy.
Lo spazioso sedile di quella bagnarola permetteva di farli stare seduti tutti e tre davanti; ma mai più sbagliata fu la scelta di sedersi accanto a Tommy. Era viscido, senza denti e puzzava : inoltre i “cartoni” gli avevano lasciato un vuoto impressionante nello sguardo. Il cappellino incollato in testa, dal quale uscivano pilucchi unti simili a capelli, forse non lo toglieva da anni. Per sua gioia, all’interno del C.S. Margot si sedette tra loro due. Diverse sedie erano allestite davanti al tavolo da cui Bonincontri stava intrattenendo gli spettatori.
In quelle parole Cèline si identificò immediatamente, ricordando i suoi genitori che le dicevano : “E’ d’obbligo fare cosi!”; “C’è poco tempo! Fai in fretta!”; oppure “Incomincia a trovare il lavoro, poi potrai dedicarti alle tue passioni…”. Ma quella parola : “l’amore…”. Già, l’amore : il brivido insostituibile che lei aveva sempre cercato nelle persone, nella musica e nell’arte.
“Chissà cosa starà facendo…”.
Immediatamente spalancò gli occhi; era la prima volta dopo tanto tempo che si poneva quella domanda. Immagini di sofferenza le assalirono la mente : vide del sangue, una vasca da bagno ed un rasoio. Le contorsioni allo stomaco ricominciarono a tormentarla, la fronte si inumidì e le mani divennero due pezzi di ghiaccio. Ebbe la forza di alzarsi dalla sedia e raggiungere l’uscita.
Solamente Tommy si accorse di lei : “Ma dove va?”.
“Silenzio, sta parlando dei deputati!”. Margot lo zittì immediatamente, troppo impegnata ad ascoltare il suo beniamino.
Una volta all’aperto, appoggiò entrambe le mani al muro rigettando violentemente. Chiuse gli occhi allo scempio ai suoi piedi, senza badare ai commenti delle persone intorno.
Un ragazzo sui vent’anni visibilmente “preoccupato” per la sua salute si avvicinò; ma Cèline rispondendo come al solito che stava bene, si allontanò con passi indecisi a raggiungere il retro del C.S.
Barcollando si sedette su dei gradini. Alle sue spalle una gigantesca porta a vetro che, grazie ai danneggiamenti di qualche vandalo, permetteva di scorgere la desolazione di quello che una volta doveva essere stato uno studio legale. Un enorme cortile le si presentò davanti, dove rovine e tetti diroccati facevano da capolino. Attraverso grandi comignoli, poté intravedere la luna; ancora grande e nitida le illuminò il volto sofferente. Appoggiò il mento alle ginocchia, fortunatamente ricoperte da lunghi pantaloni di stoffa marroni. La felpa nera, la riparava da quell’aria frizzante. Le parve strano che a fine agosto facesse così freddo; ma sapeva benissimo che era la sua anima a reclamare calore, tormentata da una gelida bufera di ricordi e sensi di colpa. Non ebbe il coraggio di riguardare la luna; se l’avrebbe fatto un pianto disperato l’avrebbe colta in pieno. Ma non servì a niente nascondere la testa tra le ginocchia : i pantaloni si inumidirono immediatamente dell’innocente liquido lacrimale.
“Perché stai rovinando tutto? Dai ascolto ai tuoi veri sentimenti! Avevi detto che è l’uomo della tua vita. Ma che ti succede Cèline?”. Le parole di Carol, sua amica dai tempi del liceo, la riportarono all’indomani della sua decisione di fuggire di casa.
“Carol, io sto ascoltando i miei sentimenti… voglio essere libera, non ne posso più di questa vita da reclusa!”. Questa la sua risposta egoista.
Frugando nelle tasche della felpa prese un fazzoletto. Nella tasca sinistra dei pantaloni, teneva uno specchietto e il suo inseparabile Big Bold Curld. Poteva avvertire il mascara colante : un fastidio terribile. Il buio non le permise di ricomporsi a dovere : le serviva un po’ di luce.
