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Da lassù, aggrappato a quella croce di ferro, guardava la piccola città. Le case e i condomini di lusso, gli parevano scatole di fiammiferi, addossati l’uno all’altro.
Un corvo, nero come la pece, volava in circolo sull’abisso, indifferente all’altezza che lo separava dalle casupole là in basso: cercava qualcosa da mangiare. E lui gli tirò qualche pezzo di cioccolata, assieme a delle briciole di pane.
Ricordava bene il rimprovero che gli aveva rivolto una guida, mentre faceva sicura a spalla, per guadagnare un po’ di tempo, su quel muretto verticale e breve. Quella roccia antipatica e scistosa, che veniva via a lamelle.
Mancava solo l’ultimo tratto, quello con la corda fissa; spessa quanto il polso di un uomo (tra l’altro si ruppe, lungo la via di discesa. Ma loro erano già passati, per fortuna).
“Torniamo, siamo molto in ritardo!”, diceva lui. Macché, a costo di lascarci le penne. Proprio la stessa scena che sul Bianco.
Quella sera, ormai notte, la passarono alla capanna Carrel: era troppo pericoloso scendere col buio, anche se le luci, laggiù in basso, erano invitanti.