Grazie ad un lampione poco distante dall’entrata del “Casello”, lo scovolino andò a decorare minuziosamente le ciglia. Guardandosi intorno si accorse che non vi era anima viva. Ricordò per un attimo la tranquillità della sua città natale : Sartirana Lomellina.
Vittima della desolazione più cupa, si rassegnò ad incamminarsi lungo la strada che portava alla piazza. Grandi portoni aprivano la vista su vecchi cortili, nei quali mille anime avevano vissuto e migliaia di risate e pianti si erano uditi. Osservando la loro oscurità leggermente ravvivata da deboli luci dietro le finestre, Cèline poteva immaginare anziane signore lavorare la lana sedute su minuscole sedie di paglia; oppure avvertire i rimbalzi della palla di un allegro bambino a piedi nudi. Il profumo di sugo e polenta le riempì le narici : quelli erano stati i profumi preferiti della sua infanzia, quando nonna le preparava il pranzo al termine della lezioni scolastiche.
Alla fine del sentiero che conduceva in piazza S. Giovanni, la vista di un’ ombra la fece sobbalzare. Avanzando verso la luce che illuminava la piazza, scorse un adorabile ritratto di innocenza : un corpicino esile vestito da una gonnellina nera, calze bianche alte fino al ginocchio, un golfino nero ed un adorabile cerchietto a ordinare i lunghi capelli biondi. Cèline si fermo ad osservarla, accennando un saluto. In quel breve lasso di tempo, la piccola sembrò sorriderle.
“Matilda!”. Una voce di donna provenne dalla piazza.
La bambina si voltò di scatto e corse. I suoi passetti veloci puntavano verso una panchina da cui si poteva scorgere l’intera piazza con la chiesa in stile tardo gotico. I bar ai lati erano occupati da poche persone, giunte in quel luogo a cercare un po’ di sana tranquillità.
“Matilda! Dove sei? Vieni qui!!”. Il tono della voce si fece preoccupato, mentre la donna alzandosi dalla panchina sembrò guardare in ogni angolo della piazza.
“Eccomi nonna!”.
“Ah Ecco! Sei qui!”. Un sospiro di sollievo. “Non allontanarti più così bambina mia…”.
Un vento caldo si alzò, andando ad accarezzare le fronde di salici e betulle. Cèline sembrò trarre beneficio da quel piacevole calore, lasciandosi cullare dalle mani invisibili del vento che la fecero dirigere verso la panchina. Dopo la solitaria camminata non desiderava altro che sedersi e fumare. Tenendo in mano il pacchetto del drum, occupò la panchina di fronte a quella della “nonna”. Da quella postazione poteva vedere i dolci lineamenti dell’anziana signora : un foulard violetto le nascondeva il collo, il viso appariva ancora giovane ed attraente segnato da un espressione buona e allegra. Il taglio degli occhi, i quali spiccavano per via di due stupende pupille verdi, le ricordò sua nonna Luigia : avevano la stessa fisionomia che emanava protezione e sicurezza. La giacca bianca, sotto la quale vi era un maglione nero, e i pantaloni bianchi di lino che facevano intravedere appena sandali neri, fecero intendere a Cèline che la donna aveva decisamente un buon gusto nell’abbigliamento. I capelli, simili a quelli della nipote, di colore biondo oro, erano minuziosamente ordinati; lunghi appena dietro le spalle a scoprirle le orecchie ornate da pregiati orecchini. Doveva anche essere una donna molto attenta alla linea, vista la sua figura quasi atletica nonostante l’età avanzata.
Mentre costruiva la sigaretta Cèline incrociò il suo sguardo, abbassando gli occhi immediatamente. Sentì un incontrollabile disagio in tutto il corpo avvertendo gli occhi dell’anziana studiarla attentamente.
“E’ una bella serata vero?”. “Ecco!”. Pensò Cèline poco entusiasta della domanda postale.
Si sforzò di sorridere : “Si… si sta proprio bene!”. La gentilezza era uno dei valori che non aveva fortunatamente accantonato.
Invano sperò che la conversazione fosse finita : “Sono parecchi anni che non si sente un vento così bello e caldo… ma prego, vuoi sederti qui? Io non aspetto nessuno…”.
Cèline un po’ di malavoglia si alzò dalla panchina e si sedette accanto alla donna.
“Sai, non parlo mai con nessuno… Non vorrei sembrare inopportuna, magari hai da fare.”
“Si figuri signora! Non ho proprio niente da fare, passavo di qui…”.
“Oh beh, quando è così allora… come ti chiami ragazza?”.
“Cèline”.
“Ma che nome fantastico! Sei di qui?”.
“Si, mio padre ha deciso per questo nome”.
“Io sono Ester, piacere mio”. Una lunga stretta di mano, durante la quale Cèline sperò di non inorridirla più di tanto per via delle sue mani poco pulite.
“Anch’io non ero molto d’accordo quando mia figlia ha voluto chiamarla Matilda, ma con il tempo mi ci sono abituata…”.
“E’ davvero una bambina carina, quanti anni ha?”.
“Compie otto anni il mese prossimo, mi sembrava ieri che Greta me l’ha portata in casa avvolta nell’asciugamano rosa”.
“Greta è sua figlia?”.
“Si, lei ora è al festival di Cannes per il suo nuovo film con il marito e così Matilda è tutta mia. Sai, sinceramente non vedo l’ora che se ne partano di nuovo per averla tutta per me. E’ una gioia indescrivibile diventare nonni!”.
Benché le sembrò un tanto logorroica, Cèline stava ad ascoltare attentamente le parole dell’anziana signora che, strano ma vero, le trasmettevano piacevoli sensazioni.
La curiosità di Ester non la irritò : “Tu dimmi, sei sposata?”.
“No…”. Nella mente di Cèline riaffiorarono ricordi dolorosi, ma fu abbastanza abile a mascherare il rammarico rispondendo velocemente.
“Ma come mai? Una così bella ragazza?”.
Cèline avrebbe voluto sfoggiarle le sue credenze riguardo la poca fiducia che nutriva sulla monogamia ma non ne ebbe le forze; forse non ci credeva nemmeno più.
“Beh, succede…”. Si limitò a rispondere.
“Eppure da qualche parte ci deve essere un giovanotto che ti piace…”.
Cèline si stava quasi pentendo di essersi seduta su quella panchina; il malessere avvertito all’interno del “Casello” si stava ripresentando. Il suo sguardo si abbassò di nuovo verso il terreno, mentre in un falso sorriso tentò ancora una volta di nascondere il dolore. Mille pensieri le tormentarono la mente, con Ester al suo fianco ad attendere una risposta. Decise di lasciarsi andare, non le importava più niente neanche delle lacrime.
“Ci siamo lasciati…”. Bisbigliò alzando il capo e aspirando l’ultimo tiro di sigaretta.
“Lo sapevo…”. Mormorò Ester giungendo le mani.
“C-come fa a saperlo?”. Per un attimo Cèline assunse un aria stupida.
“Oh beh, una bella ragazza tutta sola che cammina in questa piazza e in una serata come questa, non può che avere dei problemi di cuore…”.
“Lei è una… come si dice… sensitiva?”.
“No, per carità!”. Una breve risata. “Ne so ben poco di sensitivi, fenomeni paranormali, chiaroveggenza… no, sono gli occhi”.
“Gli occhi?”.
“Certo, osservando per un attimo i tuoi occhi ho capito”.
Cèline restò senza parole, il cuore le mandò piacevoli vibrazioni. Le parve quasi confortevole che qualcuno si era accorto della sua sofferenza.
“Io… vede…” quanto odiava interrompersi. “E’ successo tutto così in fretta, è stata tutta colpa mia, non vorrei raccontare ciò che ho passato!”.
“Non lo devi fare, ciò che è successo ha un senso…”.
“Ma lei non sa quello che è successo!”. Cèline si alterò un poco.
“E’ vero, ma qualsiasi cosa succede in amore porta sempre altro amore… Le litigate, le incomprensioni, non fanno che rafforzare una vera coppia”.
“Io ho solamente rovinato tutto…”. Cèline ora scosse il capo.
“Io invece sono sicura che lui ti ha perdonato e soffre come te...”.
Cèline non aveva più la forza di rispondere, stava osservando Matilda saltellare nella piazza, sotto l’occhio vigile di nonna Ester.
“Guarda Matilda, lei ora è contenta; ha la piazza tutta per sé per correre a perdifiato fino quando vuole… ecco, tu in amore ti devi sentire così perché l’amore è una cosa bellissima Cèline; è il sentimento più vero, più leale che possa esistere e che va a compensare tutte le altre cose…”.
“Forse non siamo mai contenti di ciò che abbiamo, di ciò che ci rende felici; delle persone che ci riempiono le giornate…”.
“E’ proprio questo il punto; sono sicura che tu hai molto ma non te ne sei mai accorta”.
La verità le aveva sempre fatto male, ma questa volta fu felice del fatto che Ester gliel’aveva spiattellata in faccia.
Fu pronta ad ammettere i proprio errori : “Già… io, nonostante lo abbia “ucciso” sentimentalmente, lo amo ancora…”.
“E allora perché non torni da lui?”.
“Io… ora, non… posso”.
“Forse non ne hai il coraggio, ma vedrai che lo troverai… oppure ti troverà prima lui…”.
“No, impossibile”. Le sopracciglia inarcate. “Dopo tutto quello che gli ho fatto, non credo si sia messo a cercarmi…”.
“Eppure tu ci speri vero?”.
Le parole vennero a mancare nuovamente; si rese conto che con una persona conosciuta da pochi minuti aveva instaurato un rapporto confidenziale che faceva un baffo a quello della sua amica del cuore all’età di quattordici anni. Ma forse era proprio questo di cui Cèline aveva bisogno : qualcuno che le tendesse una mano a risalire il suo abisso di disperazione.
La risposta stava per arrivare quando fu interrotta da una voce maschile gridare il suo nome. Era Tommy, giunto alla piazza a cercarla dopo il suo allontanamento dal C.S.
Lo vide avanzare barcollante verso la panchina, non lo aveva mai odiato come in quel momento.
“Scusi, devo andare…”. Cèline si alzò dalla panchina stringendo nuovamente la mano ad Ester.
“Non so come ringraziarla, le voglio dire… beh… semplicemente, grazie!”.
Ester la abbracciò, avvertendo il corpo di Cèline aggrapparsi al suo per restituire tutto il calore che le sue parole le avevano trasmesso.
“Non devi ringraziarmi Cèline, piuttosto ringrazia te stessa di aver capito…”.
Allontandosi Cèline le sorrise, dispiaciuta di lasciare per sempre quella stupenda donna. Fece un saluto affettuoso a Matilda, che la bambina ricambiò prontamente.
“Ma dove eri finita?? E’ un ora che ti stiamo cercando…”. Le disse Tommy avvicinandosi.
“Non posso fare una passeggiata??”. Cèline si era già pentita di aver lasciato quella panchina. Poteva chiedere ospitalità ad Ester, ma si rese conto che aveva già fatto molto per lei quella sera.
“E quella chi era?”. Chiese Tommy.
“Una vecchia amica…”. Rispose Cèline, accorgendosi che la definizione le calzava a pennello.
Per tutta risposta Tommy incominciò a lamentarsi del fatto che al C.S. non avevano messo musica seria e che la conferenza non era stata nulla di speciale. Cèline non lo ascoltava; aveva ancora in mente le dolci parole di Ester che l’avevano fatta sentire così bene come mai prima d’ora. Quella sera si sentì come se fosse morta e rinata : si rese conto che sarebbero bastato poco a non sciupare la sua storia d’amore. Ora non era più cieca, davanti a se le si era spalancato il mondo.
Finalmente il suo sorriso si rianimò di quel lucente bagliore andato perduto ma ora magicamente ritrovato.
E intanto Tommy parlava, parlava e parlava….
Cèline e Margot : CAPITOLO 7 testo di luke676